“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Martedì, 27 Aprile 2021 00:00

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 12 (Epilogo)

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Si conclude oggi la residenza creativa Danza Pubblica-Graces, tenuta da Zebra, condotta da Silvia Gribaudi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo, Siro Guglielmi e che ha visto la partecipazione attiva e infaticabile, gioiosa e entusiasta di un gruppo di oltre trenta persone, attori e attrici, danzatori e danzatrici. La residenza è stata organizzata da Scenari Visibili, compagnia di Lamezia Terme con sede al TIP Teatro e diretta da Dario Natale, che ha aderito al bando “Per chi crea” promosso da MiBACT e SIAE.

Si finisce quindi. Si chiude e si comincia a respirare un po’ quell’atmosfera simile agli ultimi giorni di scuola, quando pensi che la tua quotidianità dall’indomani sarà diversa, libera dall’impegno, certo, ma anche priva di quella contiguità fatta di relazioni e condivisioni, che comincia già a mancarti prim’ancora che si spenga l’ultima eco del rumore dello stare insieme.
E, per chiudere in bellezza, per protrarre l’eco di fondo di questo rumore garrulo e gioioso, per un giorno abbiamo sovvertito i ruoli: per concludere questo percorso condiviso, non più un report da parte mia, ma la parola lasciata a chi finora ha lasciato che a parlare fosse il corpo.
Abbiamo lasciato che a parlare fossero loro, abbiamo lasciato che quei corpi si trasformassero in parole e che la loro vibrazione diventasse inchiostro per danzare sul foglio bianco.
E che ci raccontassero il loro Graces, la loro residenza, il loro starci dentro; una sorta di “bilancino etico” in cui compendiare cosa sia stata quest’esperienza sotto il profilo umano e relazionale oltreché artistico.


Sara Brusco:
13 aprile 2021. Dopo aver vinto la tentazione di autoboicottarmi, apro il link Zoom per accedere alla residenza. Si apre la videocamera: musica a palla e un sacco di persone che anziché iniziare a presentarsi timidamente, si guardano cercando un’approvazione per iniziare a ballare. Approvazione che non arriva, eppure uno dopo l’altro, nelle nostre stanze adattate alla meno peggio, decidiamo di seguire quello che sentiamo. Inizio a ballare, inizio a liberarmi. Silvia, Matteo, Andrea e Siro sono lì, e da quel giorno iniziano a parlare di scelta e libertà e in me si sbriciolano ogni forma di preoccupazione, l’ansia, il timore della noia. In questa libertà inizia la sperimentazione, la rivelazione di quello che siamo, la condivisione e l’ascolto privi di giudizio. Mi sono sentita, finalmente, di nuovo parte di un gruppo e mi sono ricaricata di un’energia fortissima, costruttiva, aperta. Mi sono ricordata che nel dare e ricevere sta il mio lavoro e che non è necessario prendermi sempre troppo sul serio. Mi sono ricordata di poter ridere e ho scoperto di poter sculettare dopo una piroetta. Questa libertà unita all’energia fresca e leggera è stata per me come una bufera di vento nel pieno della primavera: tutto ciò che era morto è volato via lasciando finalmente emergere i nuovi germogli. 
Grazie a tutti indistintamente, sperando di incontrarci sulla via.


Giulia Rossi:
Essere parte di Danza Pubblica-Graces per me ha voluto dire in primis cogliere un’opportunità creativa di cui avevo bisogno in questo momento; ha significato aprirmi a suggestioni ed input di cui sono sempre in perpetua ricerca per rinfrescare e riaccendere la danza, la mia danza. In questo percorso sono stata a mio agio, non perché non avessi il “pepe” o perché mi sentivo comoda, troppo comoda, anzi, mi sono accettata, in armonia con le tante sfaccettature di cui sono portatrice, come lo sono tutti d’altronde. Ho potuto gioire della sospensione del giudizio; ho potuto conoscere l’animalità e le movenze di altri artisti e performer, ognuno col suo proprio mondo... grazie al lavoro con Silvia e i suoi danzatori ho riscoperto l’umanità di cui la danza e l’arte devono farsi portatrici, oggi più che mai. Ho goduto della capacità con cui Graces si è aperta a noi, a me. Con quanta generosità lo ha fatto! E ha fatto rivivere un’opera scultorea per riuscire poi a trasmetterla ai corpi, ai volti, alle voci... alle molte e diverse persone. Ho colto tanti input che potrò a mia volta sviluppare nei laboratori che svolgo con anziani, ragazzi e ragazze; ho riscoperto il bisogno di dialogo fra le Arti perché possano viaggiare fra sensibilità ed esperienze diverse, per arrivare alle persone di ogni età e provenienza. Ho avvertito forte l’intento di voler trasmettere la danza a tutti i costi. Grazie per tutto questo.


Fulvia Orifici;
Danza Pubblica-Graces
appare improvvisamente davanti ai miei occhi in un momento di qualche tempo fa, quotidiano, scollegato e casuale (almeno nella dinamica, poiché non ero alla ricerca di residenze artistiche o simili), ma si fa notare subito come una nuova occasione di studio e di incontro da non perdere, avvincente, entusiasmante, necessaria. Una sorta di grande boa in mare aperto, con quel suo galleggiare allegro, rassicurante e al tempo stesso straniante (chi ha mai visto una boa in mare aperto?!), un segnale di leggerezza, un invito a riappropriarsi del proprio corpo e del proprio sé e, attraverso il gioco, mettersi in discussione, dialogare, guardare la realtà e gli altri da altre angolazioni.
E di fatto lo è stato.
Nel chiedere interazione e superare uno strumento virtuale, precario e a tratti impalpabile, oltre che alienante, nel mettere in condivisione corpi e spazi tanto diversi, e nonostante la distanza concreta e misurabile anche centinaia di chilometri, nel creare interferenze e mescolanze di linguaggi, tecniche, arti, età, esperienze professionali differenti.
Tutto nel nome di un gioco, sempre leggero (anche negli esercizi più faticosi, e non solo a livello aerobico) ma mai banale, perché legato silenziosamente a una profonda necessità, quasi sacra, quella di creare relazione. Quella relazione che Silvia, Andrea, Matteo e Siro cercano durante lo spettacolo con il pubblico, nello sguardo, in un sorriso, una parola o un gesto, e che nasce dalla profonda relazione tra loro. Un elemento semplice e al tempo stesso rivoluzionario, potentissimo. A tratti penso: chissà che non sia proprio quel “power” che ci siamo rimbalzati sugli schermi, negli occhi, nelle orecchie e nelle bocche, questi giorni.
Mi porto dentro una nuova esperienza, un nuovo viaggio che non riesco a dire con certezza si sia compiuto solo tra le quattro pareti del mio piccolo salone blu da dove mi sono collegata in questi giorni, ma anche nelle stanze e nei mezzi di trasporto attraversati da Silvia, nella sala di Matteo, nelle camere di Siro e di Guido, tra le campagne e i monti di Didi, tra i divani bianchi di Maria Chiara, nella stanza di Giorgia, Angela o Giulia, tra il salone e il balcone di Andrea, nel parco con Viviana e Amina... Come se la mia esperienza non fosse in qualche modo separabile da ciò che è avvenuto insieme agli altri, anche quando non eravamo connessi tutti assieme, ma frammentati nei frame e video dei piccoli task giornalieri, nelle parole e nelle emoticon delle chat.
Questa residenza, come tutti i più bei viaggi che si rispettino, è un’esperienza che chiede ancora elaborazione, riflessione, e che senza dubbio produrrà un’eco lunga, benefica e profonda nel mio vivere quotidiano, oltre che professionale e artistico, ma è soprattutto per me fondamentale in un’epoca come quella che stiamo vivendo e per la professione che ho scelto, quella di operare per un cinema e una cultura sperimentale, libera, in stretto dialogo con la realtà e le comunità, la dimostrazione di un fare arte e formazione scevro da barriere mentali e vincoli espressivi e creativi, e votato alla sperimentazione e all’ibridazione di linguaggi, tecniche, vissuti, esperienze, risorsa preziosa per la crescita culturale dell’individuo e della collettività.


