“Dico sul serio. Riconosco il talento quando lo vedo, anche se a me manca. Quando recitavamo a Praga nel 1911 e nessuno aveva mai sentito parlare di Kafka, lui venne dietro le quinte e appena lo vidi capii che mi trovavo in presenza di un genio. Ne sentivo l’odore, proprio come un gatto sente l’odore del topo. Così è cominciata la nostra grande amicizia”.

Isaac Bashevis Singer (su Franz Kafka)

Michele Di Donato

Bozzetti sparsi

Una corda tesa divide in due la scena, un davanti ed un dietro dell'ampio palco: suppellettili e masserizie affastellate alla rinfusa sono ciarpame sparso. È lo sfondo davanti al quale si muoverà, prendendo di tanto in tanto qualche oggetto, Sergio Vespertino. Una fisarmonica imbracciata a latere da Pierpaolo Petta ne accompagnerà il monologare.

Un'Antigone, ovvero una Giovanna d'Arco

“Della guerra sono stanca ormai / Al lavoro di un tempo tornerei / A un vestito da sposa o a qualcosa di bianco / Per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto”. Cominciamo a parlare di Antigone, di questa Antigone, che reca ad estensione di titolo la dicitura una guerra civile, partendo da una suggestione. Una suggestione che, forse è giusta, forse no, ma che ci arriva con l’immediatezza di un lampo in più di un passaggio scenico e che ci induce ad assimilare Antigone, questa Antigone, ad un’altra eroina: Giovanna d’Arco, la Giovanna d’Arco cantata da Fabrizio De André.

Succede...

Succede talvolta di imbattersi in spazi poco noti, in cui a succedere è il teatro; succede che tali spazi sfuggano alla convenzionalità dei circuiti principali e succede anche che ivi si abbia modo di assistere a rappresentazioni che altrimenti sarebbero sfuggite ad occhi pur attenti a rastrellare all’intorno quanti più accadimenti da ribalta.

Teatro da abitacolo

Non un teatro ma il parcheggio che gli è prospiciente. Non la platea ma il sedile di un auto (o il cassone di un camion) ad ospitar visione. Officina Teatro sembra così volersi attenere alla propria denominazione trasponendo la ribalta in automezzi, spostando l’evento teatrale in un luogo non teatrale, rendendo la visione da collettiva individuale (ciascun episodio a cui accade di partecipare è per uno spettatore alla volta), un abitacolo a contenere, rarefare e ravvicinare scena e platea.

Mimmo Borrelli, un Ulisse flegreo

Un documentario fra vita reale e teatro. Questo è ‘A Sciaveca. Un documentario fra la vita e il teatro di Mimmo Borrelli. Un documentario che mostra – senza alcuna pretesa didascalica di dimostrare – quanto e come vita reale e teatro di Mimmo Borrelli s’intridano reciprocamente.
Il titolo è pari pari quello di un testo teatrale dello stesso Borrelli, ed è testo che fa da dorsale alla narrazione filmica, bipartita su due livelli: Mimmo Borrelli nei luoghi di Mimmo Borrelli ed il teatro di Mimmo Borrelli raccontato per immagini da Paolo Boriani, narrato dalla voce di Mimmo Borrelli.

Predisporsi all'esistenziale

Che teatro è il teatro di Alessandro Bergonzoni? Certamente un unicum che tende a sfuggire alle catalogazioni di genere; di base si è di fronte ad un monologo comico, ma è sufficiente assistere ad un breve stralcio di una sua performance per comprendere quanto una siffatta categorizzazione risulterebbe riduttiva e restrittiva. Che teatro è, dunque, il teatro di Alessandro Bergonzoni? Ce lo siamo domandati spesso rimpinzandoci dei suoi spettacoli fin quasi a scoppiare della pletora esilarante dei suoi equilibrismi verbali, del suo inesausto giocare con una lingua presa e plasmata fino a farle scoprire sentieri inesplorati lungo il cammino del polisemico esasperato.

Oh cavolo!

Li avevamo lasciati un paio di giorni prima alle prese con uno studio (Morsi a vuoto, teatro in visione nel suo divenire), li ritroviamo in scena con uno dei loro lavori compiuti: Biografia della peste. Loro sono Maniaci d’Amore, compagnia formata da due attori trentenni o giù di lì i cui cognomi si combinano con casualità così perfetta che potrebbe perfino sembrare sospetta.

L'essenza del 'wow'

“Direttore, siamo stati accreditati”.
“Per che cosa?”.
“Maniaci d’Amore, Morsi a vuoto, lo studio che ci tenevi tanto a vedere”.
“Ah, bene; allora ci fai il pezzo…”.
“Vabbè, ma si tratta di uno studio, non di un vero e proprio spettacolo…”.
“Eh, ma siamo stati accreditati… Ed io di loro ho appena scritto; quindi ci facciamo il pezzo; quindi ci fai il pezzo!”.
“Ehm… Va bene…”. (“Uff… ma quant’è barbogio e palloso st’omarino qui… L’avessi saputo manco l’avrei fatta la richiesta d’accredito!”).

E il naufragar ci è dolce…

Corpi alla deriva, anime sul fondo; dal corpo all’anima, partendo da una tela dipinta per raggiungere un senso profondo passando attraverso la scena. Mare Dentro, portato in scena dalla compagnia Teatro KappaO, è un viaggio lungo che parte da una deriva reale e storicizzata per farsi allegoria diacronica; un episodio storico – il naufragio della fregata francese Méduse – ed il dipinto di Théodore Géricault che ne eternò memoria ne costituiscono lo spunto, la messa in scena ne approfondisce l’essenza con pittoricismo poetico.

Da confessore a confessato

L’antro cavo del Théâtre de Poche offre ribalta alla confessione. Confessione d’un confessore, vicenda di ordinarie realtà di parroci in trincea, uno dei quali prende tonaca e forma nella figura di Aldo Rapé. Partitura per voce bilingue – siciliana e napoletana – la drammaturgia di Giovanni Meola porta in scena una storia che ha tutti i crismi della convenzionalità, che è l’ordinario e già variamente frequentato tòpos del prete di frontiera che si oppone alla malavita, che connota il proprio impulso vocazionale di afflato civile.

Sostieni


Facebook