“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Martedì, 27 Novembre 2012 06:50

Leggo Joyce seduto sulla tazza del cesso e non mi stupisco dinanzi alla sua epica quotidianità

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Mark Spencer gli era sembrato da subito un nome appropriato e se l’era preso al volo… pensava che fare la vita e la carriera dello scrittore con uno stupido nome italiano sarebbe stato più da coglioni che altro “meglio l’america” ripeteva e s’era messo un nome americano che gli scivolasse addosso come un vestito fresco di sartoria
praticamente nessuno dei suoi amici o conoscenti di sorta sapeva il suo vero nome di battesimo forse solo la madre ma anche lei per vantarsi con le amiche dal parrucchiere o al club del taglio-&-cucito diceva con certa boria da laureata “si… io sono la mamma di Mark Spencer lo scrittore”

Mark Spencer non era bello e non aveva nemmeno un briciolo di fascino dalla sua: aveva una fittissima capigliatura mora sempre scarmigliata con una orribile attaccatura che gli partiva quasi dai sopraccigli ed una magrezza indosso che gli devastava lo stile nel vestire ma aveva classe tuttavia e ci sapeva fare con le donne… come potesse portarsene circa una diversa a settimana su in camera era qualcosa che lasciava interdetti anche i suoi più calorosi lettori “come diavolo fa quello? brutto come la morte” si ripetevano e vedendolo dritto negli occhi dinoccolare dal suo metro-e-ottantacinque per la via non riuscivano a darsi una risposta plausibile “deve avere delle doti nascoste, quello” congetturavano… “oppure va a puttane e basta” il più maligno azzardava
di veri amici Mark Spencer non ne aveva preferiva la compagnia di donne dalla rettitudine alquanto equivoca o al massimo la solitudine e certo non per trovare l’ispirazione “io me ne fotto dell’ispirazione” sempre sentenziava… piuttosto perché in gruppo non ci sapeva stare conscio di essere noioso nel dialogo, incapace di battute, inabile ad ascoltare, dalla dialettica alquanto blanda e screditabile, ma ancor più sapeva di risultare come il più brutto della combriccola sempre… preferiva quindi star solo tutta notte e ciondolare per la strada fumando e parlando al telefono, le donne migliori della sua vita le aveva conquistate al telefono; oppure preferiva star solo al bancone d’un bar fumando e bevendo quanto poteva… solo lì al bar sentiva di essere qualcuno nelle luci scure che adombravano la sua magrezza e velavano l’aspetto non proprio gradevole del suo volto scarnificato
una sera di settembre Mark Spencer lo scrittore era di nuovo lì al bancone del suo solito bar teneva in mano il suo quinto bicchiere di scotch senza ghiaccio ci aveva già provato con due ragazze di non acclarata bellezza se ne stava da solo aspettando che qualcosa gli capitasse guardava nello specchio la sua orribile attaccatura dei capelli sperava nel successo
poco dopo mentre Mark Spencer terminava il suo bicchiere e diceva al barista con noncuranza calcolata “un altro” gli si avvicinò un tizio mezza statura e capelli radi tutto stupidamente vestito di jeans un orecchino di brillante al naso
“ciao amico” gli disse con voce ferma di chi sa quel che deve dire in certe circostanze
“ciao” rispose Mark Spencer lo scrittore senza nemmeno guardarlo in viso
“tu sei Mark Spencer vero? lo scrittore, se non mi sbaglio”
“già… sono io… hai detto bene: lo scrittore” quanta enfasi mise in quell’ultima parola, forse era quello che stava aspettando per quella sera
“beh… io sono Leo piacere” e gli allungò speranzoso una mano
“il piacere è tutto tuo” sussurrò afono Mark Spencer: sguardo cogitabondo e fisso nello specchio mano serrata al bicchiere sdegnosa della profferta di saluto di Leo… “un altro” ripeté al barista per nulla incuriosito da quella nuova conoscenza dell’ormai famoso Mark Spencer lo scrittore
“beh, cosa ci fai qui stasera Spencer? pensavo che gente come te frequentasse altri posti e non un posto come questo”
“mi capita spesso di venire qui… non mi piace la folla” rispose senza ancora degnarlo d’un’occhiata foss’anche solo di schifo, intervallando le sue frasi ben costruite con sorsate brevi e lunghe pause prefabbricate
“si ti capisco, anch’io odio la gente”
“già”
“ma ci sono mille posti migliori di questo, con dentro cento fiche e altri scrittori come te” diceva iniziando a strizzare freneticamente gli occhi bovini che denotavano scarsezza d’acume
“non mi piacciono gli scrittori” disse Mark Spencer e finì il bicchiere
“se permetti il prossimo giro lo pago io: un altro per lo scrittore” disse Leo
“certo che ti permetto, grazie” disse Mark Spencer e si accese un’altra sigaretta; iniziarono a bere entrambi e Leo riattaccò
“allora, che diavolo ci fai tu qui stasera Mark?” Leo era d’improvviso passato ad un’intimità pronominale che a Mark Spencer diede subito sui nervi
“ci faccio i cazzi miei…” disse secco – sguardo sempre al bicchiere – sperando di tagliar corta quell’odiosa conversazione non voluta
“hey hey, scusami tanto non volevo infastidirti, non t’ho chiesto mica dei soldi mi pare” disse accigliato Leo