Alessandra Curia:
Entro nella mia cameretta, luogo che ormai è tutti i luoghi che frequento, vedo il divano, mi ci stenderei a peso morto con il telefono in mano senza pensarci due volte se non fosse che improvvisamente vedo me, in tutù, cuffia e occhialini da nuoto che ballo sul divano su una musica da balletto. Credo sia questa la prima relazione che mi viene in mente pensando a Graces, quella con l’inerzia della mia casa, degli oggetti attorno a me e con il mio corpo che, in questo periodo di assenza di relazioni umane, mi sembrava, come gli oggetti in casa mia, inanimato e arrugginito. Ringrazio Graces in primis per questo, perché al di là dell’esperienza live, mi lascerà un po’ più capace di vivere con me stessa e con ciò che mi circonda.


Beatrice Brunetto:
Non essendo danzatrice e avendo un rapporto terribile con il mio corpo e con le sue movenze, questo percorso per me aveva il principale obiettivo di rappresentare una sfida. 
Relazionarmi con professionisti e personalità molto preparate artisticamente mi ha creato non poca agitazione nei primi giorni, ma con il passare del tempo sono riuscita a mettermi in gioco e a superare una parte dei miei limiti e l’emozione che mi rimaneva al termine di ogni sessione mi resterà per sempre nel cuore.
La distanza anziché allontanarmi dal resto del gruppo mi ha permesso di avvicinarmi poco per volta. Probabilmente non avrei avuto il coraggio di superare alcuni dei miei blocchi se fossi stata in presenza, davanti a tutti. Questo nuovo tipo di relazione è stato fondamentale per me, mi ha aiutata a osservare e ad assorbire dagli altri.
Sarà un’esperienza indimenticabile che mi porterò per sempre nell’anima. Credo che mi abbia lasciato una grande consapevolezza riguardo alla mia voglia di mettermi in gioco e di superare le mie difficoltà e sicuramente mi aiuterà ad alzare il mio limite anche in un ambito più familiare come quello del teatro. 
Grazie a tutti per la quantità e la qualità delle informazioni e della bellezza che mi avete dato.
Grazie di cuore.


Amina Riccetti Kummer:
Graces nel cuore. Che esperienza spettacolare. Nonostante fosse tutto online e non abbia mai incontrato nessuno dei partecipanti, mi sento molto connessa e vicina a tutto il gruppo. Emotivamente mi sentivo sempre supportata e ci siamo divertiti un sacco, tante risate e anche emozioni forti. La creazione di Graces online è stata molto interessante. L’approccio di Silvia, giocando con “stupideria seria”, creando dettagli e chiamando i nostri supereroi e bambini interiori, senza porre limiti, è stato un arricchimento importante. Mi sento rinforzata in tutti i sensi: fisicamente, mentalmente e anche emotivamente. Ringrazio con tutto il cuore per questa residenza magnifica e spero in un incontro e in una ripresa di Graces in presenza, dal vivo.


Aurora Rullo:
Graces is Beauty... Grazie a queste Grazie. Immersa in un frullatore di emozioni dopo questi fantastici giorni, fatico a condensare tanta gioia,bellezza, prosperità (parole che non solo caratterizzano Graces, ma che hanno caratterizzato questa esperienza) in uno scritto. Preferisco allora, come fa Silvia nel suo spettacolo, iniziare a dipingere un quadro, quello della quotidianità, fatta di orari, scadenze, lavoro, bollette da pagare, telefonate... In quella quotidianità, Danza Pubblica-Graces si è inserita prepotentemente, creando una magia. Sì, perché a differenza delle residenze in presenza, in cui si ha la possibilità di immergersi totalmente in una “bolla creativa”, vivendo la dimensione artistica appieno, in una residenza online ci si destreggia fra un’improvvisazione e una lavatrice, fra i sentimenti e gli orari di lavoro ma, incredibilmente e in una maniera che mi ha meravigliosamente stupita, Silvia e i suoi danzatori hanno avuto la capacità di trasportarci nei loro mondi alla velocità della luce (uno dei tanti loro superpoteri!). Ed è così che, anche quando si è stanchi, anche quando i pensieri sugli “sbattimenti” della giornata sembrano avere la meglio sulla tua voglia di vivere, la tua amata arte, bastano pochi minuti e, come pifferai di Hamelin, Silvia, Andrea, Siro e Matteo ti rapiscono e ti portano via. Si inizia con dei semplici movimenti e in pochi minuti ci si ritrova in quella magica bolla che la ricerca e la creazione sanno creare, a ridere, ballare, saltare, urlare, piangere... E tutto il resto (magicamente appunto) sembra scomparire. Non importa se un partecipante è a Tropea e l’altro a Milano, un filo invisibile lega tutti, in quello che nel Buddismo viene definito itai doshin: diversi corpi, stessa mente. Si è uno, dieci, quaranta, ma si potrebbe essere mille perché l’energia che attraversa quei momenti non conosce confini, spaziali, temporali o tecnologici. Poi ci si saluta, con un po’ di tristezza si schiaccia il bottone rosso “lascia riunione”, la stanza in cui hai lavorato sembra spazzata via da un uragano. Si riordina, si ritorna alla “normalità”, ma mentre tutto scorre come prima, nei corpi, nei cuori, nelle menti qualcosa è cambiato, diverso ogni giorno di più. Il cervello, intasato, vola veloce al nuovo task da realizzare, si riempie di idee, le certezze a volte sono spazzate, le sicurezze scardinate, ma ci si lascia cullare da queste onde, magari mentre si accende la macchina per affrontare il resto della giornata, stanchi ma colmi di gratitudine.
Ecco la parola che condensa questa residenza e tutta questa pienezza che ci ha donato.
Come faccio a spiegare in altro modo qualcosa che è così intimo ed entra sotto la pelle?
Tanti vecchi demoni e insicurezze sono tornati a bussare alla mia porta, altrettanta gioia è entrata nel mio cuore.
Con Graces si scava dentro di sé e ci si ama, poche volte infatti ho percepito il mio corpo così bello, tonico, armonioso e la mia danza così piacevole da vivere come durante i nostri incontri.
A volte invece ci si rimprovera, magari si arriva anche a odiare se stessi fino a comprendere, grazie proprio all'aiuto di Silvia Gribaudi e della sua esperienza, che va bene così. È giusto così. È un processo, come dice lei: “È una residenza... Sperimentiamo!”.
Come abbiamo imparato in questi giorni, forse bisogna restare nell’attesa e depositare. 
Nel frattempo tengo la gratitudine e in quella famosa valigia di cui abbiamo parlato metto la spensieratezza, il divertimento, lo stupore di questa danza condivisa e attendo di sapere dove mi porterà il prossimo viaggio. Il bagaglio sì è riempito tanto in così pochi giorni, voglio portarlo sempre con me e non vedo l’ora di utilizzare tutto quello che Danza Pubblica-Graces ha contribuito a inserire dentro. 
Nel frattempo grazie. A voi tutti e anche a me stessa, perché con Graces si impara anche a comprendere che siamo tutti perfettamente imperfetti e meravigliosi così come siamo.
What is beauty? 
I don’t know.
But we
We are beautiful


