“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Giovedì, 31 Agosto 2017 00:00

'Atto primo' di Latella alla Biennale Teatro

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“Qual è il compito del teatro oggi? È una domanda che, presi dal fatto di farlo, il teatro, noi non ci poniamo più, non ci poniamo mai”.
Siamo seduti a parlare, tra domande, risposte, articolazione di pensieri, suggestioni varie, per questo mio incontro con Antonio Latella, da quest’anno direttore artistico della Biennale Teatro di Venezia, con mandato quadriennale, già da un po’. Nonostante l’orario da pomeriggio inoltrato e una bibita analcolica a testa, molto fredda, svuotata quasi subito, il caldo sommamente assassino crea fatica anche nel parlare. Ma le mie domande, le curiosità da collega che conosce e segue da tempo la parabola di uno dei pochi registi italiani che pratica ferocemente una ricerca teatrale indefessa, invitato regolarmente con i suoi lavori all’estero e che vive in Germania da molti anni, non si fermano, fluiscono senza intoppi.

Questo resoconto-rubrica ospitato su Il Pickwick è dunque un tentativo di dialogo e scambio su tematiche e modalità del fare teatro oggi che sento necessario e urgente. A metà circa della nostra chiacchierata il quesito di inizio articolo si è palesato e ha preso interamente campo.
“Forse è una domanda che non ci siamo mai fatti. Quando io ho cominciato non me la sono fatta, ma è proprio oggi che dovremmo farcela, ritengo. Qual è il compito del teatro?”. Il tema non è da poco e chiaramente non è disposto a farsi da parte.
Qual è lo stato dell’arte della creatività in Italia, dove pensi si possa annidare e come pensi si possa sviluppare? Certi festival sono l’eccezione, non la regola, e confrontarsi con le eccellenze e le nuove pratiche è complicato, generando ignoranza che a sua volta genera conformismo. Questa la domanda che ha creato lo spunto e alla quale Latella risponde con accorata passione. “Dove si colloca il teatro nella nostra società, oggi, quando una serie tv, ad esempio, fa milioni di spettatori e noi, se va molto bene, forse un migliaio? Dove ci mettiamo, dove ci collochiamo sapendo già di essere una minoranza? E rispetto a questa minoranza, cosa le vogliamo dare a nostra volta? È troppo facile dire che siamo fighi perché siamo diversi e perché siamo pochi: no, siamo pochi, non siamo fighi. Se fossimo fighi, saremmo tanti”. Il filo di voce di Antonio, abituato a parlare sempre in modo delicato e non invasivo, non fa fatica a fare breccia nella conversazione e nelle mie considerazioni sulla materia; a queste domande si può rispondere in molti modi. Molto del mio lavoro finora, al di là degli spettacoli realizzati, con laboratori, progetti culturali, incontri, è girato attorno alla comunicazione all’esterno, verso fasce molto diverse di utenti (studenti, giovani detenuti, borghesi assortiti), del senso del fare teatro e della sua importanza. Il neo-direttore artistico annuisce ad alcune delle mie puntualizzazioni poi al riguardo aggiunge: “Credo si tratti del portato e della singolarità della nostra storia. Noi abbiamo avuto il ‘capocomicato’ a segnare il bello e il cattivo tempo del nostro teatro. Sinceramente inorridisco quando ne sento invocare un ritorno anche perché i grandi maestri del Novecento hanno fatto di tutto per raccontare altro e in mille altri modi. Già questo segna un bel po’ la nostra storia. Poi, pensiamo alla Germania: ha perso la guerra, il Paese era distrutto e gli uomini avevano perduto, come dire, tutto il loro appeal. Sono state le donne a ricostruire il Paese. Il loro teatro è così diventato un teatro di drammaturgia, mentre noi siamo stati, da un certo punto in poi, il Paese della regia, con i grandi della regia critica nel Novecento eredi, in certo qual modo, di quel ‘capocomicato’ di cui dicevo prima. Oltre la singolarità della nostra storia, poi, si pone il dato economico: in altri Paesi i teatri hanno budget mai visti nel nostro, cinque, dieci volte superiori anche ai nostri nuovi teatri nazionali. Fuori dall’Italia la cultura ha un valore industriale. Ecco perché credo sia importante chiederci oggi qual è il compito del teatro. Da noi trovi la forza artistica, un alto senso della ricerca, mancandoci le risorse ci spremiamo per ottenere