“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Lunedì, 23 Settembre 2019 00:00

Mario Mascitelli: il Cerchio che (non) si chiude

Scritto da 

Il Teatro del Cerchio è una realtà attiva a Parma da oltre un decennio; ne è direttore artistico Mario Mascitelli, che incontro per la prima volta a La Spezia nel 2015; ci sono le finali di In-Box e la platea ci vede spettatori contigui, inaugurando così una piccola e intermittente tradizione di visioni condivise e di chiacchiere teatrali post-spettacolo. Persona appassionata, intellettualmente onesta e buon conversatore Mascitelli, è un piacere dialogare con lui, confrontarsi su quanto visto per poi allargare lo spettro della discussione; e, dialogando ci eravamo ripromessi che ci saremmo prima o poi rivisti a Parma al Teatro del Cerchio, non appena se ne fosse data l’occasione.

Ci eravamo andati vicini circa un anno fa per il Woyzeck a cui stava lavorando la sua compagnia; poi le date di ottobre slittarono e con loro il mio giro del Cerchio. Rimandammo. Non sapevamo che quella procrastinazione sarebbe stata prolungata sine die nostro malgrado di lì a qualche mese, quando, per ragioni di agibilità, il Teatro del Cerchio sarebbe stato costretto a lasciare la propria storica sede. Abbiamo seguito la vicenda da lontano, cercando di farci un’idea e di capire quali sarebbero stati gli sviluppi e ora pare che, dopo mesi di angustie, il Teatro del Cerchio possa ripartire.
Ne abbiamo parlato con Mario Mascitelli, che ci ha raccontato quanto accaduto, fino al nuovo inizio che si profila.


Cominciamo dal principio della fine. Cosa è successo lo scorso maggio? E come è potuto succedere?
Tre anni fa l’amministrazione comunale ci ha comunicato che la nostra storica sede sarebbe stata demolita perché non più adeguata alle nuove norme sulla sicurezza. Al suo posto sarebbe stato costruito un nuovo teatro ma per noi, in ogni caso, avrebbero cercato una sede più grande dal momento che, per il continuo aumento di presenze ai nostri spettacoli, meritavamo l’assegnazione di uno spazio più idoneo. Si stava lavorando da anni al bando per un nuovo teatro molto grande, quasi terminato ma mai inaugurato, quando a un mese dal nostro trasloco ci è giunta notizia che tale bando sarebbe stato posticipato di due anni. A quel punto siamo stati obbligati a lasciare la nostra vecchia sede senza garanzie per il futuro e in attesa di poterci collocare, sempre tramite bando, nel teatro in costruzione che sostituisce quello vecchio. Direi, dopo quindici anni di lavoro sul territorio, più un passo indietro che uno avanti.


Facciamo anche noi un passo indietro: raccontiamo per sommi capi la storia della vostra compagnia e dello spazio nel quale avete operato in questi anni.
Siamo attivi sul territorio da più di vent’anni: nel 2006 otteniamo uno spazio dal Comune in cui cominciamo a programmare una stagione per adulti e una per famiglie. Nel 2007 avviamo le prime iniziative di formazione teatrale che andranno a costituire la Piccola Scuola di Teatro. Nelle prime stagioni programmavamo un massimo di dieci spettacoli tra quelli per adulti e quelli per bambini, attualmente siamo giunti a oltre quarantacinque spettacoli con artisti e compagnie anche internazionali e spesso pluripremiati. La nostra scuola dai primi quindici allievi è giunta ad averne, oggi, circa trecento con più di quindici corsi avviati.


Cosa rappresenta, ad oggi, il Teatro del Cerchio nel tessuto culturale cittadino? Che tipo di lavoro avete svolto nel corso del tempo sul territorio e sul pubblico? E che tipo di relazione sussiste tra voi e le altre realtà culturali – e segnatamente teatrali – della città e, più in generale, della regione?
Il nostro lavoro di formazione nelle scuole ci ha portato ad avere una presenza capillare in tutte le strutture scolastiche cittadine e della provincia con oltre dieci formatori impegnati in un centinaio di laboratori. Le nostre stagioni hanno costantemente registrato un incremento del pubblico rendendo il nostro vecchio spazio spesso inadeguato per capacità ricettiva. L’esserci ritagliati una credibilità teatrale sul territorio ci ha portato a diventare una realtà culturale riconosciuta dando vita anche a collaborazioni con altri teatri del nostro comprensorio e della regione. Tra le collaborazioni più prestigiose cito il Teatro Regio di Parma col quale collaboriamo da anni e che ci produce ogni anno un’opera lirica per bambini inserita nella loro stagione “Regio Young”.