Maria Stella Zangirolami:
Questa esperienza è stata come un’onda emotiva carica di mille sfumature che ancora mi trasmette un eco di positività, esplosività e serenità anche nei miei gesti di tutti i giorni. 
Poter osservare tante persone da ogni dove e entrare in relazione con loro tramite il corpo, uno schermo, qualche oggetto di casa, sembra poco, ma è stato tantissimo. Ho vissuto diversi momenti di difficoltà perché per me non è semplice instaurare un legame con l’altro in poco tempo, mostrare parti di me che nemmeno io conoscevo, ma il modo in cui siamo stati guidati dai “Graces” ( Silvia, Matteo, Andrea, Siro ) ci ha lasciato poco spazio per farsi problemi ed è stata un’ottima spinta a lasciarsi andare, a godersi il momento, a fregarsene...
A gioire.
Ho avuto la possibilità di addentrarmi in luoghi lontani dalla mia comfort zone ed era la cosa di cui avevo più bisogno in assoluto in questo periodo di oscurità e stasi. Mettersi in gioco è l’espressione che descrive meglio questo percorso.
Credo non avrei trovato tante altre occasioni per fare molte delle cose che ho fatto in queste due settimane, e forse non ne avrei avuto la spinta o il coraggio.
Con voi è stato possibile.
Ringrazio tutti infinitamente. 


Luan Machado:
Come svegliarsi tutti i giorni, accendere il cellulare (o il computer), ballare in trasmissione per due settimane?
Il progetto di Graces, con questa residenza artistica, mi ha suggerito diverse riflessioni comparate al mio lavoro creativo nella danza.
Come organizzarsi con gli orari senza compromettere il processo?
In tempi di pandemia, mi sono messo a lavorare nelle cucine di un ristorante e non potevo essere presente al cento per cento, così quando lo ero, mi immergevo negli esercizi e più ballavo, più volevo stare insieme, mano nella mano con gli altri partecipanti.
Siamo stati un numero considerevole di persone nel processo, portando particolarità di corpi, spazi, proposte; e un esercizio in particolare, in cui ognuno aveva un minuto per guidare il gruppo, mi ha fatto capire che siamo unici, mi ha mostrato quante e qualii accordature uniche ogni corpo può proporre.
Guardare Graces online e sperimentare i passaggi dello spettacolo come fossero uno spartito su cui muoversi, giocare a essere la grazia insita negli errori, a ricreare le belle pose statuarie, attraversare la bellezza delle cose e dei momenti: tutto ciò è stata una ricchezza che ricorderò per sempre.
Un seminario di danza a distanza sarebbe potuto essere la cosa più fredda che ci si potesse aspettare da questa proposta, ma la relazione orizzontale che abbiamo instaurato, il contatto sensibile tra tutti, mi ha fatto sentire come se fossimo davvero insieme, in alcuni momenti.
Ogni finestra per guardarne una, ogni telecamera accesa o spenta per tornare sulla scena, un gioco di sudore e accessi che è stato molto divertente.
Mi manca il contatto fisico di chi sperimenta il corpo, la possibilità di gettarsi su un estraneo e ritrovarsi nell’abisso per saltare insieme nell’universo creativo.
Silvia e la sua gang e con loro tutti i partecipanti mi hanno davvero conquistato.
E, sperando di vederli presto sul palco con questo spettacolo, vedrò qualcosa che ho vissuto in modo particolare, in modo voyeuristico e attivo allo stesso tempo, un’appropriazione culturale di un’opera che diventa ogni giorno più popolare, entrando ogni giorno di più nella vita di tutti.
Lunga vita a Graces!


Francesco Votano:
Era il 13 aprile e qui ad Acri, in Calabria, la timida primavera cominciava a riempire l’aria di densi profumi, di piccole piante spontanee, di colori. Persefone ritornava alla luce lasciando il tenebroso sposo Ade ed io nella cucina della vecchia casa di mia nonna, un faretto alogeno, il pc acceso, una sedia di vimini e cuscini per sedere più comodamente davanti allo schermo, attendevo ansiosamente un workshop organizzato da Scenari Visibili, chiedendomi chissà cosa sarebbe accaduto.
Danza Pubblica-Graces, a dirigerlo, Silvia Gribaudi, dei suoi lavori mi sono innamorato da tempo, sono entusiasta e onorato di esser stato ammesso al laboratorio, accedo al link di Zoom ed eccola li, mi presento, scambiamo qualche parola, attendiamo le altre e gli altri e subito il mondo intorno a me si trasforma. Sulle prime mi sento un po’ scemo, dissociato, danzare da solo, in questa stanza sgretolata, mi destabilizza e mi confonde, eppure il flusso proposto è irresistibile. La crew di Silvia mi porta in mille dimensioni: Matteo, Andrea, Siro, hanno qualità e proposte diverse e affini e anche le partecipanti e i partecipanti custodiscono mille talenti, mi ritrovo in una comunità intrigante e creativa in cui mi piace vivere.  
Quello che posso dire è che in questa residenza ho incontrato anime bellissime e anche se a distanza, ho toccato e sono stato toccato da pelle, umori, profumi, suoni, gusti ed emozioni. Ho scoperto che il luogo che vivo quotidianamente può diventare il paradiso perduto in un istante, se cambio la qualità di energia che lo abita, e che il tempo si espande e si contrae, in modo molto personale, a seconda delle attività che vi si muovono dentro; il terzo giorno di laboratorio, mi sembrava fosse passata una settimana e di conoscere profondamente tutti.
Un progetto resistente e rivoluzionario la residenza di Graces, in questi anni virali, in cui gli stati mondiali impreparati e insensibili, cercano di uccidere il mondo delle arti, un atto ribelle a cui sono felice di aver preso parte.  
E adesso ho un bisogno irrefrenabile di ringraziare, per descrivere emozioni, relazioni, professione.
Grazie Matteo, mi hai regalato quello che per me è Terra e Acqua, nuotare tra i cambi di sostanza nel corpo, contattare i volumi, vibrare, il tutto facilitato con una modalità che mi rassicurava sempre, mi sono sentito protetto. Grazie Andrea, ti ho percepito aperto, sincero, giocoso, mi hai donato Terra e Aria, la concretezza di farsi delle domande e poi renderle rarefatte, nella ripetizione, nello scherzo, nell’ignoto, per riatterrare e sfumare senza dirsi addio, in attesa, in sospensione... Grazie Siro, ho ricevuto da te vivacità, incitamento, provocazione, come da uno spirito di guerriero mitologico, tu mi hai offerto Fuoco e Acqua, il fiammeggiare passionale dei movimenti, il guado dei ruscelli di genere. Grazie Silvia, la tua pratica artistica per me è unica e originale, unisce gli elementi, mi ammalia, mi emoziona, mi fa sognare e sperare e domandare, una esperienza speciale che porterò sempre con me, nel lavoro e nella vita. Odio i giudizi e l’iperserietà, in questo mondo che costringe ad essere superefficenti. Adoro il tuo modo di condurre, di scherzare, di giocare come fanno bimbi e bimbe e mi fa ritrovare a far movimenti impensati, magicamente, un flusso di gioco, un processo, fatto di studio, di tecnica, di cura, che ascolta, che ama l’altro, che rispetta tutte le diversità. 
Mi sento libero di essere scemo e comico e bizzarro in una danza dell’anima, molto professionale, molto attenta a cosa ha bisogno il mondo oggi, un ascolto empatico, attraverso cui credo si possa veramente incontrare l’altro da me, unico e allo stesso tempo uguale a me. 
Una sorgente da cui sgorga una domanda: come cerco e incontro il segreto di questa meravigliosa e terribile esistenza? 
(Risposta: insieme?) 
Grazie Graces.
Un grazie speciale alle compagne e compagne di viaggio, mi avete nutrito di bellezza, di abbondanza, le vostre creazioni mi hanno ispirato,stupito, divertito ed emozionato, una generosità senza limite, euforia pura, ne sono debitore, il sostegno e la fiducia che ho percepito è impagabile, mi son sentito ascoltato e accettato, spero di incontrarvi presto, magnifiche e magnifici. 
La mia stima e l’affetto per Dario Natale dura ormai da più di vent’anni, ti voglio bene, e sostengo e sosterrò sempre le tue necessarie intuizioni creative per questa Calabria opulenta e degradata, complimenti, Scenari Visibili. 
Michele la tua scrittura per me non è mai affermativa ma apre alla poesia, alla riflessione, alle domande e alla curiosità. Una narrazione che sa ascoltare profondamente, che aiuta la composizione del Noi, in cui, per me, l’importanza di sapere “chi l'ha detto” passa in secondo piano rispetto a come e con che qualità riesce a creare e restituire memoria collettiva, ristabilendo il senso del bello dello stare e raccontarci insieme, Grazie Michele, grazie a Il Pickwick
Ora sono le 13 e 25 del  26 aprile e mi sento frastornato, commosso, felice e triste, il mio cuore batte all'impazzata, il mio corpo trema e i miei pensieri vanno da: cos’é il segreto che muove il sole e le altre stelle? a: cosa mangio per pranzo? 


