"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 05 Dicembre 2013 01:00

ZiaLidiaSocialClub, seconda serata: “È stato il figlio”

Scritto da 

Seconda serata della rassegna cinematografica organizzata dallo Zia Lidia Social Club. C'è ancora più gente della prima, ancora più energia. Altri volti, altre voci oltre a quelle di sempre. Fa bene Michela a chiedere i nomi delle persone che danno il loro contributo alla discussione, perché per noi è un motivo di felicità arricchire la piccola comunità dello ZLSC con nuovi nomi, nuove vite.

La nostra sfida, riuscire a ricreare l'intimità di casa di Zia Lidia senza sacrificare mai la vitalità in uno spazio più istituzionale, comincia a dare i suoi primi frutti. Lo Zia Lidia Social Club non è mai stato una casa privata, un gruppo chiuso, un sistema con delle logiche predefinite, un nome di chi lo rappresenta, ma è un organismo vivo con il suo ritmo e i suoi arresti, con le sue mutazioni, interazioni, imperfezioni, combinazioni, e con una finalità: quella di migliorare e... soprattutto di non lasciarsi peggiorare.
Il secondo film previsto in rassegna, presentato da Marco è È stato il figlio di Daniele Ciprì (già recensito su Il Pickwick da Daniele Magliuolo: http://www.ilpickwick.it/index.php/cinema/item/668-%C3%A8-stato-il-figlio-o-del-mito-della-caverna), tratto dal romanzo omonimo di Roberto Alajamo.
"Il film del 2012 è la descrizione di una storia vera di brutale cinismo e crudeltà con un finale non affidato alle parole, ma racchiuso nel silenzio e nella incisività di un'azione, un gesto intimidatorio". Del regista Marco apprezza "lo sguardo disincantato, provocatorio e presente sulla debolezza umana che fa luce anche sulle strutture di alcune famiglie meridionali matriarcali e non per questo meno crudeli. Questo film con attori grotteschi intensamente teatrali racconta della mafia senza i mafiosi. La mafia non è descritta come potere che assoggetta con l'intimidazione, ma come comoda scappatoia dove ci si rifugia per mancanza di fiducia nella società e, soprattutto, nel genere umano" (Marco).
Ha inizio il film e immediatamente siamo rapiti da suoni che ricordano i sensori degli elettrocardiografi che monitorano le funzioni cardiache dei pazienti in fin di vita. Infatti, questo film racconta di esistenze precarie e traballanti lentamente e tragicamente sconquassate dalla morte che proprio la vita sembra espiantare. "È stato il figlio è un film senza tempo e senza spazio" – osserva Michela – "ha quasi una tensione teatrale rivolta alla verità più che alla riproduzione della realtà", è girato, infatti, nei quartieri popolari di Brindisi anche se racconta di Palermo e, "come in tutti i film di Ciprì, il focus di esplorazione è un'umanità al margine, ritratta senza pietismo e senza finzione" (Michela). La luce polverosa che filtra dalle immagini sullo sfondo di un paesaggio accaldato ma per nulla solare sembra condurci indietro nel tempo, o forse proprio nel profondo presente, in quei recessi dell'anima dove la genuinità dalla bellezza disarmante si appresta sempre a essere contaminata e dove le necessità materiali, l'ignoranza, l'aridità, il calcolo e la stessa disperazione si mettono a crudele servizio della sopravvivenza. Il film si apre con un uomo, Busu, dallo sguardo perso nel suo tempo eppure intensamente presente, seduto in un ufficio postale, che, di riflesso ad un accadimento improvviso, comincia a raccontare alle persone in attesa del loro turno, la storia della famiglia Ciraulo, realmente accaduta a Palermo negli anni Settanta. I Ciraulo che arrancano per andare avanti sostenendosi su un equilibrio precario fatto di poco e faticoso lavoro, piccoli piaceri, amicizie povere e squilibrati equilibri familiari, improvvisamente vengono colpiti al cuore da un lutto improvviso: la preferita del papà; Serenella, viene colpita da un colpo vagante per un regolamento di conti destinato a un componente della famiglia. Nel silenzio e diniego totale che seguirà questo lutto, il padre inconsolabile ritroverà speranza e forza nella possibilità di un risarcimento dello Stato alle vittime della mafia. "Ma il riscatto non c'è, perché il riscatto non può venire dalla Mercedes, dal denaro" (Michela), ed "è proprio il danaro a far sprofondare la famiglia Ciraulo" (Maurizio). Il risarcimento economico, la manna dal cielo caduta sull'inferno non può che diventare inferno stesso.
I Ciraulo non hanno gli strumenti per maturare la scelta, "la loro scelta è obbligata dalla società dei consumi" (Maurizio), senza alcun orientamento, senza poter chiedere consigli, senza intravedere futuro, non in grado neanche di riconoscere dentro se stessi le necessità imminenti, decidono di utilizzare gran parte di quei soldi per comprare una macchina così da "far vedere a tutto il quartiere che sono diventati ricchi" (dal film).
Il riscatto in questo film diventa crisi ancora più profonda. La scena finale che stupisce, nonostante sia così apertamente dichiarata dal titolo del film, dimostra ancora una volta come la rabbia e la stessa disperazione in certi contesti, non così distanti dai nostri, non determina il riscatto e alla fine neanche più il dolore, ma freddamente e crudelmente si asservisce alla vita che in questo film sconvolge proprio perché appare più tiranna della morte. I rari sguardi di tenerezza, che il regista salva dal grottesco, i tentativi di purezza, quei fragili spiragli di salvezza, vengono insidiosamente resi complici della dannazione.
"In questo spaccato cinico e disincantato su di un mondo dimenticato, quello degli ultimi, dei disperati, l'unico appiglio alla miseria umana, come non bastasse quella economica, è il compromesso, anche a discapito dei sentimenti, anche a discapito di valori essenziali e primordiali come il legame filiale" (Roberta). E così Ciprì "ci parla di mafia senza fare riferimento ai mafiosi" (riprende Roberto), perché la mafia è degrado umano, è nell'ignoranza colpevolmente indotta, è in quelle dinamiche contorte che costringono gli oppressi a difendere i loro stessi oppressori, è nella famiglia spesso gabbia di "incontinenza" della ferocia umana, è nella burocrazia incomprensibile e lontana dalla realtà, è nel presente senza futuro.
Ma la mafia è anche nell'inquinamento di valori sbagliati funzionali al potere economico che sterilizzano le radici culturali e sociali deprivandoci di nutrimento umano, rimane non scalfita dal tempo, nel trauma di Busu, in quella condanna all'annientamento e al dolore a cui non si concede nessuna parola, nessuna elaborazione, nessuna liberazione, nessun riscatto, e neppure il conforto.

 

 

 

Zia Lidia Social Club
XI stagione – Seconda serata rassegna cinematografica 2013/2014

Proiezione:
È stato il figlio
regia Daniele Ciprì

foto della serata Katia Maretto

Avellino, Teatro Carlo Gesualdo – Sala Prove Orchestrali, 1° dicembre 2013

 

 

 

Lascia un commento

Sostieni


Facebook