“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Martedì, 20 Aprile 2021 19:29

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 7

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Breve ma intensa la giornata, concentrata in due ore mattutine nelle quali Danza Pubblica-Graces aggiunge un altro mattoncino alla costruzione del suo edificio, del quale i corpi in azione costituiscono a un tempo materiale plastico e forza lavoro.

Diversamente dal solito, Silvia Gribaudi è in sala, in una scuola, insieme a delle danzatrici con cui è in cantiere un altro progetto; è da lì che, danzando in compagnia, impartisce le direttive al gruppo in residenza su Zoom, nel progetto che Scenari Visibili ha varato aderendo al bando “Per chi crea” di MiBACT e SIAE.
Matteo Marchesi cura la playlist al cui ritmo si declina ogni giorno il movimento, ogni giorno ripetendosi, ogni giorno arricchendosi. E, come ogni giorno, vengono ripercorsi e riproposti alcuni principi acquisiti, tutto ciò che è stato immagazzinato nel bagaglio di conoscenze e abilità torna utile e riappare, andando a comporre un puzzle coreografico che quotidianamente acquisisce riconoscibilità e consapevolezza di sé.
Per cominciare, Silvia chiede di mimare le parole imparate il giorno prima grazie ad Angela, adoperando il linguaggio dei segni, e di farlo appoggiandosi alla tecnica del voguing, un modo per portare a sintesi alcuni elementi percorsi e praticati in questi giorni, ai quali si aggiunge anche la pratica di far alternare i performer alla guida dei movimenti da eseguire: così si susseguono Guido, Francesco, Didi, facendo attenzione che chi guida non cambi sempre movimento; è poi il turno di Beatrice a tirare il gruppo, infine la palla passa a Matteo, il quale oltre a mostrare fisicamente il da farsi, alterna input concettuali in carta e inchiostro, mostrando alla telecamera fogli scritti a caratteri cubitali: “fashion”, “balletto” e poi movimento libero, ancora balletto (altro recupero dal magazzino ideale di questi giorni, per portare a sintesi pezzi di quanto esperito), chiedendo ai danzatori di muoversi come se fossero delle vere étoile. Ritornano movimenti tipici di Graces: “cavalli” recita un cartello esposto da Matteo (e che si rifà appunto a un movimento chiave dello spettacolo), mentre parte fortissimo I Love It di Icona Pop, altra hit immancabile di questi giorni di residenza ”zoomiana”; continua l’alternanza di generi e registri, il balletto ricorre e ritorna, per poi lasciare spazio alle statue (sempre chiamate in causa per iscritto), la cui evocazione ci ricorda che Canova è e resta padre nobile di questo gioco danzato (o di questa danza giocata); dopodiché si sale e si scende, i corpi sono indotti a muoversi come un palloncino che si svuota: e anche qui ritorna un riferimento a quanto fatto nei giorni precedenti, nell’esplorare il rapporto con la gravità, prendendosi il tempo di “sentire” il corpo nelle fasi sia ascensionale che discensionale, lasciando che il fluire dinamico delle membra sia comodo ma articolato, sentendo quale parte salga per prima e quale arrivi prima a terra. A ogni salita e discesa il percorso è diverso e se si trova un ostacolo, il respiro aiuta a prendersi una pausa per superarlo e poi proseguire; si ricerca una morbidezza della salita e della discesa, da sfruttare per usare lo spazio, per allargarsi al suo interno, senza perdere la qualità, ogni ostacolo rappresenta un’opportunità di cambiare traiettoria, non bisogna avere fretta, ma ascoltare i passaggi che indurrebbero a correre, e invece rallentare, andando lentamente verso la propria forma finale: trovarla e, con calma, lasciarla. Insieme al respiro. L’idea di fondo consiste nel vivere questi passaggi come un viaggio verso una forma, una ricerca di qualcosa che viene trovato e un attimo dopo lasciato.
Per il buon esito di questo viaggio, per compiere questo percorso, è importante fidarsi del proprio corpo, senza dover rincorrere alcunché, accettando una sfida che è insita anche nelle cose piccole; ritorna il concetto di attesa, che coincide per Silvia Gribaudi in un tempo riscontrabile e apprezzabile nel comico, in cui rappresenta un’opportunità di lavoro e di gioco: è la poetica del clown. A  volte nella ricerca dell’effetto comico, per far ridere finisce per esserci anche un po’ la fretta di compiacere lo spettatore, il destinatario, di accelerarne la risata, mentre sarebbe più opportuno frenare e mettersi in ascolto, valorizzare l’attesa fino al momento naturale della sua trasformazione in gioco.
Il gioco c’è sempre, immancabilmente, come c’è stato nelle improvvisazioni di ventiquattr’ore prima e di tutte le sessioni fin qui attraversate: un gioco in cui si è improvvisato tanto, eppure denso di professionalità e generosità, valori che stanno consentendo di vincere questa sfida fatta di barriere da oltrepassare, di diaframmi tra reale e virtuale che sembrano sempre meno spessi. Il gioco è sana follia, il gioco è divertimento, con una locuzione appropriata e fantasiosa lo si derubrica, in sintesi, a “stupidera professionale”, allegria che riesce a un tempo a essere folle e credibile, insensata nella forma apparente, densa di senso nella sostanza effettiva.
Ci si può lasciare, sebbene il lavoro odierno sia stato più breve rispetto al solito; ma non ci sono vincoli formali, non esistono lacciuoli schematici: lo schema, se c’è, va interpretato e, nel caso, rotto. Ci si può lasciare e lo si fa con un compito assegnato per l’indomani: trovare uno spazio vuoto, possibilmente all’aperto, da “ravvivare”, da rendere vivo per dieci secondi da filmare: dieci secondi di ballettone, o di cavalli, o anche di statue, dieci secondi in cui il corpo prenda una forma e si articoli, avendo chiare entrate e uscite e decidendo come prendere la luce nel modo migliore; dieci secondi per continuare a giocare, dieci secondi di danza giocata, dieci secondi di gioco danzato. Dieci secondi, ancora, di Danza Pubblica-Graces.

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