“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Paola Spedaliere

Il teatro e la cura del tempo

Come si fa a spiegare a un bambino che gli adorati nonni muoiono? Come si può raccontare la morte, la malattia, l’Alzheimer a un bambino se non attraverso una fiaba, un sogno, un racconto che abbia contenuti di verità trasfigurati dall’immaginazione? La risposta la dà César Brie con il suo spettacolo e, alla fine della pièce, in coda agli applausi per la messa in scena de Il Vecchio Principe, spiega che una volta un amico gli chiese di scrivere un’opera che avesse potuto vedere sua figlia.

La vita attorno a un tavolo

Al centro della scena la tavola, non quella del palcoscenico, dell’assito ligneo, ma proprio la tavola, il desco. Coperta da una tovaglia plastificata a quadretti bianchi e rossi, come quelle delle trattorie classiche, vi è questa lunga mensa, tanto lunga da permettere a trenta persone circa di sedersi attorno ad essa. Ma non siamo in trattoria, siamo al TAN − Teatro Area Nord a Piscinola e non siamo sul palcoscenico. Siamo nello spazio deputato alla biglietteria, al foyer, trasformato nella cucina della campagna di Valsamoggia, in provincia di Bologna dove nasce e vive il Teatro delle Ariette, in mezzo ai campi.

Il vuoto, soprattutto

Il palcoscenico è ingombro di oggetti, ne risulta un arredamento soffocante. Sulla parete di fondo, sulla destra, vi è un calciobalilla a cui Marcello sta giocando da solo, un po’ nervosamente mentre il pubblico sta ancora prendendo posto il platea. Più avanti c’è una chaise longue e un piccolo tavolino su cui vi è una scacchiera. Sulla sinistra, al limite del proscenio, un tavolo alto con due alte sedie, mentre poco più indietro troneggia un bel frigorifero di marca Smeg, nero lucente.

Se la vita è un uovo sodo

Avvolto nel buio della sala, su un comune tappeto simil-persiano, vi è un tavolino posto di sbieco rispetto al pubblico, con dei piccoli oggetti. A terra vi è una scatola di cartone, una sedia, un’altra seduta. Tutto è illuminato da un fascio tagliente che proviene da una lampada che si trova su un alto treppiedi. È un piccolo nucleo luminoso in cui si inseriscono due personaggi comuni, vestiti con abiti dimessi, quotidiani, uno più anziano dalla lunga chierica canuta e dallo sguardo stralunato, l’altro più giovane, con la camicia scozzese e un liso giubbotto di pelle.

Storie di navi, teatri, migranti e scatole

Il sipario del Teatro Trianon è aperto, il palcoscenico è vuoto di attori e di scenografie. È un normale palco riempito solo da comuni attrezzi di scena. Questa scarnificazione non solo oggettivizza l’attesa, ma suggerisce una sicura azione metateatrale: il testo che si rappresenterà per l’edizione 2019 del Napoli Teatro Festival Italia è infatti L’arsenale delle apparizioni − Il teatrino dei fantocci, secondo movimento di Via Santa Maria della Speranza (il cui primo movimento debuttò al NTFI del 2017) ovvero una trilogia ispirata a I giganti della montagna di Luigi Pirandello a cura di Maria Angela Robustelli, ideatrice del progetto, drammaturga e regista.

Il cerchio perfetto

Dal suo debutto al Festival Teatrale di Borgio Verezzi il 22 luglio 2018, La scuola delle mogli di Molière con la regia di Arturo Cirillo ha realizzato più di settanta repliche e il risultato è visibile sulla scena sin dai primi minuti: un meccanismo collaudato, perfettamente in sincrono tra tutte le parti che compongono lo spettacolo, un continuo lavoro di studio e approfondimento del testo come il regista da sempre è abituato a fare.

L’assoluzione

L’ampia sala multimediale del Teatro La Giostra è buia: il nero domina le pareti, i vuoti, gli spazi. Solo una piccola, ma intensa luce, che piove dall’alto, illumina una croce alta poco più di due metri, costituita da una struttura in ferro su cui sono inchiodate delle piccole traverse in legno. La luce, insinuata tra gli spazi crea un chiaro segno di demarcazione tra il chiarore e l’oscurità.

Medea, che siamo noi

L’assito c’è, è di legno, ma non è un palcoscenico: è il calpestio di un furgone bianco del ’94 che lo scenografo Filippo Sarcinelli ha allestito per Medea di strada del Teatro dei Borgia. All’interno solo sette posti disposti lungo i tre lati del furgone dove siedono gli spettatori, a stretto contatto tra loro, scomodi perché è il solo modo per entrare nella scomodissima vita della protagonista che a breve si paleserà.

Ma che bel castello!

Un libro degli anni Venti del Novecento del tedesco Rudolf Stratz, un film muto del 1921 del tedesco Friedrich Murnau tratto da questo testo, Il castello di Vogelod, una band italiana di rock alternativo, i Marlene Kunz che, dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, ha spaziato dall’indie al post grunge, al noise rock. Un attore italiano, Claudio Santamaria, dalla solida formazione artistica, che ha iniziato la carriera nel doppiaggio per passare al teatro, al cinema − dove ha raggiunto la notorietà − alla televisione, senza mai abbandonare nessuna di queste arti, anzi cimentandosi spesso anche come cantante e come fotografo (ultimo vernissage a Milano qualche settimana fa).

Una voce, un coro, un dramma

Sette paia di scarpe nere sul limitare dello spazio che separa l’assito dalle gradinate del Teatro La Giostra, ad un passo in altezza da Piazza Augusteo, nei Quartieri Spagnoli. Quasi al centro di questa linea, sagomato a terra da un nastro bianco, un gioco da bambini con le caselle numerate in cui si salta senza toccare le linee di demarcazione. Poco più indietro nove piccoli sgabelli di cartone su cui si siederanno gli attori-ballerini, cinque donne e due uomini con abiti neri come le scarpe che li attendono, e una ballerina.

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