“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Giovedì, 19 Dicembre 2013 00:00

ZiaLidiaSocialClub, terza serata: Una (non così) semplice vita, di Ann Hui

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Quando si immagina la vita come una occasione continua di scambio, e il cinema come il riflesso di questa occasione che non finisce mai e continua fuori dalla sala, nelle nostre case, nelle strade, nelle storie, nelle nostre domande, si può incappare in questa domanda: cosa chiediamo il più delle volte al cinema? Quando si spengono le luci sulle nostre vite e comincia "la notte cinematografica" che dura poco più di una proiezione, cosa speriamo accada in quell'unico appiglio che ci rimane, quel fascio di luci di fronte a noi? Chiediamo forse l'impossibile, la sorpresa, l'inatteso, il sogno, il mistero, il miracolo, la possibilità di godere emozioni estreme senza rischi o sacrificando una parte inconsapevole di noi in cambio di un'ossessione, di una liberazione o di una redenzione.

Ma possiamo anche chiedere al cinema soltanto di porci di fronte a una semplice vita, nella quale rispecchiarsi facilmente. Eppure alla fine potremmo scoprire che purtroppo non è per nulla facile e scontato rispecchiarsi in una "Simple Life" così piena d'amore, come quella raccontata dalla regista cinese Hann Hui nel terzo film della rassegna dello Zia Lidia Social Club.
Ci diciamo che ogni vita ha la sua unicità, ma a parte il fatto che ognuna di queste, ha un inizio unico e un'unica fine, in realtà senza prenderci in giro le vite che riteniamo straordinarie sono quelle più popolari, quelle conosciute da tutti, le vite di chi si affanna per rincorrere successi, per poi magari scoprire di voler tornare ai primi passi, a quelli lenti, compiuti prima di iniziare la rincorsa sfrenata verso il qualcos'altro "succeda". Passi tiepidi, timidi ma composti e attenti, che spesso sacrifichiamo ai bollori agitanti dei rampantismi sfrenati e degli indaffaratissimi niente. Ed è ancora più sconvolgente scoprire quanto quel tepore desiderato, sia in realtà al passo di tutti, di ogni semplice vita, eppure così difficile da sentire, da raggiungere: la vita semplice e piena di amore della protagonista del film, Ah Tao, ci tocca ammetterlo, non è affatto facile da vivere e davvero tanto difficile da emulare.
Ah Tao è una donna che fin da piccola ha prestato servizio presso la famiglia Leung. Del nucleo familare dei Leung con il tempo rimane con lei solo il suo prediletto, Roger, produttore cinematografico sempre in giro per il mondo. Vediamo Ah Tao fin dall'inizio del film prendersi cura di Roger, la sorprendiamo scegliere il pesce e le verdure più fresche, l'accompagnamo mentre avanza lenta lungo le strade e i mercati di Hong Kong. Impariamo a conoscerla attraverso ogni minimo gesto, nel suo modo di sbollentare le verdure fresche e colorate in una pentola a vapore. La osserviamo servire a tavola Roger, sorridergli, gioire in silenzio per i rientri dai suoi viaggi, conservare zelante i suoi ricordi, salutarlo quando va via e attenderlo di nuovo. A tratti potrebbe anche infastidire tanta dedizione che il nostro, in realtà non così tanto ingiustificato, rancore storico e quotidiano, ci può far leggere come servilismo al potere. Ma andando avanti emerge in tutta la sua bellezza, nel film, l'asciutto e delicato "elogio della compassione e dell'accettazione" (Rosanna): sentire e accettare se stessi, la propria vita e anche l'avvicinarsi della morte, e "sentire e accettare delicatamente e profondamente l'altro, senza ostentare i propri sentimenti ma coltivandoli nell'intimità dei gesti, nel rispetto degli oggetti" (Antonio), nel contatto degli sguardi. La cara Ah Tao dopo un incidente sa bene che non le resterà ancora tanto da vivere ed è consapevole di non poter più aiutare Roger, decide così di trasferirsi in un ospizio forse anche "per non dare fastidio" (Luciano). Questa scelta diventa ulteriore occasione per approfondire il legame tra Ah Tao e Roger che, per quanto gli è possibile, si prende cura di lei, la assiste, la accompagna in questa nuova esperienza. C'è sicuramente un senso di riconoscenza in Roger, nella nostra società non così tanto scontato, verso chi da sempre si è presa cura di lui, ma c'è di più, c'è il suo bisogno di continuare ad apprendere dall' autenticità e profondità di quel legame, continuare ad apprendere "dal noi" più che dal me e dall'amare stavolta più che dal farsi amare: "Non ci si nutre solo nel raccogliere ma anche nel dare" (Maria). Il miracolo dell'amore sembra anche "modificare il rapporto con la morte" (Rosanna), e infatti gli ultimi mesi di Ah Tao, nella seconda parte del film, assumono il sapore dello zenzero che aggiunto a un semplice tè gli conferisce il gusto di un momento unico e irripetibile "che non sa di pesce".
Sullo sfondo di tanta tenerezza, di un amore composto, non plateale che si esprime nella cura, nella riscoperta del valore quasi umano degli oggetti, c'è la grande Hong Kong e Ann Hui non ci risparmia anche una sottile critica sociale. Come ben coglie Luciano, "alla micro-economica dei profondi rapporti intimi fa da ombra la macro-economia di una grande metropoli spersonalizzata dove gli anziani vengono ammassati in dei buchi, che sono tutt'altro rispetto ai maestosi grattacieli dell'alta finanza". "Chi è improduttivo finisce i suoi giorni in una 'fabbrica della terza età'" (Antonio) o peggio ancora in un "buco che funge da ricettacolo dove il fine vita è un residuo del tutto che poi si riduce a un mucchio di rifiuti" (Luciano). Anche la cura, in questo spazio, appare talvolta mercificata, quasi un'altra tecnica di smaltimento, e i supporti della società talvolta sembrano invadenti, inopportuni, anche riluttanti, eppure ben accolti per penuria di altro. Ma Ah Tao continua a dare anche in questo posto, "come il baco da seta fa seta fino alla morte", sopperisce alle assenze, è in grado di stare vicina alle solitudini degli altri, tenendosele vicine con i modi giusti, continua a fare piccoli miracoli in virtù dell'amore. A Simple Life sembra riservare anche ad alcuni di noi spettatori un piccolo miracolo: nell'elogio della semplicità, nel legare "la morte con l'amore" (Mario), accende i riflettori del cuore anche su un'altra semplice vita, quella di zia Lidia che non poco somiglia ad Ah Tao anche se con un temperamento totalmente diverso. "Entrambe sanno amare gli animali, entrambe curano gli altri fino ad annullarsi, entrambe preferiscono rimanere nell'ombra, entrambe hanno e continuano ad avere la capacità di esserci sempre" (Michela). Davanti ad entrambe, anche uno come zio Max, il vecchietto bizzarro e poco compito, incurante dell'invito del Leung a sedersi come è buon costume quando si commemorano i defunti, si sarebbe inchinato due volte, non solo per celebrare la morte, ma in segno di gratitudine verso l'amore che solo alcune vite, quelle che guardano attraverso i muri, gli occhi e le apparenze, riescono ad esprimere semplicemente in un modo straordinario.


Zia Lidia Social Club
XI stagione – Terza serata rassegna cinematografica 2013/2014

Proiezione:
A Simple Life
regia
Ann Hui

foto della serata Katia Maretto

Avellino, Teatro Carlo Gesualdo – Sala Prove Orchestrali, 15 dicembre 2013

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