“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Mercoledì, 21 Aprile 2021 20:50

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 8

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Ripartiamo con Danza Pubblica-Graces, residenza creativa che Scenari Visibili organizza aderendo al bando di SIAE e MiBACT “Per chi crea”. A ricominciare è Siro. Silvia invece si trova nello stesso luogo dove era ieri, in una scuola, in cui coinvolge nell’attività odierna le danzatrici ivi presenti.

Il lavoro condotto da Siro Guglielmi prende le mosse partendo da terra, concentrandosi inizialmente sulle gambe, parte del corpo sollecitata a disegnare cerchi alternati verso l’interno e verso l’esterno, cercando di accomodare il movimento nella propria mobilità; ci si aiuta muovendo il bacino, si provano passi e movenze in cui non è necessario tanto preoccuparsi del ritmo dell’esecuzione, quanto invece “sentirsi” gli esercizi nel corpo. Il mood del voguing è sempre presente, costituendo una sorta di nume tutelare dell’attività condotta da Siro. Dalle gambe si passa alla parte superiore del corpo, in particolare alla testa; a seguire è il turno delle braccia, che vanno verso il bacino (si parla di fitness squat), per poi disegnare grandi cerchi, scendere e risalire con gli arti superiori, fermarsi alle gambe, respirare, allungarsi, tendere le gambe stesse, inarcare la schiena all’indietro e infine chiudere con il rilascio degli arti inferiori. Segue un’altra fase interna al voguing, il catwalk, in cui si usa tanto il bacino “che spinge fino al soffitto” e si avanza con i piedi uno davanti all’altro, a mezzapunta, come dei “serpenti incantatori che escono dal vaso”; si cerca una sintesi tra due principi incamerati nella memoria muscolare e inventiva dei performer: avanzare in catwalk e indietreggiare riacchiappando il mood leggero della ‘stupidera’, del nonsense divertito e divertente. E, sempre rimanendo nell’alveo del voguing, si riattraversa la fase della duckwalk: schiena dritta, gamba che rientra velocemente e gioco che, per riuscire, ha bisogno di velocità e leggerezza, e all’occorrenza anche si saper inventare, prendendo ciò che viene mostrato non come dogma ma come spunto. Il che è poi quello che accade anche in Graces: ogni cosa va adattata al proprio corpo, ogni stimolo va accolto, masticato, digerito e rielaborato, portato a sintesi, bolo di suggestioni somministrate che ogni singolo organismo manda giù ai ritmi della propria peristalsi e assimila secondo il proprio fabbisogno organico. Cibo che nutre questi corpi in movimento, accomodati al banchetto conviviale, il cui pasto mattutino sta nel materiale coreografico che Siro ha apparecchiato.
Si conclude coi movimenti delle mani, in cui polsi e dita giocano il ruolo principale; gomiti alti, l’idea di rompere la rigidità e ricordarsi che “ognuno è giusto anche se sbagliato”. Alla luce di questo precetto si mette a frutto tutto quanto immagazzinato nelle improvvisazioni dei giorni precedenti. Ed è importante percepire, quando si impara una tecnica, come integrare il piacere – e perché no, anche la ‘stupidera’ – all’interno di quanto si è recepito e imparato; affinché ciò avvenga è fondamentale riuscire a prendersi un tempo per “ricordare” quel che si è raccolto, per introiettare gli stimoli ricevuti, per essere poi in grado anche di rielaborare il tutto e comprendere come ci si debba riorganizzare dinanzi a un limite che si incontra. “Ripensare” è parola chiave che designa una pratica e un principio guida.
Nella seconda sessione di giornata, quella pomeridiana, si ricomincia seguendo Matteo, e lo si fa stimolando il corpo a “sentirsi”, sollecitandone e chiamandone in causa ogni sua parte, lasciando che a vibrare sia ogni muscolo della faccia, avvertendo il fremito della carne, esplorando tutte le parti del corpo capaci di rispondere a una vibrazione; una vibrazione che si prova a generare anche appoggiandosi agli elementi esterni, spingendo con mani e piedi su pavimenti e pareti, utilizzando come base di spinta propulsiva tutto quello che si ha attorno e che possa fungere da supporto. Sentendone l’eco nella carne, si può provare ad esplorare le intensità della vibrazione, se ne possono cogliere le variazioni in ogni luogo del corpo e dello spazio. Da lì in poi Matteo chiede di procedere per sottrazione, di andare in diminuzione, facendo sempre meno, per arrivare al grado zero, ognuno nel suo tempo, mantenendo soltanto la vibrazione stessa al proprio livello minimo e concentrandola nei muscoli del volto, venendo in primo piano in favore di videocamera, assumendo espressioni variate, attraverso piccole vibrazioni, con qualche “schizzo di esagerazione”; da qui in poi le vibrazioni si fanno più grandi, sale il loro livello di intensità e velocità, spaziando in una gamma espressiva della mimica facciale, trovata la quale si permane in quella e si aprono i microfoni: ne segue una fase  di ‘stupidera’ generalizzata e protratta (Cottolengo scansati!), a cui fanno da corredo gli ormai consueti entra ed esci, di singole parti e figure intere. Mentre sulle note di Radio Ga Ga dei Queen tutti trasformano all’istante in estemporanee rockstar.
La fase successiva consiste in un esperimento in cui si lavora in piccoli gruppi, di quattro o cinque elementi; il compito è di condensare, in una micro-performance di tre minuti, l’essenza di Graces: reinterpretare e riorganizzare il materiale a disposizione, attingendo alle parole usate, alle scene viste e provate, dalle modalità del gioco condiviso.
Breve ricapitolazione dei termini sensibili: attesa, trasmissione sorpresa, ballettone, ‘stupidera’, cavalli, fiori, gravità, voguing, superpoteri, gioia, splendore, prosperità: in circa venticinque minuti, i cinque gruppi casualmente assemblati preparano la loro sintesi parziale di Graces, per quello che è stato finora, per quello che si è assimilato e per quello che ci si sente di poter rielaborare.
I piccoli ensemble creano brevi coreografie (a cui tutti gli altri improvvisano un titolo da assegnare), nei quali in rapida riconversione e fantasioso amalgama vediamo riaffiorare la quasi totalità di idee, immagini e suggestioni proposte ed emerse in questi giorni di residenza: dai fiori sulle note di Vivaldi, ai vocalismi all’insegna della ‘stupidera’, dalle pose statuarie ai superpoteri, variazioni di ritmo funzionali a gestire in maniera armonica entrate e uscite di scena, attese rarefatte e protratte, sintagmi e gesti, segni e parole, voguing e pose, linguacce e cavalli, persino la giraffa ubriaca, ormai implicitamente eletta mascotte del gruppo. E ovviamente le immancabili virtù delle grazie canoviane: prosperità, gioia, splendore.
Il gioco funziona e diverte sia chi lo fa che chi l’osserva.
Andrea Rampazzo, per l’occasione performativa trasformatosi nel bravo presentatore con un buffo copricapo in testa, chiude la giornata assegnando il compito per l’indomani (mi prendo la libertà di non chiamarlo task): un video di dieci secondi, possibilmente da girare in esterna, in cui ciascuno provi a condensare cosa Graces sia e rappresenti secondo il proprio punto di vista: un modo per provare a capire cosa funziona e cosa no. Un modo per continuare a esplorare e giocare. E, nel gioco, continuare gioiosamente a danzare.

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