“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 21 Gennaio 2013 17:03

Così sia

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“pronto?”

“si?”

“ciao Laura, sono io”

“ah, ciao caro, coma va?”

“bene, grazie… e tu? che fai?”

“niente di nuovo, sto aspettando che mi venga a prendere Tony per uscire, facciamo un giro in moto stasera”

“beh…si… ti avevo chiamato proprio per questo… ascolta”

“perché, l’hai sentito forse?”

“no, non l’ho sentito…. però l’ho visto”

“ah si? e che ti ha detto?”

“non mi ha detto niente, ma…”

“e allora? ma è lì per caso”

“si… è qui però…”

“me lo passi per piacere?”

“non posso Laura…. mi dispiace”

“come ‘non puoi’? dai, forza, passamelo”

“non posso purtroppo… ascoltami Laura”

“ma che c’è? ch’è successo? s’è sentito male?”

“no”

“e dunque? che c’è?”

“…è morto”

“COSA?”

“si, è morto… scusami Laura”

“NOOOOO”

“mi dispiace, ma dovevo dirtelo; vieni qui all’obitorio per il riconoscimento, sbrigati che è solo”

 

   aveva fatto il suo dovere, Laura sarebbe venuta in pochi minuti o sarebbe svenuta, poco gli importava, Max aveva fatto quel che doveva, il compito più duro e spietato che gli fosse capitato nella vita, avvisare la sua amica Laura che il suo amore era morto, in un incidente in moto, sfracellato: gambe mozzate all’istante, troncate di netto all’altezza del ginocchio, sterno sfondato nell’urto col parabrezza di un furgone, costole rotte, rientrate e penetrate nel petto, polmoni maciullati, braccia spezzate anch’esse, volto sfigurato per l’eternità, cranio aperto su una tempia, parte del cervello rimasta in strada ormai pasto di qualche animale randagio

   Max lasciò la zona telefoni e s’avviò verso la camera mortuaria dell’obitorio, c’erano più persone defunte lì dentro, quello che lo colpì di più e rendendolo vittima d’incontrollabili conati fu un vecchiaccio sporco, ripugnante, con barba incolta e lercia, metà faccia di color viola e vomito verde rappreso che gli usciva da bocca naso e orecchie, un immondo aspetto da licantropo cencioso e ributtante

   in corsia incrociò una monachina piccola e ricurva che usciva dalla camera ardente col rosario in mano, questa guardò Max e sgranando quel coso sporco d’infiniti passaggi di mani sordide, iniziò a parlargli con vocina agghiacciante

“sembra che dorma, è proprio un bel ragazzo il tuo amico, sai?”

“quello lì dentro è morto, signora”

“lo so, ma il suo volto ora è tranquillo”

“se se”

“non ti preoccupare figliuolo, già da adesso egli è in cielo fra gli angeli, ci guarda da lassù e ci sorride”

“ma che dice sorella? quello lì è morto”

“era un tuo amico?”

“no… lo conoscevo appena” e iniziò a fumare anche se era vietato

“almeno ora ha finito di soffrire”

“’pffff… palle”

   quest’ultimo affronto toccò non poco la delicata sensibilità della prelata, a detta del suo sguardo d’improvviso trasfigurato dal ribrezzo per l’inappropriato frasario assunto dal laico… ma il suo immanente dovere di consolatrice del prossimo le fece subito riacquistare il dovuto e mestierante  aplomb e con rinnovato rabbonimento di lineamenti e favella aggiunse serafica

“non fare così figlio mio, devi farti forza, la vita è una continua prova, una corsa disseminata di ostacoli tranelli tentazioni e dolori, il tutto per fortificare l’uomo e suscitarne il sublime ravvedimento: è la magnificante realizzazione della volontà di dio anche nel….”

“senta suora… vada a farsi fottere…. la vita fa schifo” l’interruppe Max

   la sorella trasalì, poi comprensiva e rassegnata concluse come da copione col suo lapalissiano “Amen” e scappò via segnandosi contrita

   Max continuò a fumare andò a pisciare nei cessi dell’obitorio poi uscì

   faceva ancora un caldo opprimente la serata era appena cominciata decise di non aspettare Laura non avendo voglia alcuna di offrire la sua tetragona spalla al pianto di nessuno quel giorno

   si diresse verso il centro della metropoli assassina in cerca di non-sapeva-bene-cosa

   intendeva solo bere qualcosa di forte in qualche posto per quella sera canicolare

   ove mai gli fosse capitato, magari in compagnia d’un pastore protestante

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