"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 28 Gennaio 2013 17:21

dolore

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ho trovato perché non ho cercato

Siddharta

 

  

una volta soltanto ho sfidato l’infinito nella mia vita e ci sono rimasto bruciato, è stato come se la punta incandescente di un ago mi fosse stata puntata su di un testicolo: si consideri quel dolore e lo si moltiplichi per un milione di volte: siamo ancora lontani… e poi brucia da farti raccare in strada

 

   ricordo di aver sentito una volta in un film un tizio che mentre s’arroventava l’indice al lucignolo d’una candela ecclesiastica, pontificava solenne che il dolore del siddetto Inferno ha due aspetti, uno materiale e uno spirituale (infinito per l’appunto) “e si sa che quello peggiore è quello spirituale”… personalmente reputando siffatti ragionamenti quali sincere minchionerie, ciò non peraltro debbo confessare che a me è – almeno una volta – realmente capitato di sfidare l’infinito… una sola volta e ci rimasi scottato: roba da restarci secco

   qualche tempo fa ero per strada in macchina che giravo cercando di dimenticare tutto lo schifo che da qualche tempo mi stava annegando: mollato dall’ennesima ragazza, sul lavoro me l’avevano praticamente messo al culo scegliendo un raccomandato al posto mio, salute cagionevole più del solito, amicizie azzerate a causa di certi viziacci anti-sociali… insomma nell’arco di meno d’una settimana avevo perso donna amici soldi salute

   fu allora che sentii come uno schianto dentro: come se qualcuno volesse rapinarti, tu gli dai pure tutto quello che hai in tasca ma quello ti scarica la sua pistola in pancia lo stesso

   insomma giravo in macchina quella sera fumando un sigaro dopo l’altro, dimentico di tutto, voglioso solo di vedere le strade vuote e penetrarle a 120 all’ora

   talvolta giravo lentamente – il proverbiale gioco freno-frizione – osservando i passanti e le mignotte che battevano lungo i marciapiedi, e i passanti che andavano dietro alle mignotte, e i cani randagi in cerca d’immondizie fresche e qualche barbone che rovistava cassonetti a tenzone coi predetti cani

   passai lentamente nei pressi dello sportello bancomat d’un’agenzia di credito (abbisognavo di contante se volevo dare un senso alla serata continuando a bagordare) quando fui fulminato dalla vista d’una mulatta dal sedere altissimo e da un generosissimo seno che quasi esondava  dal reggipetto di pelle a borchie tanto vi ci era dentro compresso; non so ridir cosa fu o non fu ma inchiodai con la macchina vicino a quel mammifero perfetto e chiesi quanto volesse

 “se mi dai 50 euro ti faccio vedere il paradiso, amore” disse con voce roca; per me che venivo da una settimana d’inferno 50 euro non mi parve affatto un prezzo esagerato per un giretto in paradiso

“d’accordo… monta” le dissi cagnescamente e ripartimmo

   cominciammo a parlare e in meno di cinque minuti m’aveva già bello che stufato: tutto della sua vita, la mamma battona, il babbo impiccato (debiti, forse), i nonni emigrati dall’Eritrea coloniale; io avevo già cambiato idea “pensa tu che idiota … andare a puttane” frenai di botto

“che c’è tesoro? vuoi farlo qui in mezzo alla strada?” mi chiese accarezzandomi l’interno coscia

“no senti… è che ho cambiato idea: vattene!” dissi perentorio

“come vattene! sei tu che mi hai caricato! non puoi cacciarmi via così” mi disse innervosita, stava perdendo tempo e danaro, potevo capirla benissimo

“t’ho detto che ho cambiato idea, scusami… scendi, va’ via”

avrei potuto pagarle il disturbo, risarcirla almeno dell’uscita notturna… ma non ero proprio in condizione di simili generosità

“non puoi farlo… ora sono che io che c’ho voglia”

