“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Domenica, 15 Dicembre 2019 00:00

A proposito di “M.I.L.F.”: intervista a Natalia Magni

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MILF: Mamma Insegnami La Felicità inizia con un inciampo: la protagonista, Sabbri, entra in scena e subito sembra cadere, si smarrisce. Poi riacquista il controllo, ride nervosa, va avanti. Natalia Magni restituisce l’ennesimo trattato sulla solitudine, il ritratto perfetto e centrato di donna, declinandolo attraverso la visione e l’osservazione delle ossessioni più attuali: è in questo modo che Sabbri mette a nudo le maschere che indossiamo tutti, le smonta pezzo per pezzo e ce le sbatte in faccia per permetterci di specchiarci nella nostra (dis)umanità, cadendo nel baratro di un’angoscia tutta contemporanea.

La semplice, diretta bellezza del testo − che ha una costruzione drammaturgica cristallina, pur con qualche cedimento sul finale che sembra voler spiegare troppo ad un pubblico disattento − si posa su una scena disadorna ma piena solo degli elementi che la Magni usa per riconoscere l’esigenza dell’assenza, il fascino dell’imperfezione, tutto risolto attraverso i suoi contrari. È l’attrice stessa che si “spoglia” lentamente per mostrarsi alla fine nella sua nuda, oscena, terrificante verità.
Abbiamo incontrato Natalia dopo la replica del suo M.I.L.F. il 1° dicembre 2019, a Lamezia Terme.


Partiamo dal tuo ultimo spettacolo, M.I.L.F.
… e specifichiamo che è acronimo di Mamma Insegnami La Felicità! (ride)


Eh si, meglio... prima di tutto, il lampo: come hai pensato di trasformare il classico significato di “milf” in altro che si sposa perfettamente con lo spettacolo?
In realtà nasce proprio da un’osservazione che ho fatto davanti alle scuole: vedendo tutte le mamme che ci sono in giro, dall’età non meglio specificata, che hanno oltrepassato quel limite tra mamma-giovane-adulta, perché le vedi che vanno a prendere le figlie ma potrebbero essere loro le liceali. E mi sono domandata per tanto tempo come sono queste donne, come crescono, perché si rifiutano di essere solo mamme e vogliono essere amiche delle proprie figlie: si vestono e agiscono come fossero delle loro coetanee. Donne delle quali ho una grandissima ammirazione, attenzione: mi incuriosiva però questo abbigliamento che in certi casi è assolutamente identico alle ragazze. Molto spesso tendono anche a dire “si, io sono la migliore amica di mia figlia”, o viceversa... ed è un approccio alla relazione madre-figlia particolare e un po’ rischioso, sul lungo termine e portato all’eccesso potrebbe non essere positivo. Queste donne hanno poi, rispetto alla loro fisicità, una prorompenza spesso abbastanza esuberante, ed è automatico quindi tendere a giudicarle: cioè, una donna così pensi subito “ah, non è seria, non va bene” e da qui l’idea che una madre così è necessariamente una milf − in questo caso nell’accezione più nota...
Quello che però mi interessava era raccontare la lacerazione interiore, l’incapacità di accettare l’invecchiamento: o anche se non vogliamo usare la parola invecchiamento, parliamo dell’accettazione giusta della crescita, del cambiamento del corpo. Il passaggio da un ruolo all’altro: si è figlie e poi ad un certo punto si diventa mamma... che è una cosa bellissima. Non vuol dire essere finite, morte, è solo una fase differente della vita.
Poi, si fanno delle ricerche dal punto di vista relazionale e psicanalitico per capire i problemi che possono incorrere in un tipo di relazione genitoriale di questo genere: però mi sono anche confrontata (iniziando a scrivere di questo personaggio, che mi interessava tantissimo) con una serie di miei pregiudizi. Ed è per questo che ho voluto tanto che il titolo fosse M.I.L.F. con il sottotitolo, “Mamma Insegnami La Felicità”, perché tutti pensano alle milf con l’acronimo reale ma per me era importante che tutti quanti, all’inizio dello spettacolo − vedendo Sabbri in piena forma con le ciglia finte, con l’extension, con i pantaloni di pelle aderenti − pensassero quello che io pensavo: che baraccone che deve essere questa donna. E invece pian piano, con lo smontarsi delle circostanze, la mia sfida era riuscire a far andare il pubblico dalla parte di Sabbri e ribaltare completamente la percezione, vedendo la profondissima umanità di una donna così.


