“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Giovedì, 22 Aprile 2021 20:08

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 9

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Sessione di attività insolita per tempistica, che quest’oggi comincia direttamente dal pomeriggio. Per me inizia un po’ prima, spiando e sbocconcellando i video in cui i nostri performer hanno sintetizzato il loro Graces, muovendosi all’aperto e provando a esprimere nella brevità compiuta di pochi frame i tratti salienti di quello che è stato fino ad ora il motore interno di questa esperienza.

E ben presto mi accorgo, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, di quanto pochi siano dieci secondi per racchiudervi tutta la bellezza accumulata e tutto il sapere condiviso in questi giorni di attività attraversata giocando e danzando; e sono talmente pochi, questi dieci secondi assegnati, che quasi nessuno riesce a rispettarne il limite, a star dentro coi tempi, e chi pure ci riesce pensa bene di sfornare più di un video in cui declinare personalmente Graces. In tutti i filmati che passo in rassegna – alcuni, a onor del vero, piccole gemme registiche – c’è un denominatore comune, che pertiene a una grammatica assimilata, fatta di azioni ed essenze, di concetti e gesti, di parole e sensazioni, di un panorama sensoriale ad ampio spettro, esteriore e interiore, che pare essere abitato con pieno titolo di cittadinanza da tutti i danzatori e le danzatrici che vi stanno partecipando. Se il limite di tempo assegnato scivola verso l’oblio diventando mera e astratta convenzione, ben più precipua è l’adesione ai dettami tecnici richiesti, come la cura che ogni performer dedica alle entrate e alle uscite.
Da uno schermo a un altro, dai filmati alle finestre di Zoom. Si ritorna live, Silvia e Andrea ai comandi e tutti pronti per riproporre e reinterpretare un’altra delle fasi di Graces, quella che ha come protagonista l’acqua: una tovaglia di tela cerata in terra, o qualcosa che le somigli (oppure ancora un pavimento liscio e potenzialmente sdrucciolevole), e si è pronti a provare a giocare con l’elemento equoreo, magari cercando di non far danni, di non allagare le stanze di casa dalle quali si è collegati. L’armamentario concettuale resta sempre il medesimo, fatto della sostanza di cui sono materiati questi giorni di Danza Pubblica-Graces, residenza creativa che Scenari Visibili ospita aderendo al bando “Per chi crea” di MiBACT e SIAE. E quindi: attesa, sorpresa, trasmissione, vibrazione, superpoteri e tutto quello che abbiamo attraversato insieme, torna buono per essere immerso nell’elemento acquatico, per diventare partecipe di questo nuovo gioco, di questa sperimentazione che ancora una volta rappresenta una sfida a un limite, in questo caso concretissimo e concretamente rappresentato dalle pareti domestiche in cui ognuno si muove, confinato e costretto dalla pandemia che impedisce di lavorare in presenza.
E, al di là delle difficoltà pratiche, tecniche e logistiche, ci sono un senso e un valore intrinseci che travalicano il cosa in nome del perché: ancora una volta, come nei giorni precedenti, Graces rompe una barriera che, in partenza, potrebbe sembrare insormontabile e trasforma abitazioni normali in palcoscenici estendibili, in piscine entro-terra (entro-pavimento, addirittura), consentendo ai corpi in azione di esplorare ulteriormente le proprie possibilità di movimento, come se davvero si fosse in un luogo funzionale, come se davvero al gioco non ci fossero controindicazioni, come se gli inconvenienti non esistessero o come se, pur esistendo, non rappresentassero mai limite ma sempre possibilità.
Sicché si gioca. Sicché si danza sull’acqua e ogni corpo lo fa in modo diverso. Piccoli accorgimenti e scafate furbizie: fare in modo che il contatto sia tra fondo bagnato e superficie corporea (e non pavimento-tessuto, ad esempio), o ancora che la superficie di pelle a contatto col pavimento bagnato sia minima (più superficie a contatto, più attrito), e meno si cambia posizione in movimento, meglio è. I corpi guizzano gioiosi sul sottile strato d’acqua (meglio se calda, visto che la primavera attuale di tepore è ancora avara), girando, ruotando su se stessi in piccole pozze improvvisate, su tappeti cerati o impiantiti lisci; la parola chiave è “virtuosismo” e consiste nel creare un’azione partendo da questi piccoli giri concentrici per generare una grande eco. Fermo il dettame di curare, come sempre, ingressi e uscite dall’inquadratura; a quello s’aggiunge la ricerca e la riproposizione del movimento in cui si è provato più piacere, quello in cui si è trovata maggiore soddisfazione. Silvia chiede di tenerlo nella dinamica, di far entrare in relazione il corpo con l’elemento acquatico col quale è in contatto, seguendone il flusso come un’onda, cercando di tenere la testa al centro del movimento, in modo da accentuarlo e da espandere la dinamica dei corpi. Avendo sempre cura di farlo con il giusto respiro, si prova a immettere in questa fase i cardini canoviani, gioia splendore prosperità: per realizzare tale sintesi si prova un’azione tutti insieme (ché, si sa, la gioia collettiva è valore aggiunto, è surplus), chiudendo questo frammento di condivisione gioiosa in favore di videocamera, in primo piano.
Umidi e felici, si discetta intorno a quanto appena provato, ripercorrendo le sensazioni beneficanti di un gioco funzionale a rendere più agevole il superamento degli ostacoli. E, nello specifico, in proposito mi piace riportare le parole di Elena: “Io oggi, ma in generale da subito, ho voluto abbracciare ogni limite per lasciarmi stupire dalle opportunità che quel limite mi offriva”, le fa eco Didi, parlando dell’”ostacolo che diventa risorsa”.
Parole a chiosa dei gesti. Parole che descrivono – sia pur solo in parte – quello che Danza Pubblica-Graces sta rappresentando per un gruppo di persone che si sono ritrovate intorno a un’idea, prim’ancora che a una pratica; un’idea (e anche una pratica, certo) che ogni giorno fa sentire un po’ più ricchi e un po’ più vivi. E partecipi di una felicità che si legge sui volti, che traspare dagli occhi.
E diventa danza.

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