tanto da poco e abbiamo un’etica dell’approfondimento raro ma è innegabile che ci sia un grosso problema sociale legato al teatro. Forse noi stessi siamo colpevoli di non aver mai avuto la forza di far sentire ai cittadini che noi teatranti siamo come loro, creando invece una distanza che, storicamente, credo nasca proprio con la figura del ‘capocomico’, dando vita nei suoi confronti a una sorta di sudditanza napoleonica del tutto anacronistica e ingiustificata. Anche sindacalmente il nostro lavoro non è tutelato e non facciamo molto per farlo tutelare. A differenza, per esempio, dei francesi che quando scioperano lo fanno per quattro mesi ininterrotti bloccando cartelloni e festival, noi scioperiamo di lunedì”. Antonio parla tutto d’un fiato, anche se non sembra. Il suo ragionare pacato ma deciso porta ad una conclusione senza appello: in altri Paesi il popolo riconosce che il teatro è qualcosa di fondamentale per la loro società, mentre da noi forse, a stento, lo riconosce la borghesia. Tutto il resto è conseguenza di questo, aggiungo io.
Siamo al piano superiore del bookshop dell’Arsenale, la polivalente area che la Fondazione Biennale impiega per il teatro, la danza, l’arte, l’architettura e altro ancora, riutilizzando da vari anni questa vasta area storica, divenuta la cittadella dove immaginazione e azione si incontrano e dove ci si sposta su funzionalissime macchinette elettriche a sette posti.
Ma facciamo un passo indietro: appena seduti al tavolino, accaldati e sudati, il nostro dialogo prende ovviamente le mosse da questi quattro anni di mandato e dalle sue intenzioni in merito, rivelate in parte da questo ‘Atto Primo: Regista’, focus sulla figura del Regista e, segnatamente, su nove registe donne provenienti da mezza Europa e mai state prima in Italia. Inoltre, altro stigma della nuova direzione artistica, il festival non più come contenitore, seppur prestigioso, di prime mondiali e di nomi altisonanti del panorama internazionale, ma incubatore di percorsi e conoscenze grazie a retrospettive e mini-personali dedicate alle registe invitate. Quattro anni intesi come un unico percorso a tappe, gli chiedo, quindi. E lui: “Credo di poter già dire che la misura è giusta, gli artisti sono felici di poter raccontare un percorso più che un singolo spettacolo. Questa cosa resterà di sicuro. Non voglio far vedere il teatro, ma far parlare di teatro. Le specifiche per i prossimi anni non mi sono ancora chiare, invece, ma lavorare quest’anno sulla figura del Regista, focalizzandolo per di più sull’universo femminile, mi ha aiutato a fare una ricerca importante. Cosa fondamentale in tutto questo è, però, l’apertura totale nei miei confronti da parte del presidente Baratta, che mi ha dato completa carta bianca”. Sì, ma perché proprio e solo registe donne? “Le donne sono più potenti. Non perché più avanti o chissà che, è che sono più coraggiose anche nello smontare la propria ricerca per poter trovare una loro necessità di linguaggio. Uno vede due spettacoli della stessa regista e magari non ne riconosce la mano. Sono più disponibili a ‘montarsi’  e ‘smontarsi’, per di più senza mostrarlo come invece spesso facciamo noi uomini, che in più sottolineiamo e marchiamo. In una donna, invece, c’è proprio un’esigenza totalmente altra. In questo nuovo millennio, nel quale non esiste più il regista-dittatore del Novecento, oggi il Regista è colui che veramente mette assieme dei talenti e li porta ad un certo livello, creando delle squadre, e questo alle donne registe viene più naturale. Noi siamo più legati a un’idea datata, ci sentiamo condottieri di una nave. Forse è anche il loro limite, in fondo, quello di voler fare sempre famiglia, di voler essere sempre amate, ma allo stesso tempo è anche un loro pregio enorme”. Dopo una spiegazione del genere non posso non chiedergli che criteri di selezione abbia utilizzato per individuare le nove registe. “Cercavamo artiste il cui processo creativo ci ‘parlasse’ più del singolo spettacolo. Con i miei collaboratori siamo andati a trovarle per vedere come lavorano, che tipo di pubblico hanno e come parlano al loro pubblico, che esigenza di ricerca piuttosto che di carriera hanno. Ho invitato quelle che sentivamo avere un linguaggio, una loro urgente modalità di racconto e sono rimaste fuori quelle che, a mio parere, ‘confezionano’ spettacoli”.
