“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Venerdì, 22 Marzo 2013 05:19

Ferdinando, un po' dramma, un po' farsa

Scritto da 

“Chi non tiene passato non tiene manco futuro”: parole pronunciate sul bordo d’un solco profondo che separa due epoche, un passato nostalgico da un presente incalzante; un solco sul bordo del quale si consuma un passaggio, col suo portato di resistenze e dolori, angherie e rifiuti, in nome di un misoneismo che sottotraccia contiene i germi infecondi dell’immoralità e del ladrocinio.

Teatro un interno tardo ottocentesco, che s’arrocca baluardo in ripulsa all’Italia Unita; è lì, in quell’interno, che si consuma un dramma delle meschinità che facilmente si fa metafora politica di un’epoca di transizione (volendo, di ogni epoca di transizione, coi suoi corollari di resistenza e decadenza), ma anche – se non soprattutto – specchio rifratto di disperazioni possibili e ossessioni probabili connaturate all’animo umano.
Riproposto da Arturo Cirillo, il Ferdinando di Annibale Ruccello conserva intatta la propria freschezza di opera destinata a rimanere quale patrimonio drammaturgico nostrale; in parte perché di propria vita vive e di propria luce è capace di brillare, in parte perché la rilettura di Cirillo ne restituisce sulle tavole del San Ferdinando una visione che, pur personale, non tradisce l’essenza originaria.
In un clima decadente da fine d’epoca, l’interno abitato dalla baronessa Clotilde di Lucanigro e dalla di lei misera cugina Gesualda, un interno fatto di meschinità condivise, livori più o meno sottaciuti e insofferenze più o meno striscianti, in cui tutto il malanimo si convoglia verso l’invasore sabaudo portatore fra l’altro d’una lingua “barbara e senza sapore”, viene sconvolto dall’arrivo del giovane sedicente nipote delle due donne, Ferdinando, che nutre di lussuria abilmente indotta la pervicace vocazione al meschino che pervade ciascuno dei personaggi, compreso il parroco Don Catellino, frequentatore della casa, nonché amante di Gesualdina; di fatto è Ferdinando a fungere da detonatore delle bombe ad orologeria a carica laida innescate in ciascuno, scatenando con abilità da lestofante consumato un tourbillon di gelosie e risentimenti che combinandosi in miscela torbida danno luogo ad una tragedia della morbosità.
In un gioco costante di luce e penombra che sembra rimandare anch’esso al passaggio epocale e che a evocar regesto d’un passato splendore vede un lampadario caduto che rannicchia su un fianco di scena, si dipana un dramma in versione kammerspiel che ha il suo centro nevralgico in una lingua – il napoletano barocco e “chiantuto” cui si fa esplicitamente riferimento citando la Posillicheata di Pietro Trinchera – lingua che diventa essa stessa “attore” della pièce; lingua sulla quale viene svolto un lavoro notevolissimo da Sabrina Scuccimarra e Monica Piseddu – le attrici che interpretano rispettivamente Clotilde e Gesualda – nessuna delle quali è napoletana, ma entrambe in grado di ricreare in assito, soprattutto la Scuccimarra, l’habitat linguistico proprio della scrittura ruccelliana. Una lingua che, quasi sostenuta con integralismo da Donna Clotilde, viene violata dall’ingresso in casa di Ferdinando, col suo italiano pulito in cui si esprimono i modi affettati da sedutore che saranno grimaldello efficace per far breccia in cuori (e membra) più o meno astinenti, ma comunque bramose di fresca carnalità, al fine di perpetrare a sua volta ladresco inganno.
In questo gioco di seduzioni e sotterfugi si cela en travesti la contrapposizione ideologica di due mondi, di passato e presente, ma anche la contrapposizione di anime desolate, che vedono messa a nudo la propria ambiguità attraverso il paradossale gioco di uno svelamento che avviene mediante il travestimento; non a caso, l’ultimo quadro di scena vede Ferdinando rivelare se stesso, la sua reale identità, il suo vero nome (Vittorio Emanuele Filiberto, più sabaudo e meno borbonico di così…), con indosso vesti d’arcangelo con tanto d’alucce sul dorso.
Il gioco che si crea in scena, grazie a quella lingua iperbolica e icastica che informa il testo, finisce per suggerire un travestimento del dramma in forma di commedia, suscitando a più riprese effetti comici, quasi farseschi, che fanno presa sul pubblico, suscitando le risa anche laddove forse il preponderante senso del tragico potrebbe al più suggerire l’amarezza d’un sorriso acre e disincantato.
Un effetto distonico rispetto a quel che c’è parso di cogliere, e cioè un senso del tragico e dell’umano messo in scena con acume drammaturgico, rileggendo Ruccello, firmando Cirillo.

 

 

 

Ferdinando
di
Annibale Ruccello
regia Arturo Cirillo
con Nino Bruno, Arturo Cirillo, Monica Piseddu, Sabrina Scuccimarra
produzione Fondazione Salerno Contemporanea - Teatro Stabile di Innovazione
in collaborazione con Benevento Città Spettacolo 
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Badar Farok
musiche Francesco de Melis
regista assistente Roberto Capasso
lingua napoletano e italiano
durata 2h 15’
Napoli, Teatro San Ferdinando, 20 marzo 2013
in scena dal 20 al 24 marzo 2013

Lascia un commento

Sostieni


Facebook