“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Domenica, 15 Dicembre 2013 00:00

L’enigma della vita

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L’industria dello spettacolo è un’infallibile macchina da guerra, generatrice di audience e di denaro. Si sa. Ma il più grande orgoglio di quella scatoletta magica chiamata Televisione resta l’inaspettata trasformazione di programmi nati come riempitivi in programmi improvvisamente di successo, che per qualche opera di straordinario ingegno giungono a divenire vere e proprie icone sociali. Sarà a causa del perenne bisogno dell’uomo di ampliare la propria struttura, non solo mentale ma persino corporea, che alcune Serie Televisive finiscono per divenire dei grandi contenitori di Risposte nelle quali rifugiarsi per trovare conforto, per giustificare il proprio operato, per sentirsi meno soli.

Siamo abituati alla routine di novità televisive che quasi sempre novità non sono mai e spesso, tra noi appassionati di Telefilm − termine improprio che utilizzo consapevolmente −, si gioca a fingere che si tratti di novità, per tentare invano di rimediare alla noia. Ma poi è arrivato Lost, un drammatico d’avventura che si scopre essere fantascientifico, disarticolabile in parti simboliche a cui poter fare riferimento. È stato Il Tilt.   
Da quel momento, ciascuna cosa intorno a me si è sistemata come Prima e Dopo Lost.
Un fenomeno di proporzioni colossali, una miniera di citazioni, letterarie e cinematografiche, che si presta ad un intenso lavoro interpretativo e che costituisce il punto di arrivo di una lunga tradizione mitologica. Lost è molto di più di un Telefilm. Srotolarvi ben sei stagioni di episodi da quaranta minuti l’uno, giungendo poi al Finale che in tanti hanno trovato deludente, sarebbe inutile per chi lo ha già visto, fin troppo complicato per chi ha scelto di non guardarlo mai, e sostanzialmente insensato per me, che mi ci sono approcciata quasi come se fosse stata la Bibbia. Non so come sarà il Finale della mia vita né tanto meno il Finale del mondo, ma sono certa che potrei restare delusa da entrambi. E con questo?             
Neanche la conclusione più spiacevole sarà in grado di appannare quei pochi momenti per cui è valso veramente la pena vivere. Ed è così che intendo parlare di Lost. Un plot per nulla originale (un aereo si schianta su un’isola deserta e il gruppo di sopravvissuti cerca disperatamente di tornare a casa) che però accoglie dentro di sé, nella maniera più profonda ed efficace, la più totale difficoltà di essere al mondo. E come avrebbe potuto non coinvolgere un Pierrottino come me, alla continua e disperata ricerca di una tanto trasognata stabilità emotiva? L’incessante Dualismo di principi opposti e inconciliabili a cui siamo soggetti per il solo fatto di essere uomini, fa da sfondo religioso, filosofico, estetico, psicologico a quelle che sono le vicende umane di personaggi disperati, la cui missione non è solo quella di portarsi in salvo dall’Isola ma di mettersi in salvo soprattutto da se stessi. Vivere Insieme o morire da soli. Siamo e sono tutti in cerca della propria Redenzione e combattono gli Altri, un gruppo socialmente molto chiuso e pericoloso, presente sull’isola, che fa largo utilizzo di Liste di cose da fare, con delle regole ben precise che anche il pubblico fatica a comprendere. L’inferno sono gli Altri, direbbe Jean-Paul Sartre. Un po’ come accade ne L’Isola Misteriosa di Verne, dove un gruppo di naufraghi è minacciato dai Pirati. Per non parlare della presenza di un cavo grazie al quale arrivano al mare, mentre il nostro gruppo di protagonisti trova un cavo con cui arrivare ad una particolare Stazione. Ogni possibile idea di Cast Away, Survivor e de il Signore delle mosche, si colora di una connotazione soprannaturale, un’aggiunta vincente che rende l’isola un luogo ricco di magia, di mistero, con il suo mostro di fumo e con i suoi complicati spostamenti spazio-temporali, e che rende possibile la rappresentazione visiva di quelli che sono quesiti concettuali. Le continue anomalie temporali e la costante lotta tra il bene e il male ci rimandano quasi a Narnia, un luogo nascosto dove il tempo scorre in maniera diversa e la magia è un fatto normale ma la storia per eccellenza a cui fare riferimento è senza ombra di dubbio l’Odissea, non tanto per il fatto che Desmond, personaggio dell’Isola, voglia a tutti costi ritrovare Penelope, ma più che altro perché l’isola di Lost è in grado di spostarsi proprio come quella di Eolo, il Dio dei venti, che veniva definita vagante, così come era definita volante Laputa, l’isola incontrata da Gulliver nei suoi viaggi che non riesco ad esimermi dal citare.              