Quando passo a domandargli cos’è o cosa dovrebbe essere per lui, oggi, un festival di teatro, la sua risposta lapidaria, ovvero che “... un festival è la possibilità di fare cultura, ma che questo concetto va necessariamente contestualizzato al singolo Paese”, mi sorprendo a ripensare a quante differenze abbia sempre percepito negli anni tra il teatro italiano e il teatro che sono andato a cercare e a vedere all’estero. “Se contestualizzo, posso dire che i festival sono la realtà italiana che racconta di più quello che succede nel teatro e nella ricerca, non solo di qua ma anche di altri Paesi. I festival sono felicemente ‘condizionati’ dal non avere abbonati, dall’avere direzioni artistiche che fanno di tale prerogativa un gesto artistico. Per me, poi, il festival è e dovrebbe essere un luogo in cui le persone che vengono, gli spettatori, devono lavorare, devono nutrirsi di quello che accade, non devono essere intrattenute”. Vedo tanto teatro da tanti anni, oltre a farne, e non poco, da altrettanti, e mi sono spesso fermato a pensare alla mancanza di ratio di certi lavori, di certi cartelloni, di certi festival. Mi sembra importante, fondante, capire e condividere con i colleghi cosa significhi tutto questo, cosa possa e debba significare. Ci mettiamo così a parlare della storia di alcuni festival, e Antonio sottolinea l’importanza di quelli nati sull’onda dell’impegno di persone che si sono unite per essere fertili culturalmente e di come questa ratio li identifichi, li innalzi e li faccia durare nel tempo a differenza di quelli nati per volere della politica ma senza avere, appunto, una precisa natura e un preciso scopo culturale. Quando gli chiedo qual è stato il primo festival ad averlo segnato, come persona prima e come artista poi, la sua risposta, alla fine, lo fa sorridere e fa sorridere me: “Essendo cresciuto a Torino sicuramente il Festival delle Colline. L’ho visto nascere e ho amato come sapesse e volesse mettere assieme le persone. Come artista, invece, pur non essendoci mai stato, il festival di Santarcangelo. Ho sempre ‘rosicato’ di non esservi mai stato invitato”. Il caldo non diminuisce ma l’incontro mi sembra incanalato sul binario di uno scambio proficuo, senza reticenze e resistenze.
Dopo aver letto da qualche parte una sua dichiarazione a proposito di ciò che noi oggi consideriamo tradizione, e che un tempo fu di sicuro innovazione, rifletto sull’esistenza di un evento o di una sorta di scadenza a seguito della quale avviene questa specie di trasformazione alchemica. Insomma, esiste una tempistica nella formazione di un classico? “Nel momento in cui il pubblico assimila un nuovo linguaggio, lo accetta e lo riconosce, diventa un classico. Certo, ci sono drammaturgie che non sono mai riuscite in questo, penso a Testori. Ma questo vale anche per la drammaturgia visiva: alcuni all’inizio svuotavano i teatri poi piano piano sono diventati riconoscibili e hanno cominciato ad ispirare altri”. Tipo Leo? “Sì, tipo Leo De Berardinis. Ma anche tipo Pina Bausch: quando ha debuttato, a Wuppertal tiravano le sedie, fischiavano, se ne andavano. Heiner Müller diceva: ‘C’è il teatro che si vuota, andiamo a vedere che succede’. Oggi invece, anche dopo la sua morte, cosa accade? La gente si alza invariabilmente in piedi per applaudire”. Eisiste qualcuno oggi in Italia in grado di ispirare altri, nel mondo? Dopo averci pensato un attimo su, Latella risponde che c’è un solo artista, secondo lui, il cui nuovo linguaggio, e a prescindere dai gusti personali, è riuscito ad imporsi negli ultimi due decenni: Romeo Castellucci: “Quando parlo con registi di altri Paesi, l’unico italiano che citano tra i ‘maestri’ in assoluto è lui. Il paradosso è che in Italia non viene prodotto“.
