“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 03 Dicembre 2012 18:08

Liturgie della rivolta

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Una donna furente utilizza la forza del pensiero per fare a pezzi il mondo e porrà se stessa, alla migliore distanza, dalla parte – da questa parte – di un buio a dirotto, insazio e veggente, dove poter lesta indire i riti dell’ombra (agitare, aguzzare; ricucire, dar di filo), finalmente, a teatro, nel solo luogo che permetta la compresenza del molteplice, in scena: ella si rivela, solo così si rivelerebbe: esplode, freme, e dietro scomposte azioni, a nient’altro abbrivo che il proprio dolore, depaluda tutta la vita sua dai personaggi che le gravitano attorno, dal marito come dai fantocci, squallida razione di veleno borghese (se allevare o meno balle di gatto sull’erba dei gardens, prescegliere ozi o foto ritratti, qualche grado di gelo per contraddire la smania sociale con un po’ di protocollo, eccetera).

Un pezzo di maschera sfrangiato del bordo, allora, in un profilo senza fondo e due mobili luci sul primo rigo di viso inciso, rivoltato, è questa donna che ha disposto se stessa con mezzobusto da telegiornale (per singolare domestica deficienza) in un video applicato all’altezza della pancia, da dove provengono, discoste dall’opaco del volto, domande sulla natura del di-vertire, sulla differenza tra casa e clinica, sintetico referto di io industriale; personaggio rivoltato, che sente con la pancia ed emette guasta segnali di video. Mentre su, più in su, in tre cornici ella trascorre tutto il tempo suo, piatto, bidimensionale, lasciando trasalire materiali inferi e immagini nonsensiche atte a dar corpo, sostanza di scena, alle voci liberate di donna, moglie e puttana.
Sì che alla tempra di questa donna, smisurata nella furia di chi uno dietro l’altro sbraghi tutti i pugni in gola, vien su, agitato, l’intero simbolico di una richiesta, di una domanda di verità, unguento evocato a lenire il regime concentrazionario nel quale ella vive (in rima bisticcevole col principio d’autorità) rinchiusa com’è, quasi allo stato di teorema, nella condizione di chi debba dimostrare a sé la prova di una sicurezza ontologica, anzitutto. Ma la verità è un simbolo, appunto, uno degli alias con i quali si identifica questa Medea inamidata con quanto di impaziente è nei panni dell’Anna Cappelli di Ruccello, a voler individuare i riferimenti più diretti e immediati della pièce. 
Gli scatti pregni di slittamento di senso di Assia Favillo (in direzione di una caratterizzazione degli alias della donna borghese, frustrata) ed i materiali video così decomposti, per la curatela di Alessandro Tesa, interpolano una drammaturgia che, in termini marxiani, vorrebbe illustrare una precisa falsa coscienza dell’attuale ceto medio, rivelandone il carattere contraddittorio nel suo tipico rapporto con la realtà del possesso (che è sempre la realtà tout-court, anche per il borghese di oggi), sennonché qualcosa sfaglia, e l’aspirazione al possesso è destinata ad esprimersi nei modi di una patente solitudine, impossibile a neutralizzare. La scrittura scenica di Emanuele Tirelli, in questo senso, è chiaramente leggibile e denuncia la pienezza dei rapporti dispiegati tra la donna e il mondo. E il fatto stesso che il testo sia leggibile, emancipa evidentemente la direzione scenica e la stessa interpretazione dell’attrice dalla verifica di una tematizzazione univoca: ciò che dicono le parole scritte, come sovente accade quando si accelera sulla drammaturgia, è altro da quanto dice la donna, che è altro ancora da quanto è predisposto da Iolanda Salvato alla regia. Volutamente ricercato od altro, l’effetto complessivo della rappresentazione tiene se si considerano di volta in volta i nodi drammatici intercettati, salvo che per il sibilo finale, in forma di respiro, intervenuto a sparigliare il gioco delle maschere sospese, in calce ai frammenti combusti del video. Un vero colpo di teatro, girato in pellicola: ciò che viene finalmente a mutare testo e scena, in uno dei rari momenti del loro intrecciarsi drammatico. 

 

 

 

_da questa parte (ovvero quello che manca)
di Emanuele Tirelli
regia Iolanda Salvato
con Assia Favillo
video Alessandro Tesa
disegno luci Marco Zara
produzione Eva Di Tullio, Blumalab, Tavole Da Palcoscenico
lingua italiano
durata 55'
Napoli, Teatro Sancarluccio, 1° dicembre 2012
in scena dal 29 novembre al 2 dicembre 2012.

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