“ho detto di no… vai a fare in culo ora: VIA” alzavo la voce

“ma come? sei frocio forse?” disse in tono di sfida

   ammetto che il mio orgoglio virile ne fu tangenzialmente colpito e stavo quasi per risponderle indispettito cascando così nella sua trappola provocatoria: ma il fiato mi si strozzò in gola in una specie di singulto afono e incolore

   ulteriormente inviperita dalla mia mancata replica lei riprese la sua disfida e riattaccò l’offensiva:

“vieni qui che sono tutta eccitata” sorrise mostrandomi la lingua che bagnava in circolo le labbra e afferrandomi una mano per portarla in mezzo alle sue cosce aperte a 180°

“no” riuscii a dire soltanto e le aprii la porta invitandola sgarbatamente a uscire con tanto di scortese gesto delle mani perché sgombrasse (mano sinistra serrata a paletta – con pollice chiuso nel palmo – fatta sbattere due volte nel cavo semi-chiuso della palma destra perché il rumore accompagnasse la movenza rafforzandone il significato) e che lo facesse di corsa pure

“bastardo” e con mossa velocissima sfilò le chiavi dal quadro cominciando a correre con ali al culo

“puttana maledetta” le urlai dietro “torna qui stronza” presi a rincorrerla senza meno

“mi devi pagare… capito? frocio che non sei altro” teneva a puntualizzare mentre scantonava con le mie chiavi in mano “mi hai fatto solo perdere del tempo… dammi i soldi o le butto in una fogna” ma non ebbe il tempo quasi di formulare linguisticamente questo spaventevole concetto che l’afferrai per un braccio: l’inseguimento durò si e no dieci metri (ma 10 metri di mero terrore per me): calzava scarpe con altissime zeppe e stentava solanco a camminare: la raggiunsi facilmente

“cosa volevi fare eh… brutta stronza?”

“dammi i soldi finocchio” seguitava nei suoi salamelecchi e si dimenava per liberarsi ma invano: la mia era presa d’acciaio

“adesso vieni con me” la minacciai trascinandola in direzione macchina

“non vorrai mica denunciarmi?” mi chiese “che fai? vuoi andare dalla polizia?” non c’avevo manco pensato: se così fosse stato fatti, il primo ad essere sputtanato ero io…. ma l’idea di terrorizzarla mi vellicava fin troppo e presi perciò la palla al balzo persistendo nella finzione e acuendo la sua paura

“hai detto bene… troia!” e che voluttà nel pronunciare quell’improperio tanto gratuito quanto villanamente inutile: mi vendicavo dello spaghetto patito 10 metri prima… “ti porto dritta dritta in bocca agli sbirri… così la smetti di andare a ciucciare cazzi per le strade” la scaraventai in macchina con la boriosa brutalità tipica d’uno sbirro; giustamente impallidita e sgomenta subito cambiò tono e tutta immellifluita mi lanciò una offerta (almeno) a suo dire irrinunciabile

“senti tesoro… se mi lasci andare ti faccio scopare gratis stasera” m’implorò tastandomi i calzoni ad altezza pacco

“NO” le dissi secco e seccato… ma anche questa idea mi sollazzava e non poco

“e dai… guarda che son brava io” e intanto mi sbottonava i pantaloni

“beh… se proprio la metti così… allora… ma si: d’accordo” e mollai la presa… in fondo dopo tanta merda quella sera avevo rimediato e pure a gratis!

   le lasciai espletare tutte le sue aduse mansioni preliminari di gran professionista e devo ammettere che almeno in quel frangente era stata nel veritiero: ci sapeva proprio fare! dopo un bel po’ di trucchetti pre coitum – quando ero ormai al massimo dell’eccitazione – mi sfilai di colpo i jeans: avevo anch’io voglia di quella splendida mulatta dura e levigata come pezzo d’ebano etnico

   le infilai con rozza mascolinità una mano fra le gambe prima sfiorandole le mutandine e sfilandole di colpo poi: iniziai a toccarla dove di dovere quando…….