Il tempo ormai stringe, torno ai temi della Biennale per sapere alcune ultime cose. Il Leone d’Oro alla carriera, per esempio: per la prima volta è stato assegnato ad una scenografa, la tedesca Katrin Brack. Conoscevo di fama quest’artista e ne avevo visto alcune imponenti scenografie in video o in foto: la sua forza, a mio parere, risiede nella ciclopica forza visionaria della moltiplicazione del ‘segno' scelto, nella sua re-iterazione che lo enfatizza diventando, così, a sua volta, un pezzo di drammaturgia dello spazio con il quale il regista deve fare abbondantemente i conti. Come sei arrivata a lei? “Mai avrei pensato nella vita di dover segnalare e designare qualcuno per il Leone d’Oro. Dovendolo fare, ho stilato un elenco di registi che stimo ed enorme è stata la mia sorpresa quando ho scoperto che il comun denominatore di questa breve lista di tre nomi era quello di avere per tutti e tre la firma della Brack come scenografa. A quel punto, non ho avuto il minimo dubbio: le sue scenografie, la sua scrittura scenica che diventa drammaturgia registica, hanno condizionato felicemente la mia crescita e quella di molti registi e artisti. Sono felice di averla proposta e premiata”. Le Masterclass, Antonio: ereditate dal tuo precedessore hai voluto allungarle in durata. “Sì, entrare in contatto con un artista che ha presentato una ‘personale’ significa conoscerne la grammatica, decodificarla, capirne i rimandi interni. Rimanere dieci giorni con quest’artista, oltre che alcuni iniziali anche con me, ha una sua forza e un suo senso, mentre prima i giorni erano solo tre. Ho poi chiesto a ciascun maestro di scegliere una figura iconica femminile suicida e di lavorare su queste figure. Al termine delle Masterclass tutti i lavori verranno proposti assieme per due giorni. Infine, c’è il bando under 30 per i nuovi registi, cosa a cui tengo particolarmente”. Un’ultima cosa, un’ultima curiosità, come dire, interessata. Da drammaturgo mi chiedo se l’Atto Secondo del direttore artistico potrà essere il Drammaturgo e allo stesso tempo gli chiedo cosa pensa lui della drammaturgia contemporanea... “Potrebbe essere, sì. Ma intanto c’è tanta drammaturgia già quest’anno: molte delle registe sono drammaturghe e in generale sento tanta voglia di drammaturgia. Quando mi invitano a far parte di qualche giuria per selezionare un testo, non scelgo subito quello che piace a me ma quello che penso possa rimanere in una libreria. Nel contempo, amo la scrittura drammatica e la frequento assieme a due drammaturghi miei collaboratori storici, Federico Bellini e Linda Dalisi. Ci piace scrivere, ci piace riscrivere, ci piace fare anche cazzate e tante cose sono magari venute male, scritte male, al punto che forse era meglio fare gli originali. Ma la sfida della drammaturgia è vitale, è importante e vale la pena di essere affrontata”.
Ormai si è fatto tardi, siamo rimasti da soli e... ci hanno di fatto chiusi dentro. Non ci resta che scavalcare una catenella messa sulle scale tra il primo piano e l’ingresso del bookshop. Non una cosa difficile, sia chiaro, ma la sento vagamente simbolica. Non so di cosa ma sento che lo è. Entrare nella bottega di un artigiano è sempre una responsabilità e un direttore artistico è di sicuro un artigiano che deve saper avere molte doti e tutte insieme.
Da spettatore e cittadino, prima ancora che da addetto ai lavori, provo sempre benevolenza e apertura nei confronti di chi, da artigiano, intraprende un percorso nuovo, lo saluto con gioia.
Ci salutiamo e ci ringraziamo e non appena si allontana, all’improvviso, mi torna in mente con lucida immediatezza l’ultima volta che ho visto Antonio Latella in teatro nelle vesti di attore, diversi anni fa. Si trattava di un Aiace di cui non ricordo chi firmasse la regia né l’adattamento. Era un monologo e lui era molto forte, in scena. Ad un certo punto parte un pezzo musicale e io resto di stucco: stavo preparando a mia volta uno spettacolo e durante le prove avevo inserito proprio lo stesso pezzo, un brano di Tricky.
La scena commentata da quel brano mi piacque molto e io decisi all’istante di provare la mia scena con un altro pezzo, sempre di Tricky.
Ancora oggi sono molto contento di aver fatto quel cambio, ispirato da quella coincidenza.
Vedere teatro, anche per chi lo fa, ha un valore inestimabile.
Buon lavoro per gli Atti dei prossimi tre anni.





leggi anche:
Giovanni Meola, La famiglia artistica di Nathalie Béasse (Il Pickwick, 28 agosto 2017)





Biennale Teatro Venezia 2017 – 45. Festival Internazionale del Teatro

(dal 25 Luglio al 12 Agosto 2017) 
direzione artistica Antonio Latella
presidente Biennale Paolo Baratta
http://www.labiennale.org/it/teatro/2017

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