“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Martedì, 19 Marzo 2013 09:30

Un lettura dei Promessi Sposi

Scritto da 

Sulla scena appaiono due attori che indossano una reticella verde cadente sulla spalla sinistra, portano due pistole, un coltellaccio, uno spadone, baffi lunghi e folti. Si tratta del Griso e del Nibbio, immagini speculari dei padroni presso cui lavorano. Di fatto ad un Don Rodrigo che rimanda alla figura del Don Giovanni corrisponde un Bravo che è espressione della logica perversa di una volontà di potenza risolta nel culto della forza e del denaro.

Sono proprio tali Bravi a fornire una lettura dei Promessi Sposi che induce lo spettatore a focalizzare l’attenzione sull’ambientazione storica in cui è inserita la favola del romanzo. Il contesto in cui ci troviamo è quello lombardo del XVII secolo, dominato dalla prepotenza dei signori feudali, che si sostituiscono con estrema facilità all’autorità costituita. L’idea di giustizia che ne risulta si caratterizza per i criteri arbitrari e personali e per una legge che resta lettera morta. Siamo così messi di fronte ad una società in cui l’arbitrio è eretto a sistema e che i due Bravi filtrano attraverso i loro costumi, le loro passioni e i loro sentimenti. Se l’ispirazione al vero corrisponde agli obiettivi programmatici dell’estetica romantica propria della poetica manzoniana, la rilettura operata dai Bravi invita, all’opposto, a rinunciare ad uno sguardo obiettivo sulla realtà. Tale sguardo infatti corrisponde tout court ad un rigido moralismo che porta l’autore a ritenere provvidenzialmente che il bene primeggia sempre sul male.
In Manzoni, infatti, nonostante l’umanità sia caratterizzata dal dolore, non si può parlare propriamente di una visione pessimistica della vita, la quale è sempre illuminata dalla luce della fede. Il messaggio che invece sembrano voler offrire i due Bravi in scena è che in realtà il bene non trionfa sul male, che la giustizia non sopravvive alle insidie della prepotenza in virtù di una fiduciosa attesa, che un’inflessibile dedizione alla causa del bene può essere priva di riscontri positivi. Il sentimento doloroso della vita, riscattata dalla visione serena ed equilibrata della Provvidenza, manca del tutto nella prospettiva del sentire comune dei Bravi. Essi sanno che la malerba che rappresentano è inestirpabile, che esisteranno sempre a dispetto dello scarso spazio riservato loro dal Manzoni, il quale al termine del suo romanzo si limita a citare il Nibbio solo perché questi si è lasciato impietosire dall’umanità di Lucia, rappresentando così il prologo della successiva conversione dell’Innominato. La prospettiva laica e disincantata degli attori in scena urta, in tal modo, con l’ispirazione morale e religiosa offerta nel romanzo. L’immediatezza e la schiettezza del sentire di Bussagli e Gentili ci priva, del resto, di quel  lirismo che sostanzia la religiosità del Manzoni, offrendo solo una fredda, sintetica e distaccata descrizione della realtà storico-sociale del tempo. Il tentativo di minare i canoni tradizionali che portarono il Momigliano a parlare dei Promessi Sposi come “l’epopea della Provvidenza”, non riesce, perché tolta l’istanza poetica che animava la scrittura manzoniana non rimane altro che la materia bruta di un mondo dolorante e corrotto senza prospettiva. I due interpreti tentano di rendere conto di tale mondo, ma è mancato il loro giusto pathos che avrebbe dovuto suggerire al fruitore di una tale rappresentazione teatrale meraviglia e commozione.

 

 

 

Questo matrimonio non s’ha da fare!!! “I promessi sposi” raccontato dai Bravi
da
Alessandro Manzoni
riduzione e regia Paolo Bussagli
con Paolo Bussagli eCarolina Gentili
produzione CDRC di Firenze
Napoli, Teatro Sancarluccio, 16 marzo 2013
in scena 16 e 17 marzo 2013

Lascia un commento

Sostieni


Facebook