“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Michele Di Donato

Fecondo lucore

Officina teatro, spazio che s’apre alle spalle d’una serranda per farsi teatro. A fare teatro, Alessandra Asuni. Ma, quando a “fare teatro” è Alessandra Asuni, questa semplice locuzione, pur conservando tutto il suo potere poietico, s’accresce d’un farsi molteplice che declina in più ambiti, tutti abbracciandoli con densità di  senso trasmessa mediante immagini barbaglianti.

Il Pirata e la (ver)gogna

Immagini sbiadite di un ragazzo che corre in bici si ripropongono in loop nell’attesa che la scena si animi; e s’anima quasi cogliendo di sorpresa: una donna appassionata, come il rosso dell’abito che la fascia, dà voce senza consolazione a Tonina, la mamma di Marco Pantani: “Avevo un figlio, forse ne avete sentito parlare…”.

Il cinema che racconta il cinema

Roberto Rossellini, Anna Magnani, Ingrid Bergman: ovvero il triangolo che fece scalpore, suscitò clamore, andando a scuotere la morale retriva e bigotta dell’Italietta che arrivava ai primi anni ’50, in bilico tra macerie e ricostruzione, ma al tempo stesso proclive, come per un’indole endemica, ad appassionarsi a vicende che presupponessero di prender partito, sia che si trattasse di elegger beniamino uno fra Coppi e Bartali, sia che bisognasse pronunciarsi su monarchia e repubblica.

Drammaturgia informale

Il teatro e la memoria. Al Teatro 99 posti di Avellino va in scena Diario di viaggi, spettacolo sui generis che trasforma il teatro da luogo della rappresentazione in luogo della narrazione.
Ad aprire la scena, occupando inattesi l’assito, i Tammuriarè, musici popolari che fungono da preludio a ritmo di folklore e che col loro intervento sovvertono la ritualità del teatro.

Elegia di naufragi

Un Ulisse a rovescio: non eroe dal multiforme ingegno, che affronta dei mari la burrasca, proteso al ritorno alla sua Itaca petrosa, ma mezzo mozzo, marginal-man dal deforme contegno, senza un approdo cui anelare, senza una Penelope quantunque modesta sul molo ad aspettare. Costui è "'o Spicchiato", fulcro scenico di Acquasanta.

Incubo partenopraghese

“I nostri tribunali non cercano la colpa, sono attratti dalla colpa”. Ma qual è il tribunale che perseguita Josef K.? Chi risiede al vertice di questa piramide ordalica che pare aver emesso sentenza inappellabile (e caliginosa) prima ancora di qualsivoglia istruttoria?
Inutile affannarsi ad imbrattar risposte, ad imbastir ragionamenti sul filo della logica, a meno che per logica non si voglia assumere quella che, con l’aggettivo “kafkiano” apposto di fianco, assume di per sé i connotati tipici dell’ossimoro.

La gestazione della palingenesi

Nel profondo. Nell'abisso. Seguendo labile traccia poetica d'un percorso che dall'abisso intende ripartire per suggerire punti di ri-inizio, di ri-costruzione. Si scende nelle viscere per ripartire dalle viscere.
Il Museo del Sottosuolo è interfaccia voluta ed ideale per un viaggio che arpeggia sul limite sfumato del tenue confine, quello che separa il visibile dall'invisibile, il sensibile dall'intangibile, in bilico lungo la linea di demarcazione che sottilmente separa superficie ed abisso.

Iperbole contemporanea

Gremisce il Ridotto del Mercadante folla che s’accalca assiepata, in modo da contribuire a far sì che l’aspetto d’uno studio televisivo ricreato in scena sia più che mai veridico; da lontano persino il palco sembrerebbe essersi fatto appendice di platea (c’inganna fatamorgana, son sagome cartonate che ricreano, fittizio e fasullo, il pubblico fittizio e fasullo d’un interno televisivo). Ancora non sopisce vociare di sala che, quasi a sorpresa, un assistente di studio comunica l’essere “in onda”; d’un tratto s’è affidati alle cure d’un anchorman dal piglio esaltato che s’avvia a celebrare il rito catodico della persuasione occulta, complice una “valletta” dall’inequivoca mascolinità, brutalmente rimarcata dal suo stesso nome, “Bestialitat” (ne veste i panni l’ottimo Daniele Russo).

Sodoma e camorra

Cuori neri, rischiarati a scacchi da luce che penetra intermittente all’interno di una chiesa sconsacrata; cuori neri, avvolti dal buio d’un destino ineluttabile, fatto di morte e rimozione; cuori neri, nel cui fondo, più nero del nero, alberga sentimento d’impotenza, frustrazione, negazione del proprio essere, irreggimentato nei codici del sistema criminale. E il sistema criminale non consente l’esercizio delle libertà individuali, dell’autodeterminazione, non consente nemmeno il crogiolo d’un sole all’aperto inalando il salmastro del mare, ma solo il confino coatto in quello che fu un luogo di culto: cupe e tragiche, due figure, Pietro e Tommaso, riparano in una chiesa sconsacrata dopo ogni loro malefatta, una chiesa sconsacrata da cui “pur’ ‘e santi so’ fujuti”; testimonio a reliquia di questa fuga un angelo decapitato in cima all’altare.

La pienezza del vuoto

Il vuoto. Che cos’è il vuoto? Per carità, non ci si impegoli in disquisizione filosofica; ci preme piuttosto ragionar sul vuoto che c’è d’intorno, come qualcosa che ci appartiene e ci pertiene e che talvolta, tentando goffamente di riempire, ci fa sentir misere goccioline in enormi cisterne grigie e mute. Quali sono queste cisterne grigie e mute? Le città in cui viviamo, piene di gente e vuote di vita intellettuale; o quantomeno città in cui le gocce di vita intellettuale si centellinano in cisterne separate in guisa di compartimenti stagni.

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