“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Lunedì, 19 Aprile 2021 20:35

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 6

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Si riprende dopo un giorno di pausa, il solo previsto. Che avrà consentito di ricaricare le batterie dopo lo sforzo fisico profuso e l’adesione immersiva al progetto di residenza Danza Pubblica-Graces, che Scenari Visibili organizza aderendo al bando “Per chi crea” promosso da MiBACT e SIAE.

Si comincia a ranghi leggermente ridotti: gli impegni tengono via un po’ di partecipanti. Inizia Silvia, dopo averci vezzosamente mostrato le sue “professionalissime” calzature a guarnizione dei piedi – senz’altro più professionali delle pantofole che esibisce Matteo, con tanto di “calze di Natale” (sic!)  al loro interno – e ci rende edotti su quanto e come si sia deviato dall’idea iniziale di suddividere in gruppi la classe degli oltre quaranta partecipanti: laddove la padronanza della tecnologia fa difetto, subentra l’inventiva come inesauribile risorsa, laddove c’è un problema lo si trasforma in occasione.
C’è un panorama sonoro che sta diventando consuetudinario, che ripropone tracce ricorrenti, le quali creano – anche musicalmente – un sostrato di riferimento, fatto di brani che ritornando finiscono per diventare colonna sonora del movimento in esecuzione.
Così trascorre una prima ora tutta all’insegna del movimento guidato e delle sue variazioni tematiche, scandite da musica che comunque procede anche per aggiunte, in costante arricchimento del patrimonio acustico in funzione d’accompagnamento.
E prosegue anche quella propensione condivisa al gioco e alla gioia, quel riconoscere e riconoscersi in un linguaggio comune, trovato facilmente, senza che ci fosse bisogno né di concordarlo preventivamente, né di organizzarne a tavolino la codifica.
A conferma di questo microclima benefico che si è spontaneamente venuto a instaurare, la nascita di un gioco gestuale, orchestrato da Angela, a cui a turno dagli altri viene richiesto di mostrare parole nella lingua dei segni e, complice la musica, si crea un’atmosfera delicata e poetica che sembra trasportarci dentro a un film di Charlie Chaplin, fatto di suoni e azioni capaci di parlare più delle parole stesse. Si vorrebbe sapere come possa dirsi Graces nella lingua dei segni, ma poiché è termine che non esiste in dattilogia, Angela lo crea al momento, portando a sintesi – o meglio, a crasi – i due termini gestuali con cui si po’ dire la parola grazie: facendo partire la mano in avanti dal mento e poi portandola su una spalla.
Dalla parte dinamica si passa a quella dialogica, che sulla precedente innervi questioni: “Cosa si è fatto nel riscaldamento e nella danza?” è la domanda che Silvia Gribaudi pone a tutti; e tutti, ciascuno per la propria parte, individuano e indicano un momento, una sensazione, una percezione personale: chi riscontra ancora il concetto di trasmissione, chi quello di libertà, chi chiama in causa la gravità e chi la flessibilità, chi la grazia e chi la fluidità; tutto vero, tutto sottoscrivibile, ma anche – e qui ritorna la stella cometa rappresentata dallo spettacolo Graces – la possibilità di essere liberi dentro al movimento personale, sia pur con una guida minima, che poi è quello che proprio in Graces avviene. E qui, in una finestra di schermo, lo si prova a trasmettere; si prova a trasmettere l’importanza dello stare insieme (e la sfida di riuscirci da remoto), l’importanza di provare piacere nel lasciar fluire il movimento.
L’esercizio successivo comporta che ognuno prenda una bottiglia mezza piena, o qualcosa che la surroghi, come una borraccia; il movimento che ne consegue, fatto tenendola in mano, disegna una nuova fase di sperimentazione, che consiste nel sentire il peso dell’oggetto che si maneggia, sia da fermi che camminando, in modo da avvertire, all’atto del rilascio, come il corpo accoglie la caduta di un elemento grave. Le bottiglie vengono spostate da un braccio all’altro, se ne percepisce il peso e la vibrazione, come rimarca Angela, che la vibrazione dell’acqua nella bottiglia l’ha “sentita” attraverso il proprio corpo. Una bottiglia quando cade genera il dramma e, negli esercizi di gruppo che solitamente esegue e fa eseguire Silvia, il momento della caduta in terra crea un disappunto che è propedeutico ad abbattere la preoccupazione, facendo sì che si trasformi in divertimento.