“e ci mancherebbe” rispose Mark Spencer lo scrittore schiacciando la cicca “avresti fatto proprio un bell’affare”
“beh… arrivati a questo punto te lo devo proprio dire: ti ho letto, sai? ho letto quasi tutto quello che hai scritto” confidò con occhio sempre più tremante
“grazie tante amico… allora il prossimo giro lo pago io: altri due” disse schifato Mark Spencer lo scrittore
“ma a dirti la verità, Spencer, tu scrivi solo merda” sbottò Leo
“beh… anche questo mi capita spesso di farlo” glissò Mark Spencer lo scrittore
“no ascoltami bene: tu scrivi solo merda e mi sono rotto di leggerti”
“questi sono problemi tuoi… non leggermi più”
“e invece no Spencer, perché questi sono anche affari tuoi: fai schifo!” iniziava ad alzare la voce, leggermente a sudare
“beh… questa è una tua opinione” Mark Spencer intanto beveva
“scrivi sempre di donne e di scopate e invece eccoti qui solo come un cane… tu di donne non capisci un cazzo, MARK!” il tono della voce saliva ancora
“forse hai ragione… ma ora sparisci dai miei coglioni”
“e invece no, ho deciso di star qui a romperteli stasera… Spencer!” gli occhi gli ripresero a strizzare, con intensità crescente
“non mi bastano editori giornalisti critici letterari cattolici e mia madre a rompermi le palle sui miei libri, ora ti ci metti pure tu… lasciami in pace” e riprese a bere dal suo bicchiere nuovamente pieno
“sentimi bene Spencer: scrivi sempre di mille donne ai tuoi piedi, di corse in macchina, di soldi, di avventure… ma dove cazzo sono tutte queste cose?” gli chiese con tono più pacato Leo
“non saprei, mi sa che stasera le ho dimenticate sul comodino di casa” disse Mark Spencer lo scrittore
“ma bravo… fa anche il simpatico ora Mr. Spencer! ma dimmi un po’, oltre a scrivere stronzate sulle donne, cosa fai nella tua pidocchiosa vita di merda?” chiese Leo
“beh… leggo Joyce seduto sulla tazza del cesso, talvolta” disse Mark Spencer lo scrittore
“e ti piace?” domandò incuriosito Leo
“mica tanto… però mi fa venire da cacare!”
“che razza di stronzo che sei Spencer! Joyce, lui si che era qualcuno, un vero scrittore, mica un perdente come te”
“anche questa è una tua opinione” disse lievemente Mark Spencer accompagnando il tutto con inspiegabile sorriso di soddisfazione
“senti Spencer… sono davvero stufo di te e del tuo successo! cosa devo fare per non leggerti più… mai più?”
“tirati le seghe” e dopo questo accorato consiglio paterno Mark Spencer lo scrittore ordinò l’ennesimo giro
a quest’ultima risposta Leo reagì allestendo una faccia un po’ schifata, ma vagamente rabbonita e contrito sbuffò, aprendo vagamente le sue labbra oscene e facendovi affacciare un sorrisino acido e affilato
“scusa Spencer, scusami per quello che t’ho detto, sono nervoso stasera, è stata proprio una giornataccia per me” e mise mano alla tasca interna della sua stupida giacchetta jeans: ne tirò fuori un libello
“questo è il tuo ultimo libro di poesie… scusa… non è che me lo firmeresti?” disse e lentamente mise mano all’altra tasca interna, mantenendovela ficcata dentro senza nulla estraendovene
“beh amico… devo ammettere che stasera mi hai davvero stufato ma ti accontento” dispensò Mark Spencer lo scrittore
mise giù il bicchiere e tirò fuori una biro priva del tappo per la dedica “però… è il primo autografo della mia vita” pensò pervaso da un’ondata d’autostima e per la prima volta girò lo sguardo verso Leo nell’atto di restituirgli il libretto
Mark Spencer lo scrittore non ebbe nemmeno il tempo d’intravedere il minuscolo punto-luce di brillante piantato sul naso di Leo ma unicamente il levigato foro metallico della pistola estratta con calma dalla seconda tasca della giacchetta jeans, lì spiattellato fra gli occhi e poi solo il tremendo schianto
la pallottola calibro 7,65 Parabellum gli trapassò il cranio da parte a parte e andò a conficcarsi nel muro alle sue spalle accompagnata da frammenti di materia cerebrale ora depositati sui colli allungati di alcune bottiglie ancora intonse
il corpo senza vita di Mark Spencer si accasciò pesante sul bancone fracassando l’ultimo bicchiere di scotch della sua esistenza
Leo – con calma pastorale – rimise a posto la pistola nella tasca della sua giacchetta jeans stringendo fra le mani il libretto di poesie autografato di fresco
“ma che diavolo hai combinato?” gli urlò in faccia il barista “era un tipo a posto quello, il mio miglior cliente… perché?” ma nel suo intimo pensava a chi gli avrebbe pagato il conto per quella sera (e per tutte le altre che Mark Spencer aveva scientemente lasciato in sospeso)
“era il mio eroe … quello stronzo aveva proprio del talento, cristo, aveva classe, era un grande scrittore Spencer, il mio preferito” e vuotò il suo bicchiere di gin liscio brindando alla memoria di Mark Spencer lo scrittore
dieci minuti più tardi Leo l’assassino – lo stropiccio dell’occhio finalmente acquetato – veniva trasportato fuori dal bar da una pattuglia della polizia senza opporre resistenza alcuna
sorrideva appena stringeva fiero fra le mani l’ultimo libro di poesie autografato da Mark Spencer lo scrittore   

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