Infiniti sono poi i riferimenti anche scenici al Mago di Oz (per le scarpette rosse e la mongolfiera), a Peter Pan e la sua Isola che non c’è (l’ultimo membro di una fila indiana, un bambino, trascina con sé il proprio orsacchiotto) o, ancora, alcuni titoli degli episodi richiamano Alice nel paese delle meraviglie (“Il coniglio bianco” e “Attraverso lo specchio”).      
Tutta la letteratura ci offre innumerevoli Isole misteriose ma è difficile credere che una serie televisiva del 2004, che ha pertanto la pecca e l’ostacolo della modernità, sia riuscita a combinare insieme un bagaglio così grande di mitologia, di memoria letteraria, persino di teorie scientifiche, aggiungendo tra l’altro una forte componente psicologica che richiama l’inconscio collettivo di Jung, regalandoci un serbatoio di tutto il patrimonio simbolico dell’umanità. È così che vengono fuori gli archetipi che guidano e spiegano la nostra vita (e la Serie) riproducendo personaggi tipici come il Leader, il Bambino, il Padre, il Saggio e lo scopo dell’uomo finisce per essere quello di riconciliare il proprio inconscio e la propria mente con il mondo esterno. Jung definiva questo principio di connessione col termine di Sincronicità che stava ad indicare tutti gli eventi che si verificano contemporaneamente, non collegati da cause ma uniti dal significato. Non si tratterà mica di una coincidenza che tutti i personaggi di Lost si siano in un qualche modo già incontrati prima, senza ricordarsene, o che abbiano avuto a che fare con persone importanti e vicine agli altri personaggi. Il dualismo viene fuori anche in questo caso tra chi crede che siano finiti tutti sull’isola per un motivo ben preciso e chi cerca invece di convincere gli altri che si è trattata solo di una tragica sventura. Libertà – Destino. Chi è convinto di dover superare delle prove a cui è stato sottoposto dall’Isola stessa (come se l’Isola avesse una vera e propria identità) e chi resta legato ad una dimensione tutta terrena. Fede – Scienza. E se l’Isola fosse un’anticamera del “Paradiso”? E se l’Isola fosse quella dei morti di Böcklin? Che egli stesso definì come un’immagine onirica: "deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura". Una zona di passaggio tra l’Aldilà e l’Aldiquà? Ma data l’evidente natura terapeutica dell’Isola, con le sue proprietà curative, potrebbe essere anche il luogo di Origine dell’umanità, una sorta di Isola dell’Eden, in cui poter nuovamente rinascere dopo aver trovato la propria Redenzione. E se l’aereo non fosse mai caduto? Misteriose entità costituiscono universi alternativi.          
Qual è il punto esatto della mia esistenza in cui si sarebbe potuto generare un universo alternativo? Me lo chiedo sempre e a volte mi so anche rispondere. Ma me lo tengo per me. In quale punto della Terra si potrebbe far esplodere una bomba per cambiare la storia? Quale proiezione della mia persona vincerà sulle altre rendendomi finalmente reale? A volte il tempo, la vita, Chi c’ha mannat' ccà, direbbe Troisi, ci fa allontanare da noi stessi come se avessimo perso le chiavi di casa ed è una gran fatica riuscire a ritrovarle per ritrovarsi. Ulisse era perso per il mondo ma portava dentro di sé la propria Itaca, alla ricerca di un centro di stabilità interiore, per la propria destinazione finale. I personaggi di Lost si sentono e sono perduti da qualunque punto di vista ed in effetti non vogliono far altro che “tornare a casa”.

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