“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Sabato, 24 Aprile 2021 20:33

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 11

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È un sabato mattina in cui il sapore di primavera si sente un po’ più forte, vuoi perché aprile viaggia in direzione d’un crescente tepore, vuoi perché di quel tepore i partecipanti a Danza Pubblica-Graces hanno fatto diretta esperienza – al netto di qualche sporadica goccia di pioggia – uscendo a filmare i cinque minuti del “loro” Graces.

Fatto sta che quel tepore accogliente lo ritroviamo come di consueto nello stare e nel fare insieme; questa volta però il fare è anticipato dal vedere, perché Silvia Gribaudi ci mostra stralci significativi del documentario che di Graces racconta il backstage, la gestazione e la nascita: un processo creativo che parte da lontano, segnatamente dal Museo di Bassano del Grappa e dalle suggestioni nate all’ombra delle Tre Grazie canoviane, e che si è sviluppato in una continua relazione fatta di azione e reazione tra performer e pubblica, andando a esplorare i meccanismi e l’applicabilità del comico nell’opera di creazione scenica contemporanea.
Per cui, con Matteo Maffesanti, Silvia ha deciso di raccontare questo processo in un behind the scenes, offrendo uno sguardo supplementare al cuore della creazione, attraverso il quale cogliere dettagli salienti di una ricerca che è alla base di quella forma definitiva – che poi definitiva non sarà mai per la stessa natura di questo spettacolo – assunta nel tempo da Graces: dettagli sulla continua scoperta di una ritmica fatta sia di movimenti che di silenzi; dettagli sulla costruzione delle luci, da un punto di partenza che tenesse conto del candore delle Grazie del gruppo scultoreo canoviano, a un punto d’arrivo che invece fosse in grado di valorizzare i volumi corporei dei danzatori; e dettagli che poi rivelano come la relazione instaurata tra i danzatori stessi abbia finito per destrutturare il ruolo della luce in scena.
E, se tutto questo vale per quanto concerne tutto l’impianto tecnico e concettuale di Graces, c’è poi tutto un panorama emotivo, fatto di incontri e relazioni, di travalicamento di codici espressivi e linguaggi convenzionali, tutto un armamentario, insomma, funzionale al superamento di limiti e imbarazzi mediante una propria chiave interpretativa dell’arte, concependola capace di lasciare dietro di sé una scia di bellezza commovente. Ed è la commozione che possiamo leggere senza alcun filtro sul volto di Viviana, quando torniamo in video dopo il documentario e restano percepibili le tracce che la bellezza della creazione ha impresso nella coscienza di questo gruppo di danzatrici e danzatori, che con il loro apporto, il loro entusiasmo e la loro fattiva partecipazione hanno consentito, a detta della stessa Gribaudi, di poter sviscerare ancor di più il processo creativo che è alla base di Graces.
Dopo questa prima fase, Danza Pubblica-Graces (che, lo ricordiamo, è residenza creativa che avviene sotto l’egida di Scenari Visibili, nell’ambito del bando “Per chi crea” promosso da MiBACT e SIAE) ritorna a far muovere i corpi che vi partecipano: si riparte e si ricomincia a riscaldarsi; e a vibrare. E di nuovo si gioca con i filtri di Zoom, come s’era fatto nei primi giorni, sicché s’improvvisano tutti Zorro per un po’, per poi trasformarsi in sciatori e successivamente affidarsi all’inventiva di chi a turno è chiamato a guidare il gruppo: Giulia, Natalia, Morgana, Elena, Valentina, l’altra Giulia, ognuno ci porta dentro al proprio mondo, spalancando le porte di un immaginario arricchitosi in questi giorni di stimoli e suggestioni che vediamo riproporsi; tocca poi a Maria Chiara, a Sara, a Fulvia: esplorazioni continue, rivisitazioni personali di una grammatica comune, un’inventiva che parte da una base condivisa, si poggia su sicurezze acquisite e poi si lascia facilmente andare, come avviene successivamente anche con Francesco, Beatrice, Didi, Simona, Viviana. Si segue il movimento di chiunque sia chiamato a guidare, si segue la musica di base e, quando tocca ad Angela, si segue anche il suo silenzio, ci si immerge tutti insieme in una dimensione che per lei è usuale e che per tutti gli altri diventa acquisizione immaediata. A seguire è il turno di Leila, di Antonella, di Arianna, di Giorgia, e per finire di Guido, chiudendo tutti in posa come Grazie di carne ispirate al marmo da cui Canova seppe estrapolare gioia, splendore, prosperità.
Oltre due ore di energia profusa senza sosta, senza mai percepire un minimo segnale di cedimento, di noia o anche di incertezza rispetto a quello che si sta facendo, sensazioni che saranno state anche percepite, ma agilmente superate appoggiandosi a quel bagaglio di sicurezze, a quelle “isole di affidabilità” che ciascuno ha potuto trovare nello “stare” in questa situazione, in questa comfort zone condivisa e rassicurante.
La fatica è tanta, la si avverte quando ci si ferma, quando il momento adrenalinico è passato. Perché se la novità è piacere, se la sorpresa è gioco, e se il tutto è divertente, è pur vero che alla lunga diventa dura, essendo chiamati a sfidare le proprie resistenze, fisiche innanzi tutto, ma non solo.
Tante piccole strategie sono utili a fornire pezze d’appoggio, raccontate, nel loro estemporaneo ricorrervi, da Sara che superava la noia appoggiandosi al mood collettivo, da Elena che s’inventava immagini per sopperire alla mancanza dei filtri di Zoom, da Simona che si sentiva libera non solo di imitare gli altrui movimenti, ma anche di concedersi un tempo per entrarci e rielaborarli a modo proprio, da Giulia che ha provato a “sentirsi spugna”, assorbendo dall’esterno per poi rimandare fuori quanto recepito, da Didi che lasciava l’idea di partenza per abbandonarsi allo stupore e legarsi automaticamente al movimento di chi l’aveva preceduta.
Tutti rilasciano feedback sul modo di stare dentro, di creare la relazione, di appigliarsi a qualcosa che consentisse un’osmosi permanente. Percezioni differenti ma comuni, tutte funzionali a questa ricerca della composizione che salvificamente comprende di doversi concedere il diritto all’errore, perché senza la fase intermedia del brutto, persino dell’orribile, è assai improbabile che si possa raggiungere l’esito del bello e del magnifico.
È un percorso lungo e frastagliato quello che porta a individuare il “cuore” di un’azione, il centro di un movimento. Assaporare il processo creativo della composizione aiuta a comprendere la complessità di questo passaggio, ricordandoci che la bellezza è punto d’arrivo che non nega il proprio opposto, ma lo rivaluta come fosse la propria stessa essenza vista in filigrana.

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