“cazzo” urlai  (nonostante la sua greve scurrilità, ancor’oggi suppongo che nessun’altra parola fu mai sì appropriata alla circostanza)

“che c’è tesoro?” mi chiese lei con un’ingenuità noncurante da spaccarle il muso a colpi di spranga di ferro temprato

“cos’è quel coso lì sotto?”

“'mbeh?” seppe dirmi solamente “pensavo che lo sapessi”

“ma che m’hai preso per un invertito?” le dissi allontanandola dal mio caro vecchio pisello da maschio eterosessuale

“ma che significa invertito? t’ho preso per uno che stasera si voleva divertire e basta… che male c’è?”

“e me lo chiami divertimento questo?” replicai…. quanto ero offensivo e obsoleto e intollerante (me ne rendevo conto… fors’anche in quel momento di fobia)

“ma non lo sapevi che da queste parti battono solo i trans?” e me lo chiese come se esistesse un’apposita guida turistica

“certo che no… è la prima volta che passo da queste parti” sudavo…. troppo stress

“non ti preoccupare” mi prese la mano e se la infilò fra le gambe

“vaffanculo” strappai via la mia mano da quel posto immondo e feci per schiaffeggiarla

“bastardo e figlio d’una vecchia stronza… guarda che mi hai gratis stasera” mi disse sdegnata/o del mio rifiuto

“e chi se ne frega… vai a farti fottere” le riaprii lo sportello e rifeci il medesimo gesto di prima ma con moltiplicate villania e rabbia

“stronzo” urlò a squarciagola e m’infilò una mano nella giacca con gesto rapidissimo: mi afferrò un capezzolo e me lo strizzò con unghie lunghe e puntute da farmi cacciar fuori un urlo stridulo da omosessuale: sentii anche allora un dolore atroce come se le punte di migliaia di spilli infuocati mi fossero state conficcate in petto nella sensibile e delicata cute capezzolare… poi sfilò via le unghie strappandomi i peli dal petto e scappò via urlandomi dietro e ghignando di gusto

“ciao stronzone… grazie di tutto figlio di puttana… fatti una sega” e altre urbanità del medesimo tenore

   non aspettai un momento: girai la chiave nel quadro accesi il carro spinsi giù i pedali – consueto gioco frizione-acceleratore – e scappai via anch’io “dovesse tornare indietro a stracciarmi l’altra tetta? quello lì…”

   dopo neanche dieci minuti ero sotto casa: non c’era posto nei paraggi e andai a parcheggiare a quasi un chilometro dal mio palazzo poi salii in casa e chiusi la porta mi accesi l’ultimo sigaro mi versai da bere e ripensai alla stramba storia che m’era capitata per quella sera

“sono cose da romanzo queste” mi dicevo “o almeno almeno da racconto” ne sogghignavo

   andai in camera da letto e iniziai a spogliarmi: prima scarpe poi calzoni etc.

“però! quel coso lì voleva farmi assaggiare il suo uccello” presi a ridere “porca schifa… stasera ho proprio sfidato l’infinito” pronunciai questa frase strampalata priva d’un vero ancoraggio referenziale alla situazione in sé – così – quasi senza riflettere e ricominciai a sorridere del tutto

   misi la mano alla tasca interna della giacca e……

“oh merda” e realizzai “quella checca m’ha rubato il portafogli”

  

   avevo sfidato per d’avvero l’infinito quella sera ed ero rimasto bruciato ancora una volta: senza donna e senza soldi… ancora una volta

   mi venne nuovamente da sorridere: mi spogliai del tutto rimasi in mutande e andai al frigo in cerca di qualcosa di fresco… dopo una storia come quella c’era da diventar cattolici, non avevo più speranze      

 

 

 

 

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