“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Mercoledì, 14 Aprile 2021 20:16

Graces Anatomy. Diario di bordo – Giorno 2

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All’alba del secondo giorno ci ritroviamo sullo schermo su cui c’eravamo lasciati; insomma, non proprio all’alba, il sole è già alto (lì dove c’è), ma i primi risvegli dopo una giornata intensa come la prima di lavoro – o di “esperienza”, come suggerisce giustamente di dire Francesco – finiscono per somigliare ai chiarori di un nuovo giorno: è un’alba simbolica, perché è come se il ritmo biologico avesse iniziato ad essere scandito dalle cadenze che Silvia, Matteo e Andrea imprimono alla Residenza.

Residenza che, ricordiamo, la compagnia Scenari Visibili di Lamezia Terme ha organizzato aderendo al programma ”Per chi crea”, con il sostegno del MiBACT e della SIAE.
Si comincia. Ci si riscalda a ritmo di musica. Silvia chiede ai partecipanti di disegnare dei cerchi con tutto il corpo: con la testa, con le spalle, con le mani, con i gomiti, con il bacino, con le ginocchia; il movimento suggerito evoca ai corpi l’idea d’essere sinuosi come un’onda, un’onda che viaggia. I corpi si scrollano rapidamente da dosso l’intorpidimento della notte trascorsa e si sciolgono in fluido agire, un viaggio motorio, un movimento da ascoltare con fiducia, lasciando il corpo libero di esplorare le proprie possibilità di mettersi in cammino, fino a rimpicciolirsi progressivamente, come se allontanandosi la sua forma ci apparisse sempre più microscopica.
Si passa dal mero riscaldamento all’azione senza bruschi passaggi, senza soluzione di continuità, senza cesure, quasi senza accorgersene. D’un tratto i corpi, nel loro flessuoso ondeggiare, si immedesimano in una condizione priva di gravità, come fossero nello spazio, masse senza peso, leggere e fluttuanti. Acquisiscono così, nella loro consapevolezza, fiducia nella propria essenza, nell’intuizione, negli impulsi. È il corpo che guida, il corpo di ciascuno, perché ciascuno è diverso e ciascuno declina il sé individuale entrando progressivamente in relazione con gli altri. Affinché ciò avvenga, bisogna che si inizi a percepire il piacere del movimento, il piacere dello stare, capendo di essere entità fisiche in una relazione armonica con tempo e spazio.
L’onda corporea a cui ogni performer dà vita viaggia nelle parti del corpo, nasce dal tempo per viaggiare nel tempo, diventando via via sempre più grande, montante, continuando a crescere nei gesti e nelle membra di chi li effettua. Vedo mani che si agitano in primo piano, poi gambe, ogni parte concorre al tutto, ogni elemento dei corpi in gioco (e in ballo) contribuisce a scrivere una storia il cui inchiostro è nel movimento, le cui penne sono i corpi che lo producono.
Il linguaggio musicale che funge da innesco varia ed è variato: dalla Carrà al flamenco, dal Da Da Da dei Trio al tip-tap; su queste variazioni ci si sfrena, prima di riprendere fiato, prima di iniziare ad ascoltare il proprio respiro, allungando il corpo in esercizi di stretching che facciano sentire ad ognuno quali parti fisiche maggiormente reclamino un bisogno di respirare, di appropriarsi di un respiro che il corpo doni a se stesso. Silvia Gribaudi suggerisce di immaginare il corpo come fosse pieno di succo d’arancia, fatto dunque di materia fluida che si diffonda nello spazio compiendo il suo viaggio. Un succo che può essere anche d’altra sostanza, purché fluido: arancia, pesca, ananas, persino limone nella sua asprezza, o ancora può frizzare con l’effervescenza delle bollicine dello champagne, o con quelle più “povere” dell’acqua minerale, oppure può avere la densa corposità del ketchup o ancora il vaporoso candore della panna montata: si prova, si cerca, si realizza; acqua frizzante, champagne, ketchup, panna montata o un succo di qualunque tipo: a ognuno è chiesto di sceglierne uno, quello che ha suscitato divertimento, che evocato una sensazione di piacere. Nel riproporre il frutto (e il succo) di queste sensazioni, va ricercata anche la relazione con gli altri: creare e guardare, proporre e osservare, lavorare su due fronti, nell’ottica di instaurare un legame tra il sé e l’altro da sé, iniziando a ingenerare una dinamica “promiscua” di contiguità, funzionale a un’osmosi, a un’interazione, alla messa in relazione, appunto.