Il movimento circolare effettuato tenendo in mano la bottiglia serve a non correre il rischio di rimanere piantati nei piedi e i vari input aiutano a non bloccare il movimento, e anche in questo caso è proprio quanto accade in Graces con il pubblico: in base alla percezione sulla tipologia di spettatori con cui si ha a che fare, le bottiglie in scena (e il loro numero variabile) servono a imprimere un ritmo diverso, si cerca di giocare col tempo, in modo di indirizzarlo verso la maggiore semplicità possibile.
Rivedendo i filmati girati il giorno prima, in cui ai partecipanti era stato chiesto di portare in giro i propri superpoteri e registrarne una traccia video, si prova a commentare ciò che è rimasto di positivo: Arianna sottolinea la creatività e la liberta, Leila la bellezza del gioco, Francesco il senso straniante di qualcosa di gioioso immerso nella spettralità di una città resa vuota dal coprifuoco, Viviana la voglia e il gusto di scrutare la sorpresa nella gente intorno; e ancora il coraggio, la “bimbezza”, la follia, la comicità dei gesti quotidiani; qualcuno non avrebbe voluto più smettere, qualcun altro ha rischiato di beccarsi una multa (sono tempi davvero infami).
Si ragiona e ci si interroga intorno a quanto fatto, sulle sensazioni provate e sugli intenti raggiunti; Silvia suggerisce di aggiungere sempre un titolo a ciò che si crea, che è funzionale affinché un’opera diventi tale, strappandola all’ordinarietà delle cose usuali della vita di tutti i giorni.
Le prove non sono finite, proseguono e proseguiranno, continuando ad osservare con attenzione ciascuno quel che fanno gli altri, curando sempre  inizio e fine, ingresso e uscita. E tutto ciò che c’è nel mezzo. La mattinata di attività termina con una consegna: scegliere un balletto classico dal mare magnum di YouTube, pensare a una sua variazione e farla propria. Anche questa è una fase ispirata a Graces, e segnatamente a quella parte dello spettacolo che Silvia e i suoi danzatori definiscono “ballettone”.
Acquisita la consegna, ci si proietta al pomeriggio, che parte con la consueta fluida immediatezza con cui si entra nell’universo dinamico disegnato dalla Gribaudi, oggi coadiuvata da Matteo Marchesi: inizia una danza forsennata, in cui ci si immagina di essere delle star e ci si scatena nei modi più disparati, brandendo fra le mani – seguendo l’esempio di Silvia – pupazzi di varia forma e fattura; comincia una frenetica fantasmagoria di gioco con gli oggetti più vari, parrucche, cestini, cappelli veri o improvvisati, collane di fiori e qualunque altro ammennicolo ognuno si ritrovi per casa, decidendo di regalargli nuova funzione e momento di celebrità.
La componente del gioco è preponderante, quasi prepotente, copiare i giochi degli altri non è un peccato ma un atto dovuto: Silvia invita a copiare i travestimenti altrui che più divertono, i giochi che più attraggono lo sguardo; si spazia tanto, tra una miriade di oggetti: mollette, carta igienica, drappi e veli, portacipria, manichini, pennelli e matite da trucco, deformando la faccia e le espressioni del volto.
Fino a quando giunge il momento di mettere a frutto l’esercizio assegnato al mattino e danzare sul balletto scelto (il famigerato “ballettone”, come lo chiamano loro), al culmine del quale si ritorna a quell’esercizio ormai consueto dell’entrare e uscire a turno, occupando alternatamente la scena, sempre senza ingolfarla e senza mai lasciarla vuota, continuando a curare entrate e uscite, senza fretta, osservando quello che accade intorno, quello che fa il resto del gruppo, effettuando passaggi fino alla posa finale. Pose finali che vanno tenute vive, soprattutto nell’intenzione, protratte per un tempo indefinito, fino a che ce la si fa, e quando si sente che si è raggiunto un limite, si prova a cambiare qualcosa, trovando una strategia per stare, per rimanere “dentro”, come le statue del Canova, dalla cui staticità ci si discosta e ci si differenzia per il balletto che si è costruito e custodito all’interno, del quale si è conservata l’intenzione dinamica pur permanendo nella stasi. Da questa condizione acquisita ci si allontana solo progressivamente, solo con piccoli movimenti, ci si allena ad allungare il tempo interiore dello stare, si allena la resistenza, si respira, si ricerca e si trova il piacere in ciò che si è fatto. Fino a lasciare pian piano la forma, venendo davanti alla videocamera, respirando ancora, allungando di nuovo i muscoli, mantenendo viva e pulsante la relazione tra ciò che si è e ciò che si crea.
Assaporandone la gioia.

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