“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Sabato, 17 Aprile 2021 19:58

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 5

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Esaurite le sorprese del giorno prima, l’inizio è decisamente più soft e confortevole: No Surprises dei Radiohead suona come una carezza che sembra suggerirci che ieri è alle spalle e oggi si apre un nuovo capitolo dello stesso libro; ci si prende cura di quei corpi che il voguing portato in gioco da Siro aveva ieri sollecitato in muscoli e giunture. Matteo mostra come massaggiare l’addome, le cosce, e poi come “ascoltare” con le mani il volume del corpo, trasportando il massaggio alla parte dorsale e di lì fin su alla testa; suggerisce di tenere presenti gli incavi e le parti di corpo che si muovono a partire dalle ossa.

È un training mattutino che parte all’insegna di una soffice sollecitudine verso il fisico, per consentirgli di recuperare dalle fatiche a cui era stato sottoposto.
Un primo piccolo esperimento di partenza consiste nel dedicarsi ad “ascoltare il corpo”, provando a mettere le mani sopra agli speaker del dispositivo da cui si è collegati: Matteo fa partire una musica e a tutti è richiesto di ravvisare quel che il corpo “sente”, per avvertire come la vibrazione passi attraverso il corpo stesso, che riceve e trasmette, senza bisogno delle orecchie (ci è maestra Angela, in questo). La vibrazione va immaginata come una sfera da inserire dentro il volume corporeo, collocandola in una parte della figura: è qualcosa che induce i corpi allo spostamento, non volontariamente, iniziando dalle spalle e dalla parte superiore, per poi lasciare che attraversi anche le braccia, il busto, poi anche la testa e i capelli e a seguire giù fino al bacino, fino alle ginocchia, fino ai piedi. E infine si lascia libero movimento a tutti, incitandoli a spingere prima e a bloccarsi come ibernati poi. Pausa strategica, che ci restituisce performer che rientrano nel gioco immaginando di essersi trasformati in supereroi, dotati di superpoteri che sono più grandi del loro stesso corpo, chiamati a portare soccorso a un’umanità in pericolo, col potere delle proprie capacità: spingono al massimo, si bloccano di nuovo all’improvviso, in una stasi in cui restare in ascolto del proprio corpo e di quello che è diventato: il respiro che pulsa, il sudore che scende, il cuore che batte, le membra che vanno, anche se si è fermi.
Ci si prepara nel buio per riapparire nella luce, per scatenarsi e sprigionare ognuno a turno il proprio potere; si entra tre per volta e nel finale tutti dentro al massimo della forza, giocando con l’intensità dei poteri che ciascuno è stato capace di sviluppare.
Ai corpi in azione si richiede di rimanere “aperti”, di lasciar fluttuare quanto lasciato entrare in circolo. Senza mai smettere di rimanere “in ascolto” del proprio corpo, imparando a riconoscerne la parte che contiene il fulcro del “potere” designato e scelto da ognuno. Andando poi tutti insieme a formare una sorta di supercorpo composto da singole parti, un uno figlio del molteplice.
E la molteplicità è nella scelta che singolarmente ogni performer opera, eleggendo una parte di sé, una movenza o un’espressione, a culla del proprio superpotere: supereroi danzanti, che racchiudono e custodiscono inusitata energia nel collo, nei piedi, nei capelli (moderni Sansone), in un orecchio o nel basso ventre, in una spalla o in entrambe, in uno sguardo o nel sorriso. E contestualmente si riservano e si concedono il tempo di osservare gli altri, di capire come effettuare un’interazione, come stabilire una relazione, soffermandosi anche su dettagli all’apparenza meno evidenti. È una relazione che ha il suono e la voce di Penelope, un brano di Liz Green che genera una sorta di intercapedine in cui isolarsi tutti insieme.
Da questo spazio, intimo e condiviso, unico e molteplice, si esce con una diversa consapevolezza e ci si prepara a ridiventare i “supereroi” in cui ci si era trasformati prima: la consapevolezza sta nel portare il potere acquisito oltre la propria pelle, oltre il proprio spazio fisico definito.