Beatrice Pozzi:
Il 13 aprile ero emozionata come lo è una bambina che sta per vedere il mare dopo un anno in città. Questa residenza ha portato nella mia stanza il profumo della primavera, un’orchestra di percezioni vive e intense dopo mesi in cui ho abitato un vuoto. Ho danzato tanto, mi sono divertita e stupita; ho imparato da tutti, nessuno escluso. Sono spesso stata in silenzio dietro lo schermo del mio computer: interprete e spettatrice. Sono stata imbarazzata, stanca, energica, viva, femmina, bloccata, ispirata, sudata, frustrata, felice. È stato strano vivere queste giornate in un’energia così coinvolgente e potente, diversa dalla mia adesso, altalenante e cosparsa da tinte fosche. Graces mi ha insegnato soprattutto questo: accettare la mia fragilità e viverla come esperienza da portare nel mondo.


Ornella Bavaro:
Per me Graces è stata una residenza resiliente. Resiliente perché mi ha protetta dagli urti della immobilità di questo tempo. Ci siamo sentiti fermi e impotenti in un momento in cui qualcosa di più grande ci ha zittiti; Graces ha dato spazio, uno spazio tutt’altro che virtuale dove far convergere le spinte di ognuno. È stato un respiro nel frastuono della vita normale, un attimo sacro, uno scopo scelto e consapevole della giornata. Ho capito che quando il corpo ha bisogno non è importante il mezzo. Ho sentito che tutto quello che avevo era lì, nei quadratini di Zoom, nell’audacia di tutti di crederci, perché sì, si può fare anche su Zoom quando il corpo ha bisogno. Ci sono stati giorni in cui mi collegavo dal bagno della scuola, in treno mentre tornavo e non c’era rete, per la strada mentre perdevo pezzi e ne raccoglievo altri. Con webcam, senza webcam, con fiori e senza fiori. Mi sono vista da fuori e ho riso, perché ancora mi dico che ci credo e ci crede tanta altra gente come me, affamata. Graces non ci ha saziati, ci ha ridato il gusto, che forse qualcuno aveva perso per davvero. C’è un sapore nuovo adesso, fortissimo, riconoscibile, che cerchiamo e cercheremo ancora e ancora. Graces è questo, una restituzione, un ricordo che ritorna e che rende insaziabili.


Elena Capone:
Ancora riesco a sentire la vibrazione dei corpi, delle parole e dei silenzi che ci siamo scambiati nel corso di questa residenza. Quaranta persone sconosciute legate da un desiderio comune, forse da una necessità di scambio, di relazione che neppure il digitale ha potuto ostacolare, in un momento storico in cui anche solo vedersi bloccati o sgranati è tesoro prezioso.
Mi emoziona ancora ricordare alcuni dei momenti di questa residenza, la totale follia, i travestimenti (con i primi oggetti trovati in casa), la libertà, i gesti e le memorie del corpo. Ho giocato nello spazio e con lo spazio e  ritrovato il senso del mio danzare. 
Fondamentale è stato lo scambio con gli altri partecipanti e la cura di Silvia, Matteo, Andrea e Siro che ci hanno guidati senza pretese, non lasciando indietro nessuno. Ci siamo allenati all’ascolto di noi stessi e ad abbracciare i nostri limiti facendone opportunità e possibilità di creazione. Non dimenticherò mai le “attese”, quei momenti in cui far depositare nel corpo le informazioni ricevute. Dei vuoti apparenti, perché in realtà proprio lì risiede l’atto creativo. Che bella scoperta! 
E poi perché prendersi troppo sul serio? Non è detto che la bellezza risieda nella complessità. Ho scoperto che nei dettagli del mio corpo c’è bellezza, e che ridere di se stessi è già un grande passo verso un processo creativo vero e onesto. 
Ho riscoperto il potere delle parole grazie a Michele e rivalutato il digitale (è ovvio, sarebbe stato diverso potersi toccare e respirare, ma le emozioni viaggiano anche attraverso uno schermo, e se questo è l’unico mezzo, beh basta saperlo utilizzare con criterio e saggezza). 
Professionalmente spero di poter trasmettere ai miei allievi la leggerezza che questa residenza ha saputo ridarmi e continuare a danzare divertendomi. Voglio darmi la possibilità di sbagliare e a volte semplicemente fermarmi ad ascoltare. E poi ho l’obiettivo di creare qualcosa di bello (magari una produzione) che possa essere utile agli altri e trasmettere un messaggio positivo. Quindi dare forma e consistenza a miei superpoteri.


Angela Piccinni:
Danza Pubblica-Graces per me è stata come un bagliore di luce in un momento così buio.
Mi ha dato la speranza che ormai pensavo fosse perduta, ho imparato che ognuno di noi è unico a modo suo.
È incredibile quanto si possa trasmettere, anche online, l’energia che arriva, le emozioni. 
Pensavo sarebbe stato difficile per me ma voi l’avete reso veramente facile senza farmi sentire in qualche modo un “peso”.
Nonostante sia online ho provato a chiudere gli occhi e in qualche modo sentivo il vostro contatto e calore su di me. Vedevo sorrisi a 360 gradi sui vostri volti, cosa che ormai non riusciamo più a vedere a causa delle mascherine che li coprono.
Avete avuto il potere di farmi sentire bene e meno sola anche per breve periodo e io non vi ringrazierò mai abbastanza. Mi avete dato così tanto in così poco tempo, quindi “you have the power!”.
La danza è un mezzo di comunicazione che non ha bisogno di voce e ho scoperto molto su tutti voi anche solo vedendovi danzare.
Professionalmente mi porto dietro la spensieratezza, la spontaneità, la gioia, la prosperità e la bellezza in ogni cosa che fai e la possibilità di lasciarla fiorire giorno per giorno.
Graces mi ha insegnato ad ascoltare le mie paure e i miei dubbi e trasformarle in forza e sicurezza.
Mi sento più ricca che mai grazie a voi.
I love you!