Ai partecipanti viene chiesto di trovare un titolo per le loro danze; fioccano gli esercizi di fantasia:“Aranciata saporita”, “Acida ma non troppo”, “Fluido fluendo”, “Panna pantano”, “Schiaccianoccioline”, “Schizzo rosso!” (evidente che abbia scelto il ketchup!), “Solletico d’organi”, “Liquido fluire”, “Fiato corto”, “Panna frizzante”. Solo per citarne alcuni.
Al culmine di quest’esercizio si aprono i microfoni e, in linea di continuità con il giorno prima, Silvia coinvolge tutti in una pernacchia collettiva, sempre nell’ottica di quella desacralizzazione del gesto che ricorda a noi tutti che in questo gioco è fondamentale non prendersi troppo sul serio, che i codici ci sono per essere destrutturati, che il limite è un vincolo da scardinare. La lingua nell’atto dello spernacchiare – ci spiega Silvia – è irrigidita, legandosi alla nostra colonna vertebrale: destrutturazione e desacralizzazione sì, ma con senso e criterio logici e funzionali.
Per poi ritornare alla danza, immaginando di evoluire nel Balletto di Mosca, di far parte del repertorio del Bol'šoj, sulle note di Vivaldi, che trascorrono dalla Primavera all’Inverno.
Da Silvia la guida passa a Matteo, che dal “ballettone” istruisce alla sfilata, all’uscita per raccogliere gli applausi del pubblico in tripudio (il sottofondo sonoro ha il rumore di una folla acclamante); ci si prepara dietro le quinte, per poi venir fuori a ringraziare, a prendersi l’applauso, a lanciare baci verso il pubblico, a salutare; si immagina che il pubblico chieda un bis, che lancino dei fiori. All’apice ci si complimenta a vicenda, come fatto il giorno prima, in una fantasmagoria di voci che s’affastellano in confusa, gioiosa armonia.
Una gioia e un’energia che immediatamente vengono convogliate in un cambio di scena e di ritmo, immaginando che dall’alto cali una luce stroboscopica e che lo spazio immaginato si trasformi in una discoteca, che sconfini oltre le dimensioni fisiche anguste delle pareti che contengono l’azione. In questo spazio che si dilata, ciascuno ha la possibilità di essere una star, e lo schermo diventa il magico amplificatore di una popolarità possibile, come se dall’altra parte ci sia uno stuolo di fan, a cui tributare saluto riconoscente; sicché bocche, occhi, mani, portati in primo piano, diventano gli strumenti con cui comunicare con chi osserva: labbra protese, atteggiate in un bacio, sguardi espressivi e parlanti, mani poste in forma di cuore, chi le giunge, chi le apre a ventaglio, chi semplicemente ci gioca.
Per poi allontanarsi dalla camera a grandi inchini e prepararsi – sempre come delle star – a mettersi in posa per i fotografi, assumendo posture che esaltino il senso della bellezza (e, ovviamente, della grazia), che sappiano dare risalto a tutto il corpo, ad ogni sua parte, ricordandosi che tutti noi abbiamo anche un retro e un sotto, che un corpo è tale a 360 gradi; l’attenzione ai dettagli induce a sfruttare non solo lo spazio ma anche le suppellettili a disposizione, per assumere pose singolari e accattivanti, come fanno ad esempio Guido e Angela sfruttando sedie e poltrone.
Al culmine si rientra nel luogo e nella forma in cui si è provato piacere e si ritrova quello che si era provato a esplorare ieri, con gli occhi sul corpo. Ogni volta che si sta veramente bene, ci si può permettere di ascoltarlo il corpo; e di aspettare. Guardando fuori e dentro ad esso.