Non solo corpo, ma anche voce: in Graces è fondamentale il rapporto tra voce e movimento, nello spettacolo si urla tanto. Perciò, si aprono i microfoni e si ripete, in diversa modalità, un esercizio che sta diventando consueto, quel frenetico e gioioso entra ed esci performante sulla scena vuota, stavolta usando la voce correlata al corpo, corpo che è a sua volta produttore di suoni. Si crea così un’alternanza di vuoto e pieno, funzionale a comprendere che per apprezzare il pieno dobbiamo attraversare il vuoto e perciò è necessario capire quando riempire e quando svuotare, quando alternarsi e come valorizzare il lavoro degli altri, instaurando così finalmente la relazione; la vera difficoltà pratica sta proprio nell’ostacolo frapposto dal mezzo, nel dover fare i conti con una barriera virtuale che scherma e distanzia, finendo per rendere la relazione giocoforza mediata; ma si tenta comunque di mettere a frutto quanto trasmesso, recepito e elaborato. E ci si riesce.
Graces trae spunto (e nome, certo) dalle Tre Grazie di Antonio Canova. E i superpoteri evocati e interiorizzati dai corpi danzanti non sono altro che una proiezione dei valori universali incarnati dalle Grazie: prosperità, gioia e splendore. Un patrimonio da portare all’umanità, è questa la missione che si prefigge Graces, proiettarsi verso un bisogno che il mondo ha e che spesso non riconosce di avere. Prosperità, gioia, splendore stanno progressivamente prendendo forma nei corpi che si danno, che si sperimentano, che si mettono in gioco, che acquisiscono una nuova consapevolezza di sé, comprendono di avere in nuce questo potere (anzi, questo “superpotere”) da portare simbolicamente nel mondo per cambiarlo. È un nodo concettuale forte, dentro il quale si annida come in un bozzolo l’essenza di questa residenza: a cosa serve la bellezza, se la teniamo rinchiusa?
Perciò il compito per l’indomani – che sarà di pausa per Danza Pubblica-Graces, residenza creativa che Scenari Visibili organizza aderendo al bando di SIAE e MiBACT “Per chi crea” – consisterà proprio nell’andare “in giro per il mondo” a esercitare e diffondere i superpoteri acquisiti. E portarne traccia testimoniale in un video di pochi secondi.
Prima di essere lasciati liberi di andare a esperire nel mondo aperto quanto acquisito, Silvia Gribaudi richiama tutti a entrare in scena, sempre a turno, seguendo i performer che si susseguono a fungere da guida temporanea: Guido, Valentina, Natalia, Arianna, Didi, Giulia, Francesco, Maria Chiara. Per poi riprendere le fila Silvia stessa e tracciare linee corporee da seguire, sconfinando nel campo del balletto, con la Primavera vivaldiana che risuona ricordandoci di essere ormai diventata inseparabile compagna di viaggio. Ed è ancora Vivaldi che ispira il trascolorare su volti e figure di prove tecniche di corpo tragico, preludio alla trasformazione in gioia totale, sempre sulla scia di quel discorso succitato dei pieni e dei vuoti, dell’evidenza dei contrari, per cui è più facile riuscire ad apprezzare la pace se abbiamo conosciuto la guerra, è più facile riuscire ad apprezzare la sazietà se si è conosciuta la fame (lo diceva Eraclito, qualche annetto addietro).
Ma non finisce qui: i dettagli da esplorare sono molteplici, in ogni corpo che respira; un superpotere può annidarsi in ogni singola e microscopica parte, anche in quella più brutta di ciascun corpo, che non a caso Silvia chiede di mostrare e di lasciar danzare: è un momento di rarefatta delicatezza, che invita a prendere una fragilità altrimenti trattenuta imprigionata in un guscio, rompendolo. Di quella fragilità facendo risorsa.
È così fino all’epilogo, fino all’ultima danza, fatta di dettagli in movimento, pronti a scappare allo scemare della musica, fino a sparire per poi rientrare, avendo cura di scegliere con quale parte del corpo cominciare a riapparire: chi con una mano, chi con la testa, chi con un piede, chi con i glutei, chi con una gamba e chi con entrambe, chi rientra mostrando il mento e chi una spalla.
Finendo seduti. E consapevoli di aver introiettato, per oggi, prosperità, gioia, splendore.

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