Giulia Tartamella:
Due settimane riassumibili in una parola: fioritura. L’assistere ed essere protagonista allo stesso tempo di un processo di fioritura che coinvolgeva il gruppo ma contemporaneamente ognuno di noi. Due settimane in cui magicamente si è assistito alla Creazione, quella pura. Quella che viene dal movimento autentico che ricorda tanto il succo d’arancia, la creazione che viene dal sentirsi liberi di fare e di essere. Due settimane in cui Silvia insieme a Matteo, Andrea e Siro è riuscita a creare un contenitore protetto, in cui i limiti sono possibilità, in cui “Tu Puoi”, in cui “you are the power!”.
Pazzesco vedere come il limite del remoto diventi un nuovo mezzo con cui giocare e una grande possibilità di incontro con tantissima gente dalle mille risorse, pronta a regalarti parti di sé.
Mentre Palermo è zona rossa, la mia camera è diventata palco, set cinematografico, sala danza, ma anche luogo di grande scombussolamento misto a voglia di assorbire più bellezza possibile. Le mura odorano ancora di questa bellezza, delle musiche di Graces e dei nostri magnifici silenzi.
Grazie.


Maria Chiara Vitti:
Danza Pubblica-Graces è stata un’esperienza eccentrica completamente in linea con la contemporaneità del nostro tempo, per le tematiche poste in essere e il luogo di aggregazione digitale che abbiamo inaspettatamente trasformato in teatro, sala prove, salotto, piscina e passerella. A posteriori un percorso tortuoso, se mi guardo indietro non avrei scommesso su di me, ma avrei perso la scommessa al secondo giorno! Mi sono aggrappata alle pratiche fisiche, al gruppo, alle proposte per abbattere “gli occhi che non sanno guardare” e le mura del salotto di casa, approdando così in mondi sorprendenti e grotteschi. Non è la prima vota che mi relaziono a persone di cui non conosco il profumo o che non mi è mai capitato di sfiorare, ed ogni volta è sorprendente come un comune denominatore favorisca una relazione fluida e generosa fatta di scambi, occhi pazienti e corpi protesi. Danza Pubblica-Graces mi ha fatto degustare il corpo libero a cui ambisco professionalmente e quotidianamente. Riassumendo queste due settimane, posso dire di portare a casa una determinata postura nei riguardi della mia arte.  


Arianna Favaretto Cortese:
Mi sono resa conto che sono due settimane che danzo e rido tutto il giorno! Nonostante fuori la vita continui a restrizioni, io sono due settimane che danzo e rido e ciò mi fa sentire, stranamente, dato il periodo storico, completa e serena. La possibilità di farlo online mi ha permesso di attraversare quest’esperienza in un modo più intimo, più attento alle mie dinamiche, a capire i miei tranelli e forse anche mi ha aiutato a far crollare il giudizio “perché tanto attraverso una camera si vede male”. Ma se anche si vede male, attraverso lo schermo l’energia passa comunque e mi ha colpito come è stato facile affidarsi al gruppo e sentirsi parte della stessa Gioia, Splendore e Prosperità. Professionalmente mi porto la dimensione del divertimento e della leggerezza, trovare il piacere in ogni cosa che si fa e situarsi lì per lasciare che fiorisca.
Grazie per questo viaggio attraversato insieme.


Tonia Mingrone:
Partecipare a questa residenza è stato un po’ come tornare a vivere, anzi a rivivere le emozioni e le sensazioni più disparate, in un periodo denso di preoccupazioni e di restrizioni. È stato il mio primo approccio laboratoriale su Zoom, sono rimasta sorpresa perché nonostante la distanza, la Prosperità, la Gioia e lo Splendore hanno oltrepassato lo schermo, arrivando dritte al nostro cuore e ridando vita a quella sana follia che è in ognuno di noi. Non conoscevo Graces e il lavoro di Silvia, Andrea, Matteo e Siro; nella visione di questo lavoro rivedo la mia, rivedo gli occhi del clown, che guarda alla vita con stupore, con sguardo leggero ma che guarda in profondità, disincantato ma attento a tutto, perché ogni singola cosa è importante, anche l’errore, soprattutto l’errore, che ci ricorda di non prenderci mai troppo sul serio. Ringrazio tutti per la possibilità di partecipare e ringrazio Michele che con le sue parole ci consentirà di ripercorrere questi giorni preziosi.
Grazie.


Giorgia Renghi:
Graces è verità. Prima di partire per questo lungo ballo, mi ero proposta, come avevo scrittoi nella lettera motivazionale, di ricercare una verità dal mio corpo. E sì, la verità è arrivata, palesandosi a poco a poco nei leggeri spostamenti, nelle vibrazioni e nelle pulsazioni interiori.  
Era verità il piacere del sentire il fluttuare nel vuoto nei momenti della danza libera, era verità seguire il movimento di un altro, perché partiva da qualcosa di vero di un corpo per incontrare il mio, vero, vivo, vitale. Era verità la fatica dello stare, per poi ritrovare gioia nell’andare. Era verità quell’energia che, pur portandomi via, mi faceva tornare a casa mia. Era verità il riposare, la necessità di aspettare, di lasciare un fluire tra il fare e il pensare. Pensare all’esercizio da svolgere autonomamente nelle mattinate o nei pomeriggi liberi. Ma il pensare... il pensare non è vero quanto lo stare, allora bastava tornare al corpo per trovare. Le idee si manifestavano, senza doverci ragionare troppo, si incarnavano, nel qui, nell’ora, nel presente vivo del mio corpo. 


Anna Poppiti:
Non sono molto brava a fare bilanci e neppure a rispondere alle consegne nel tempo datomi. Ma ci provo, nella forma di un ringraziamento. 
Nel mio essere danzante di questi giorni, nei miei silenzi e sorprese e attesa, ho provato a lasciare il giudizio fuori dalla porta. Ho provato a uscire dalla mia zona di comfort, per iniziare un percorso diverso. Ho cercato di abbattere il muro che sapientemente avevo costruito, per mostrami in una luce sorridente. Provare, rischiare, giocare, sbagliare: queste le mie parole mantra.
Grazie per esservi concessi con generosità, Silvia, Matteo, Andrea, Siro e tutti voi. 


Morgana Morandi:
Facendo il mio piccolo bilancio etico personale avrei voluto ripercorrere tutto il percorso, commentare ogni giorno, ogni esperienza, ogni persona che ho incontrato, cercando di dare un ordine alle sensazioni che sento viaggiare nel mio corpo. Ma mi son accorta facendolo che non è ancora il momento, e chissà se mai lo sarà. Quindi ho scelto semplicemente di rivivermi l’inizio e la (quasi) fine...
Giorno 1 – Quarantadue (?) piccole faccine, con dei nomi più o meno strani e uno sfondo di camera da letto o soggiorno (relazioni). Sguardi che non si capisce se si incontrino o no, chi guarda la telecamera, chi guarda Silvia, chi forse sta guardando il tuo quadratino di Zoom e tu non lo sai. Mi sento un po’ tesa, un po’ confusa (emozione), sicuramente assonnata: non sono una danzatrice (professione), mi sento fuori luogo forse, non so se sarò all’altezza, troppo rigida nei miei schemi circensi, troppo poco abituata a danzare libera, ma sempre e comunque accompagnata dalla fierezza della mia stranezza e del mio non essere mai completamente definibile. 
Mi guida una strana aspettativa, quasi da primo giorno di scuola... cosa succederà? Come passeremo due settimane senza contatto, senza conoscersi, incontrandoci solo nel mio Mac rosa brillantinato? 
Giorno 13 – Ci siamo quasi alla fine, o meglio, all’inizio del dopo! Mi sento frizzante, entusiasta, gioiosa (emozione), vorrei riposarmi ma mi sento così piena di stimoli e di vita ancora da lasciar fluire che quasi non ci riesco. Il corpo vibra e risuona di ciò che è accaduto, di ciò che ho dato e ricevuto e di tutte le persone che ormai mi accompagnano ogni giorno (relazione). Non so come ma so di conoscerle, di aver acquisito un pezzetto di ognuna di loro, e di portarmelo dietro. Questa libertà giocosa che ci ha accompagnate per tutto il viaggio mi attraversa e mi fa ridere, mi sono accorta ancora una volta di quante poche difese di giudizio possiedo, di quanto siano labili e restrittive le definizioni... (professione). Di quanto sia divertente stupire e stupirsi, lasciarsi libere, mollare tutto, lasciarsi trasportare da un percorso posponendo il momento delle domande e della rielaborazione cognitiva: solo stare, starci dentro! Nel nostro corpo e nelle nostre emozioni, nei nostri limiti e nei nostri giochi! E come avevo pensato (e scritto nella mia auto-recensione) guardando Graces la prima volta: “Tutti dovremmo essere così: belli nelle nostre infinite forme, felici e bagnati!”.