Il movimento si rarefa, assume connotazione quasi intimistica, i corpi, il corpo di ciascuno, entrano in relazione con il sé, con la pelle che prende forma; è un po’ come essere sott’acqua: bisogna ricordarsi di prendere aria, ossigeno, non ci si può permettere di smettete di respirare. E se subentra la noia, si può prendere ispirazione da ciò che c’è intorno, trovare una ragione per continuare; la noia va accettata, ma superata, trasformata in qualcos’altro mediante ciò che c’è dattorno. A questo punto assistiamo a un movimento in sottrazione, sempre più piccolo, fino a ridursi a eco, a risonanza che vibra nel corpo, occhi rilassati, prodromo a una stanchezza indotta: sbadigli, facce che s’adeguano alla stanchezza, teste appoggiate alle mani, palpebre che s’abbassano, occhi che si stropicciano, bisogno di abbandonarsi al questa stanchezza. Ma è solo uno dei tanti giochi, fase di passaggio intermedio verso la realizzazione di statue plastiche d carne, che si possono modellare come fossero d’argilla. Statue plastiche a cui viene richiesto di lanciarsi in una danza in cui si può diventare quel che si vuole, al ritmo che si preferisce, lasciandosi ispirare da qualunque elemento ci sia intorno. “Siamo opere d’arte” sembra essere il motto precipuo di questo momento di creazione; e l’arte non può avere fretta, altrimenti è mera meccanica produttiva, arida dinamica seriale; bisogna saper aspettare, accogliere quello che accade, senza fretta, prendendosi il tempo di fare le cose, non lasciandosi prendere dal tempo per fare le cose. E questo ci porta ad uno dei principi cardine di Graces: l’attesa; quello spazio sospeso in cui pare non accada nulla e che invece in quel mentre (in quel tempo) sta schiudendo universi.
Ed è proprio sull’attesa che si chiede di lavorare, osservando cosa sia l’attesa, aspettando e parlando di quel che non c’è, di quel che non è ancora e che prima o poi sarà, scaturendo proprio da questo tempo concesso. A questo è dedicato il pomeriggio: ognuno dovrà creare un video di pochi secondi incentrato sul concetto di attesa.
E attesa dell’attesa è anche la mia, che mentre scrivo, aspetto di vedere cos’avranno prodotto danzatrici e danzatori, imprestandosi temporaneamente al ruolo di videomaker.
Terminata l’attesa (almeno la mia) guardo in rapida successione i brevi filmati prodotti: un manichino in vetrina, dei monopattini parcheggiati in strada in attesa di muoversi sotto la spinta di qualcuno, un piccione appollaiato su un lampione, un dente di leone che attende d’essere pettinato da una folata di vento, foglie vizze tra gli sterpi in attesa di un nuovo germogliare, ali di farfalla sopra un fiore che attendono di volare, una pentola a pressione e la sibilante attesa scandita dal suo rumore, una tazza di caffè e una sigaretta poggiata a consumarsi accesa sul bordo d’un posacenere, umanità in attesa all’esterno di una chiesa di paese, o in coda davanti a un ufficio postale, altre persone in un mercato all’aperto, che in realtà attende di potersi ripopolare, un cielo bigio che attende che un nuovo sole lo giunga a rischiarare, quello stesso sole che panni stesi accolgono in attesa di asciugare, un cagnolino che aspetta una pallina con cui giocare, un altro davanti a una porta chiusa da cui, chissà, voler entrare, un altro ancora in attesa di un boccone di cibo, e uno che invece aspetta senza saper bene cosa, un gattino sulle traversine dei binari che attende un treno che lo costringa a spostarsi, un altro binario che attende lo sferragliare delle rotaie, e ancora chi attende un autobus, chi un semaforo i cui dischi cambino colore, la semplice attesa giocosa dell’atto di sfilarsi gli occhiali, una strada percorsa nell’attesa (e magari nella speranza) di imbattersi in un volto umano, un uovo in terra che attende il suo tempo per schiudersi a nuova vita, necrologi affissi che aspettano d’esser letti, mentre i nomi che vi sono impressi appartengono a vite che ormai non aspettano più.
Mai come ora si aspetta qualcosa. Emblematica sintesi di un tempo sospeso e della percezione che ne abbiamo, i filmati girati. Sospeso, come rimaniamo noi, dopo la visione, dopo questa intera giornata di lavoro (pardon, di esperienza). In attesa di cosa succederà domani.

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