“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Mercoledì, 21 Ottobre 2020 00:00

Sul mondo dell’editoria: intervista ad Aldo Putignano

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Aldo Putignano è direttore della casa editrice Homo Scrivens, docente di scrittura creativa e autore (tra i suoi testi ci sono Social Zoo, vincitore del premio speciale Carver nel 2013, e Vita di Schiele, finalista al Premio Nabokov 2018 − oltre che volumi come l’Enciclopedia degli scrittori inesistenti, curata insieme a Giancarlo Marino, e altri lavori di gruppo).
Questa intervista riguarda il mondo dell’editoria indipendente ma non solo, è un modo per riassumere e approfondire la storia della realtà a cui ha dato vita seguendo il motto “I libri sono la forma delle idee”.

Homo Scrivens è la prima compagnia di scrittura italiana: com’è nato il progetto e quando hai pensato di farlo evolvere in quello di una casa editrice?
La compagnia è nata nel 2002, a partire da un laboratorio di scrittura presso la Fondazione Humaniter. Un laboratorio atipico, che ebbe grande successo, fino ad a“ssembrare” (ma allora nessuno avrebbe usato questo termine orrendo) cinquanta persone in un’aula. Qui emerse il disagio di tanti scrittori esordienti, cui la grande editoria negava ascolto mentre editori medio-piccoli si affidavano troppo spesso a contributi, richieste d’acquisto copie, e tutte le forme più o meno mascherate di editoria a pagamento. Credo che in questo settore qualcosa abbiamo cambiato, offrendoci prima come mediatori poi come editori noi stessi, senza mai chiedere un euro, ma lavorando molto, moltissimo sulla scrittura. Nel 2012, infatti, ci siamo assunti definitivamente la responsabilità di portare avanti tutto quel che avevamo costruito, diventando casa editrice e stimolando il dialogo con altri editori affini, a partire dalla Campania, come per PEN, poi confluita in ACE, l’Associazione Campana Editori. 


Di recente avete proposto la campagna “Io non pago per pubblicare”: ce ne parleresti?
L’editoria a pagamento non è editoria, al massimo si può parlare di tipografia con servizi editoriali. Chi pubblica a pagamento danneggia in primis il lettore, in quanto guadagna su un testo il cui unico motivo d’interesse è per lui la disponibilità economica del cliente, e avrà sempre più vantaggio nel cercare nuovi clienti piuttosto che lavorare sul libro. Questo mercato si fonda però su un tacito accordo con chi pubblica, che si mostra disponibile a pagare pur di non sottoporsi a un giudizio o accettare giudizi negativi e lavorarci su. I soldi come scorciatoia, come sempre.
Eppure esistono tante altre possibilità, per cui il principio “se non pago, non pubblico” è quanto mai insensato. A meno che non nasca dal desiderio di metter fuori un testo senza neppure impegnarsi, senza neppure rileggerlo, come sovente capita. E anche questi comportamenti vanno messi alla berlina, perché ci sono tante forme di stampa a uso privato che meritano rispetto, e chiedere l’attenzione di altri senza averci dedicato la propria è una cosa aberrante. Scrivere è impegnativo, pubblicare un libro è impegnativo, ma è quest’impegno che ci dà senso.


Oltre che editore sei uno scrittore, l’ultimo tuo libro è dedicato a Egon Schiele. Come ti sei avvicinato a questa figura?
Un percorso imprevedibile, iniziato durante una tesi di dottorato su D’Annunzio e il Simbolismo, passato attraverso Klimt e quindi approdato a questo eterno ragazzo dalla vita intensa come pochi, che attraversa gli ultimi anni di un impero, osservatore perfetto di un mondo in sfacelo, ma in pieno fermento artistico. La pittura di Schiele è in anticipo sui tempi, forse perfino sui nostri, visto lo scandalo e il disagio che ancora suscita, ma è di una potenza indescrivibile e provare a raccontarlo è stata una bellissima esperienza, oltre che un’ottima occasione per tornare più volte a Vienna, una città che mi ha conquistato. Per Schiele poi l’Arte è una vocazione, e affonda in essa con afflato religioso, e questa cosa mi riguarda, non so neppure fino a che punto, ma so che è qualcosa che appartiene anche a me.


Hai qualcosa di nuovo in programma?
Sempre, ma faccio fatica a trovare il giusto tempo. A volte disegno percorsi molto ambiziosi solo per non sentire l’ansia. Qualche progetto “realizzabile” però c’è, ritornare sui racconti, ad esempio, un genere che sento molto mio, e sull’Enciclopedia degli scrittori inesistenti, che attende una terza e rinnovata edizione.


Molti dei vostri romanzi si sono aggiudicati premi e menzioni in svariati concorsi, alcuni sono stati riproposti da case editrici come Mondadori: cosa consiglieresti a chi, da autore o da editore, inizia adesso a relazionarsi a questo mondo?
Per chi scrive non esiste gioia più profonda della propria scrittura, tutto il resto è secondario, superfluo. Il consenso su quel che scriviamo ci aiuta a prendere coscienza, e magari anche a rischiare un po’ di più, confrontarsi con gli altri è necessario, però non bisogna mai perdere di vista le motivazioni per cui scriviamo. Quel che consiglio a tutti è di conoscere l’ambiente, frequentarlo, vivere le presentazioni e le occasioni d’incontro, dare un volto ai nostri possibili interlocutori, lettori o addetti ai lavori non importa, vale per tutti. Occorre dare ascolto per poterlo chiedere, e anche per capire qual è il nostro posto in questo mondo.


Quali scrittrici o scrittori, anche del passato, ti sarebbe piaciuto pubblicare?
Un autore come Kafka sintetizza tutte le mie aspirazioni. Aveva una scrittura visionaria, mai scontata, ed era quel che scriveva, al punto da desiderarne l’estinzione. E poi ogni tanto leggeva le sue cose a un pubblico che lo ascoltava incredulo, e questa occupazione lo appagava più di una buona recensione. E poi è lo scrittore che mi ha svelato un modo diverso, più intenso, di vivere la scrittura, ed è una sensazione che vorrei consegnare ad altri.
E magari qualcosa farò: ci sono molti scrittori “anche del passato” che sono ancora attuali, che hanno ancora molto da dire, e mi piacerebbe far loro da interprete.

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