Antonella Cerra:
Grazie Graces, questi giorni mi hanno riportato un gran senso di libertà che non provavo da un anno a questa parte.
La residenza ha stravolto la mia quotidianità insieme a tutto ciò che mi circonda.
Gli oggetti di casa mia hanno preso vita, animati da questo mio nuovo sentire. Mi sono lasciata trasportare dalla grande energia di tutti i partecipanti, “tutti meravigliosamente pazzi”, non credevo che tutto ciò potesse accadere attraverso uno schermo. 
Sono sicura che nel mio futuro professionale farò ricorso a tutto questo, lo sento così vivo dentro di me, e di questo ve ne sarò sempre grata. 


Valentina Bosio:
PÀ-PÀ-PAM! Il muro eretto dal mio scetticismo e dai timori rispetto allo svolgimento di una residenza di danza online, totalmente crollati, come colpiti da una bomba. Così ha inizio un viaggio che mi porta a fidarmi e affidarmi sempre di più, mi fa divertire e stare bene, e, cosa che mi sorprende forse più di tutte, mi fa sentire parte di questa nuova comunità fatta di corpi-schermi-vite dalle mille sfaccettature, che ora si uniscono e ora si dividono, in un intreccio sempre interessante e meraviglioso. Tanta voglia di fare, di essere insieme anche in una modalità inconsueta, desiderosi a tal punto da volere – e riuscire – ad andare oltre questo ostacolo, che si tramuta, anzi, in una nuova possibilità, in gioco. Tanto lavoro per offrire, ed offrirci, per condividere delle scoperte su noi stessi tanto quanto essere attenti a osservare la bellezza e la forza degli altri: benzina che non è mai mancata. Stare anche nell’attesa, nella noia, oltre che nella stupidità, e spiarci in questi momenti che solitamente cerchiamo di eludere. Estremamente grata a tutte e a tutti, a chi ha portato in qualsiasi modo il suo nel lavoro, a chi per primo ha condiviso il materiale di una creazione magnifica. Sento di aver avuto non solo la possibilità di esplorare nuove traiettorie utili professionalmente, ma di aver anche – insieme al gruppo – portato avanti questa ricerca e donato un pezzetto di me. Quello che è avvenuto durante la residenza è accaduto e resta lì; tuttavia, la traccia che ha lasciato non si è consumata. Ormai c'è un po’ di Graces in ognuno di noi, che attende solo il prossimo momento in cui manifestarsi. Con il cuore, grazie.


Natalia Pulido:
Generosità, ogni giorno abbiamo rotto più confini e frontiere, oggi il mio territorio si espande in tutte le direzioni, si uniscono i continenti e permettono a tutti di visitare senza restrizioni ogni angolo di sé, mi porto un ricordo di ogni corpo, un sorriso di ogni bocca... e uno sguardo diverso del mio essere, libero da giudizi, da paure, da dubbi, con la tranquillità di sbagliare, di inciampare e con sicurezza alzarmi in modi diversi e sorprendenti ogni volta. Vi ringrazio tutti per essere così genuini, per non dirci mai di no, per avermi tirato fuori da questa realtà e per avermi portato nel vostro mondo, per condividere tutto di voi con tanto amore e senza pretese, per generare questi incontri e creare queste relazioni che perdureranno nella mia danza. Grazie infinite.


Alessia De Francesco:
Aver preso parte alla residenza Danza Pubblica-Graces mi ha portata a confrontarmi con pratiche, dinamiche ed emozioni per me inedite. A partire dal fatto che non ho una formazione come danzatrice, trovarmi davanti a uno schermo in cui poter osservare il resto del gruppo danzare, in un primo momento mi ha straniata; tuttavia, trovandomi all’interno di un ambiente intimo e di comfort (la mia camera), mi ha consentito di abbandonare ogni resistenza, sopratutto rispetto al fatto di essere osservata da altre persone. Questa dicotomia spazio privato/sguardi esterni è stata interessante da sperimentare, ma francamente non essere stata in presenza con gli altri corpi danzanti, è diventato frustrante per me e in alcuni momenti ho avvertito la necessità di allontanarmi dal lavoro, seppur temporaneamente. Ciò nonostante ho percepito una forte sintonia e intimità con il resto del gruppo, cosa che mi ha sorpresa perché non credevo fosse possibile, connettersi così intimamente con un gruppo di persone sconosciute, attraverso uno schermo. Professionalmente mi sono messa parecchio in gioco: ho mollato delle resistenze fisiche ed estetiche, che probabilmente senza questa residenza avrei ancora. Per me questa esperienza è stato un tempo importante di sperimentazione, attesa, sedimentazione e scoperta. Ringrazio chi l’ha pensata, organizzata, portata avanti e sperimentata assieme a noi.


Antonella Carchidi:
Entrare/aprire le porte e le finestre di casa, uscire fuori e riappropriarsi degli spazi urbani, della natura, vivificare ciò che è spento a partire da noi stessi. 
Un passaggio di stagione. Sradicarsi da un terreno secco e ripiantarsi senza paura del passaggio, senza vergogna, senza giudizio, senza timore del vuoto, dell'attesa, del momento del bilico. Tutto è un fluire. Tutto è online, consapevolmente sulla linea, sulla soglia fra ciò che è contatto e ciò che non lo è. Graces è stato possibile grazie all’esigenza collettiva che ci ha smosso, per l’appunto, “sradicato” dalle nostre scrivanie, divani, zone di comfort per trovare nuovo agio, nuove comodità: affondare le mani nella terra, tra le ortiche, scivolare giù da un terrapieno, mettere i piedi nelle pozzanghere, correre all'impazzata, spogliarsi, fare “m’ama non m’ama” con se stessi, perdere tutti i petali e innaffiarsi di nuovo, darsi nuova linfa vitale. Questo per me è stato Graces


Didi Garbaccio:
All’inizio ero partita con molto scetticismo riguardo allo strumento utilizzato durante questa residenza. La volontà di mettermi in gioco però è stata molto più alta. Non avevo mai visto Graces, ma ho  aderito alla call perché il mio corpo si stava spegnendo; quindi sì, è stata una necessità. Danzare online è stato strano ma allo stesso tempo stupefacente. La relazione con gli altri partecipanti che non conoscevo, giorno dopo giorno diventava, non so come, sempre più concreta. Vivere lo spettacolo Graces sul proprio corpo è quello che più mi ha stupito. In ognuno di noi c’era un cuore, il cuore del proprio personale Graces. Ed era diverso per ognuno. Ho così capito perché ‘pubblica’, perché Danza Pubblica, perché riguarda tutti noi e quella danza esiste in ogni nostro singolo gesto. Ora ho il desiderio ardente di toccare e conoscere faccia a faccia tutte le persone con le quali ho lavorato in questi giorni perché con mio stupore e nonostante il piccolo schermo, qualcosa di magico è accaduto.