Importantissima qua è la scrittura: incredibilmente veloce in apparenza, colloquiale, invece precisissima e tagliente. È uno spettacolo che arriva immediato, ma solo alla fine ci si rende conto che ogni parola era pesata e pensata per arrivare lì dove l’autrice voleva arrivare. Sabbri passa da carnefice a vittima: tu hai lavorato anche in tv, quell’ambiente così sbrilluccicante ti è servito nella stesura del testo, per capire il personaggio?
Ma sai che però io invece che vedere gli esempi dei colleghi attori preferisco vedere gli esempi delle persone per strada? Preferisco andare a trovare quella realtà più reale, perché questa racconta già qualcosa di vero e doloroso. La grande sfida è stata quella di rendere Sabbri simpatica: mettere in scena il mostro è utile solo se riesci poi a imprimere empatia. Un personaggio come quello di M.I.L.F. ti sfida per trasformarlo in qualcosa di umano, empatico, con il quale il pubblico riesce a entrare in sintonia per qualche verso. L’intero spettacolo parte dal primissimo dialogo che ho scritto tra la madre e la figlia, quando questa le chiede se ha preso il suo top rosa e le chiede di “vestirsi da madre”. Per tutto lo spettacolo io ritorno a questo dialogo iniziale, che è un pò la chiave di lettura: e per tutto lo spettacolo io parlo di morte, di sofferenza, perché ogni parola chiave ha in sé l’accezione del dolore, dell’accettazione, io ho seguito un doppio binario, che è stato quello di fare battute parlando di cose dolorosissime. Contemporaneamente, il dialogo iniziale viene sviscerato in tutte le sue sfaccettature, il tutto però in maniera colloquiale: io creo questa situazione per dialogare veramente con il pubblico, per riuscire a portarlo dalla mia parte.


Io ricordo ancora Un cottage tutto per sé, dove la protagonista era Orsetta: anche lì una figura di donna a tutto tondo, lontana dagli stereotipi, profondamente vera e profondamente sola. Nel momento in cui tu scrivi un personaggio femminile, oggi che quando si tocca l’argomento bisogna stare (giustamente, per alcuni versi) attentissimi ad usare le parole e i termini giusti, cerchi di non farti condizionare dall’attualità?
Io ho una cifra stilistica, come attrice prima ancora che come drammaturga, particolarmente “naturalistica”: non ho un approccio aulico o enfatico, per me la cosa fondamentale è creare personaggi nei quali lo spettatore si riconosce, subito. Per me è fondamentale parlare di cose attuali: che, attenzione, non vuol dire “piccole”, ma con temi nei quali il pubblico può specchiarsi. Che trova vicini a sé. Orsetta era il senso della solitudine, il non rendersi conto di avere tutto solo perché il resto del mondo ti dice che se non hai un marito e non hai figli non hai niente; ma è fondamentale bastare a sé stessi, essere completi senza che qualcun altro ti renda quello che sei, ti definisca.In questo M.I.L.F. invece Sabbri ha il bisogno disperato di rimanere aggrappata alla gioventù perché altrimenti pensa che non la voglia più nessuno, pensa di non essere più nessuno. Ma non è vero. Il prendere atto che crescere e maturare ed entrare in un altro ruolo è essenziale nella vita, per raggiungere proprio quella felicità del titolo. Il mio non è proprio un giudizio contro la chirurgia estetica, io non ho assolutamente niente contro il ritocchino, ognuno può fare quello che vuole di sé stesso e del suo corpo, non è questo il punto dello spettacolo. Il punto è: cosa resta di te se hai delegato tutta te stessa a qualcos’altro? Quando questo qualcos’altro va via (che può essere la figlia come la giovinezza come la bellezza come l’immagine) cosa resta del vero te?
Adesso ho scritto un nuovo testo che, per esempio, ha a che fare con il cyberbullismo, dove una madre qualunque si trova a dover affrontare il fatto che la figlia abbia mandato foto intime di sé stessa al fidanzato, e queste foto vengono diffuse. Sono temi che a me colpiscono nel profondo: ognuno di noi deve scrivere di ciò che ci colpisce, e sono temi che hanno a che fare con la realtà attuale pur essendo macrotemi.
Io dico sempre che Sabbri e Orsetta fanno parte di una sorta di “Trilogia della Solitudine”...


Quindi il percorso continua?
Si, ho pronto anche il terzo, che prima o poi porterò in scena. Ed è un’analisi della solitudine, dell’accettarla, del viverla: sulla paura che per Orsetta si sviluppa in un modo (la ricerca disperata di un compagno) e per Sabbri in un altro (la rincorsa della gioventù per restare uguale alla figlia)... insomma, sull’accettare la bellezza della solitudine. Che non può fare che bene.





M.I.L.F. − Mamma Insegnami La Felicità
di e con
Natalia Magni
regia Monica Faggiani
scene Andrea Colombo
luci Nicola De Santis
foto di scena Samanta Sollima
produzione Magnitudo Nove
lingua italiano
durata 1h 5’
Lamezia Terme (CZ), TIP Teatro, 1° dicembre 2019
in scena 1° dicembre 2019 (data unica)

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