Oltre ad aver inciso da un punto di vista pratico, in che misura quello che sta accadendo ha penalizzato (e potrebbe penalizzare ancora) l’aspetto artistico del vostro lavoro?
Sembra assurdo ma il non poter immaginare lo spazio del debutto ha creato un certo disagio “creativo” rallentando le fasi iniziali di scrittura drammaturgica. Niente che non possa essere recuperato per tempo. Di sicuro, allestire una stagione prendendo impegni con le compagnie senza sapere che tipo di spazio e forniture tecniche avremo avuto è stato quanto mai “azzardato”. Tuttavia i buoni rapporti creati con tutte le compagnie ospitate durante questi anni hanno fatto sì che gli artisti contattati per la prossima stagione accettassero un contratto per così dire “al buio”, fissando una data che sarebbe stata fortemente a rischio. Ma in questi mesi ci siamo imposti di non lasciarci vincere dallo sconforto e di non permettere che il lungo, faticoso lavoro di questi anni e i risultati ottenuti subissero una battuta di arresto per cause indipendenti dalla nostra volontà o dalla nostra incuria. Chi si occupa di teatro sa quanto sia faticoso ed estenuante conquistare e fidelizzare anche un solo singolo spettatore.


Vista dall’esterno (e da lontano), pare che le istituzioni locali non stiano dando – ad oggi – la dovuta attenzione alla vostra situazione: come si può spiegare questa disattenzione da parte della politica?
È ascrivibile a quel sempre maggiore scollamento tra politici e politiche culturali, o intervengono anche altri fattori?
Credo che l’amministrazione non abbia operato con malizia, direi piuttosto con disattenzione. La nostra realtà meritava sicuramente più attenzione e tempi operativi più ristretti. Credo sia mancata la volontà di risolvere il problema in maniera concreta avendo tre anni di tempo per operare. Ammetto, però, che in emergenza si sono dati da fare per risolvere la situazione. Culturalmente forse una sconfitta in vista di Parma Capitale della Cultura 2020, ma in ogni caso una soluzione sembra sia stata trovata.


Nel frattempo, come vi siete mossi? Quest’estate avete allestito e curato l’evento Spazi d’Ozio, che immagino sia stata anche un’occasione per ribadire una volontà di persistenza e resistenza. A quali scenari possibili vi state preparando?
Abbiamo attivato diverse collaborazioni sul territorio e fatto proposte all’amministrazione per risolvere la situazione. Siamo così riusciti a svolgere la rassegna estiva in uno spazio ottimale e l’inizio della nuova stagione presso un Auditorium da duecentoventi posti. È una sede provvisoria che abbiamo dovuto riallestire completamente e con diversi problemi tecnici e burocratici ma intanto... sembra si riparta.


Dopo tanto tribolare, c’era una data cerchiata in rosso sul vostro calendario: il 20 settembre scorso avete anticipato il Cerchio che sarà. Cosa riserva il futuro?

È stata presentata la nuova stagione serale (che vedrà in scena artisti del calibro di Carullo/Minasi, Controcanto Collettivo, Teatro Citta Murata e UnterWasser – finalisti In-Box 2019 – per citarne alcuni) e quella domenicale per famiglie (Teatro Pan di Lugano, Prometeo di Bolzano, Matuta di Sezze (LT), DittaGiocoFiaba di Milano e le compagnie di Circo Cometa Circus, Teatro Appeso, Circolabile). Infine tutti i nostri corsi e le attività della scuola di teatro. Una nuova sfida, una nuova rinascita. Alla serata hanno partecipato molte delle persone che seguono abitualmente le nostre proposte ma anche molti volti nuovi intervenuti per conoscere la nostra realtà. Traslocare e far migrare un pubblico è sempre cosa difficile, ma quando riesci ad affezionarlo hai compiuto parte della missione. Ci sentiamo un po’ dei saltimbanchi e questo essere nomadi ci riporta più vicini alla nostra idea di “far teatro”. Si fa dove si può, si deve o si dovrebbe. Ma in ogni caso... noi ci siamo!

Lascia un commento

Sostieni


Facebook