Guido Sciarroni:
Ho iniziato questa residenza pronto, o quasi, a mettere in gioco i miei difetti, a giocarci e a offrire a chiunque volesse il mio modo di abitare il corpo e i difetti. Ho potuto sperimentare che i segni di una vita, che mi porto sul corpo, sono uno dei miei più preziosi alleati. Tutto ciò è stato possibile grazie a corpi e volontà potenti: siamo riusciti a spaccare gli schermi e a tessere fili d’oro tra i nostri corpi, così dentro la nostra invisibile rete spesso, senza saperlo, ci muovevamo insieme. La difficoltà maggiore è stata per me rapportarmi con una precisa dinamica di Zoom: quando guardi qualcuno dritto negli occhi, quindi dritto nella webcam, non stai di fatto guardando la sua faccia e viceversa, quando guardi la faccia di qualcuno, il tuo sguardo non è mai dritto verso gli occhi del tuo interlocutore. Questo rimarrà uno scoglio, ma lo sguardo non è l’unico modo di comunicare e credo che questa piattaforma abbia creato dei superpoteri come lettura del pensiero e tatto digitale. Il percorso dell’ironia e della desacralizzazione, se posto sui binari della bellezza, è un percorso fondamentale per la crescita personale, prima che artistica, di chiunque. In quanto ricercatore delle arti sceniche è stato interessante vedere come questo modello ibrido di danzatrice o danzatore/clown apra a un mondo di possibilità sceniche e performative potenzialmente infinite, dove il centro dell’infinito sei proprio tu. Inoltre salta all’occhio come sia questo un ottimo binomio per gettare ponti verso il pubblico e creare un legame nuovo e fresco nella contemporaneità: non è circo, non è danza, sa soltanto quello che non è. È stato bello abituarsi alla bellezza, in queste due settimane, ma io so una cosa: lo stupore ha una memoria e il mio corpo ricorderà tutto.
Addio e grazie per tutte le giraffe ubriache! 
P.S.: Grazie a tutte le Grazie.


Leila Ghiabbi:
Grazie davvero anche per questa ulteriore condivisione, gemme preziose condivise. 
Emozioni:
– ansia da prestazione in alcuni momenti della residenza, soprattutto quando improvvisamente mi trovavo a scrutare dentro la mia creatività e immaginazione e contemporaneamente condurre il gruppo nel mio mondo (ma superutile come allenamento); 
– libertà esplosiva, fisica e mentale, per tutto il periodo condiviso insieme; 
– energia, potenza, consapevolezza;
– ispirata dalla bellezza che mi donava ogni singolo individuo del gruppo e a volte mi sentivo anche frustrata perché mi partiva l’autogiudizio e pensavo di non riuscire a ricambiare cosi bene come voi questo dono. 
Relazione:
– senso di appartenenza a un gruppo di pazzi, curiosi e sperimentatori artisti multidisciplinari;
– estrema voglia di danzare, creare e condividere con persone speciali come voi. Sarebbe favoloso lavorare sempre in un clima di benessere come quello che ci avete trasmesso, sia per ciò che può emergere a livello artistico ma anche umano. Condivido e apprezzo tantissimo la vostra modalità di ricerca durante le vostre residenze, grazie per godere davvero di questo lavoro e trasmettere a tutti questo godimento. Danziamo perché ci rende felici e sempre dovremmo vivere questa sensazione (ma sappiamo che non tutte le compagnie ci danno questa opportunità sempre). 
Professionalmente parlando:
strategie è la parola per descrivere questa esperienza, ho ricevuto innumerevoli nozioni strategiche per arricchire Leila, la sua arte e tutto ciò che la circonda: 
– strategie di comunicazioni e trasmissioni;
– strategie per velocizzare le mie reazioni e per mettere in pratica la mia immaginazione e la mia “stupidera” improvvisamente, velocità di reazione tra corpo e mente;
– strategie per creazioni collettive testate a distanza ma geniali in ogni circostanza;
– strategie per sviluppare sempre di più il nostro spirito di adattamento e di condivisione;
– strategie di gioco e di visione tra Leila e il mondo che la circonda;
– strategie di utilizzo del mio corpo ed epifania della scoperta dopo questa interessantissima ricerca;
– strategie per capire e usare bene il tempo con le sue attese. 
Ragazzi, è lunghissimo scusate, ma ci tenevo a scrivere quello che ho sentito... Ho fatto anche una selezione, eh!... Mi avete bombardata!
Grazie per tutto.


Viviana Dorsi:
Una delle mie frasi del cuore è di Niccolò Fabi e dice: “L’arte non è una posa ma resistenza ad una mano che ti affoga”. Ecco, per me, resistenza è una delle parole più forti in questo momento storico perché  non possiamo fare altro adesso per riuscire a tornare a vivere davvero. Graces per me è stata un’ulteriore forma di resistenza, un atto di coraggio perché per essere felici bisogna essere coraggiosi. Ed essere coraggiosi, per me, vuol dire non avere paura di mostrare se stesso in tutte le forme che possediamo. 
La mia paura spesso nasce dal timore di non farcela, dal timore di non essere come qualcun altro si aspetta che sia, dal timore di non essere mai completa. 
Però mi chiedo spesso: “Ma chi non ha mai paura? Chi non sbaglia ogni giorno per raggiungere qualcosa?”. Con Graces ancora di più ho conferma che nell'errore c'è bellezza, forse la più autentica che possiamo avere. 
La bellezza, sto imparando a capire, viene da lì, dalla prosperità che a mio avviso altro non è che il processo creativo, lo sviluppo di quello che abbiamo, la ricerca. La bellezza viene dallo splendore, dalla luce chiara di quel che abbiamo che riesce con tutta la sua naturalezza a riflettersi nelle cose e negli altri. E poi la bellezza viene dalla gioia, dalla consapevolezza, dalla soddisfazione di essere in tutto se stesso felice con quel che si ha e quel che si è. 
Non è facile capire che si possiede bellezza.
La bellezza va cercata e accettata in ognuno di noi. Dobbiamo scoprire i nostri talenti per sentirci belli e per farlo dobbiamo imparare a guardare e soffermarci sui dettagli, sui difetti, sulle nostre particolarità. Da sempre amo i dettagli e le piccole cose perché sono le cose piccole che poi risuonano grandi in noi stessi e negli altri. 
Silvia, Matteo, Andrea e Siro ci hanno insegnato questo in questi giorni, a scoprirci, a non vergognarci di quello che abbiamo, a non nascondere ma a dare un senso, una forma a quello che abbiamo, estrapolando il nostro virtuosismo e riuscendo a esserne fieri e trasformare i nostri difetti in magnifiche opere d’arte. 
Non posso non menzionare l’importanza che in Graces ha avuto il mio rapporto con Angela (che è come una sorella, ma anche una persona che stimo tantissimo a livello umano). Le avevo parlato spesso del lavoro di Silvia e degli artisti con cui lavora ed ero sicura che in qualche modo avremmo scoperto di nuovo che, nonostante tutto, c’è bellezza nei nostri difetti e nel nostro essere sbagliati. Il bello di tutto questo? È non sentirsi completamente soli nella scoperta ed è per questo che è stato importante che Angela, per esempio, sentisse la libertà di essere se stessa senza sentirsi da meno rispetto agli altri. 
Qualche volta la nostra memoria, il nostro cervello e il nostro cuore hanno bisogno di sapere che la scoperta avviene con gli altri, mai da soli. Da soli poi si raggiunge la consapevolezza ma la parte più importante è quel processo di cui tanto parliamo che poi è il motivo per cui mi sono emozionata quel giorno quando ci è stato fatto vedere il video del dietro le quinte. 
Mi manca fare teatro. Grazie Graces per avermi fatto sentire ancora viva e fatto capire che ho ancora tanta bellezza da scoprire e diffondere.
A noi un po’ clown che abbiamo danzato anche nei nostri errori.


Matteo Marchesi:
Riguardo i video, ascolto l’eco nel corpo e cerco di vedere cosa riemerge dietro agli occhi, che hanno danzato con tutto il resto assieme allo schermo del pc.
C'è una stanchezza che ricorda al corpo e alla testa che è stato lavoro intenso, e profondo, anche nella sfida di essere una piccola comunità appoggiata al digitale.
Resto ancora sorpreso e incoraggiato dall’empatia dei corpi che non si sono mai incontrati. Mi sento incoraggiato ad allargare le maglie di ciò che percepisco come potere dei corpi e delle persone. È un’eco intensa e irriverente. Senza permesso invade tutto il resto delle azioni quotidiane, e senza programmarlo mi ritrovo a fare grand jeté in piazza con un amico solo per il piacere di dare corpo a uno stato vitale vibrante. Questa libertà e quest’autodeterminazione mi sono molto mancate quest'anno. E la missione delle Grazie si fa sempre meno "concept" e sempre più pratica, che può essere integrata e accompagnata in ogni luogo, relazione o atto artistico, al di là della forma dell’opera. 
Ho amato fare il deejay, tra una danza, un gioco, una scrittura. 
Grazie al gruppo intero ho scoperto ancora di più il valore delle persone con cui lavoro.
Sono tante voci nell’eco che mi gira nel corpo. Ma è nel corpo e diventa parte del mio potere, e del valore che condivido con quello che faccio. Grazie.


Andrea Rampazzo:
Parto da un semplice Grazie. Giusto perché questa parola la abbiamo usata poco in queste ultime due settimane... ma è così che mi sento: grato.
Grazie a noi, compagni di viaggio, per aver saltato insieme nell’ignoto di questa avventura.
Grazie per la meraviglia che ogni giorno mi avete donato, per le sorprese inaspettate, per le risate fatte e per la magia che abbiamo generato, dentro e fuori da quel quadratino sullo schermo. Grazie per la generosità e l’onestà con cui abbiamo danzato, riflettuto, ideato, pensato, scambiato e per la rivoluzione creativa che abbiamo messo in atto.
Grazie perché, ancora una volta, abbiamo dimostrato la potenza che la danza e l’arte hanno nel creare legami, nel generare relazioni umane, anche a distanza, anche con uno schermo che si mette in mezzo.
Grazie per aver condiviso gli spazi che consideriamo privati. E grazie per aver creato uno spazio tutto nostro in cui metterci costantemente in discussione, ma con la leggerezza che ci contraddistingue.
Grazie per il tempo che ci siamo dedicati. Un tempo denso, ricco e pieno di noi. Non ci siamo mai incontrati (ancora) ma ho come l’impressione di conoscervi da anni.
E grazie ai miei esimi colleghi, che invece loro sì li conosco da anni, ma questa residenza mi ha permesso di riscoprirli e rafforzare il legame che ci unisce.
Grazie.


Siro Guglielmi:
Danza Pubblica-Graces è stata per me un esercizio di creazione collettiva, un gioco artistico alle prese con la conoscenza di nuove persone e metodologie di interazione pressoché sconosciute, trasmissione di materiali artistici e creazione di nuovi.
Un vero e proprio processo creativo nella sua immanente ricchezza e conflittualità.
In un reale costretto in uno spazio virtuale, espressione paradigmatica è l’attività artistica, forza poetica e metamorfica, in grado di ridargli forma, figura ma sopratutto sostanzialità. 
Tre parole per descriverlo.
Stupore: per essermi trovato coinvolto emotivamente anche se di fronte ad uno schermo, 
meraviglia: nel riuscire, nonostante la distanza, a percepire il contatto di un/una altro/a,
Generosità: di tutti/e i/le partecipanti che, anche senza saperlo o volerlo, mi hanno trasmesso forse più di quello che io abbia trasmesso a loro.


Silvia Gribaudi:
Parto dalle note.
Emozioni:
– paura, entusiasmo, sensazione di libertà, potenza fisica, felicità.
Relazioni:
– una scoperta; una sfida. Ogni persona mi ha regalato un mondo diverso in cui immergermi. Sono ancora frastornata. Ma è uno spaesamento colmo di gratitudine. 
Professione:
– ho imparato a gestire meglio il tempo. A costruire meglio un progetto insieme agli altri. A trovare modi diversi di comunicare in Zoom. A non aver paura del silenzio quando si conduce un gruppo. A lasciare spazio alle pause. Ho compreso quanto sia un valore aggiunto avere una restituzione scritta giorno per giorno, una testimonianza che si possa leggere e che rimanga a dare voce alla memoria del corpo. Ho imparato che le parole scritte possono danzare e diventare corpo. Che ogni parola è un pezzo di corpo dentro uno sguardo silenzioso. Ho imparato che l’intuizione e l’empatia si trasmettono anche attraverso Zoom, l’intuizione può passare e innescare giochi. Ho sperimentato che il potere della comunicazione, quando ha un senso quanto vogliamo dire, va oltre il mezzo che si usa e arriva con la stessa potenza.


E per finire, toccherebbe a chi quest’articolo lo firma di fare il proprio personalissimo bilancino etico. Sebbene credo che per me possa parlare quanto scritto finora in due settimane di testimonianza continuativa, due settimane in cui, senza accorgermene, ho cominciato a lasciare che le parole fluissero sul foglio bianco al ritmo trasmesso dalla danza, vibrassero facendo proprie le cadenze trasmesse dai corpi, si colorassero delle tinte che si dipingevano sullo schermo e avessero il sapore di un’atmosfera percepita.
Sicché, per una volta e una soltanto, rinuncio a profondere troppe ciance che rischierebbero d’essere superflue e metto insieme le parole di chi ha danzato, le rileggo insieme alle mie, le sento unite in un tutt’uno: le leggo, le assemblo, le rileggo ancora, mi ci soffermo; le riconosco e mi ci ritrovo; mi piacciono, a tratti mi commuovono.
Penso che vorrei abbracciare ad uno ad uno tutti i partecipanti, danzatori e danzatrici che per due settimane mi sono entrati in casa – aprendo ai miei occhi indiscreti lo spazio intimo e privato delle loro stanze, dei loro luoghi privati – rompendo il diaframma dello schermo, trasformando quei pochi centimetri quadrati di un display nella porta d’ingresso di un universo che potesse essere ad un tempo intimo e condiviso. Li abbraccerei per esprimere anch’io verso ognuno di loro gratitudine, riconoscenza, ammirazione.
Ripenso ai loro volti, al loro darsi senza risparmio, anche ora, quando si è chiesto loro di far parlare non più il corpo con le sue movenze, ma l’inchiostro su un foglio bianco, ripenso alla loro energia trasmessa, che aveva quell’aroma di gioiosa felicità a cui un presente bislacco ci stava facendo disabituare.
Rileggendo le loro parole, li rivedo. E mi sorprendo, davanti alla luce d’uno schermo, a sorridere e a sorridere ancora.

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