“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Martedì, 26 Novembre 2013 01:00

Can I have your attention please?

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Can I have your attention please?           
Eravamo in molti ad imitare quel suono britannico e meraviglioso, seppur stridulo, dell’insegnante di inglese. Come dimenticare quello splendido e ricorrente Can I have your attention please?, una formula che riassume tutte le ore di inglese di qualunque istituto scolastico, annunciando la tragedia a cui siamo destinati: soccombere di fronte alle pretese di attenzione.
Ogni studente ha avuto il suo Can I have your attention please?, per diventare poi un lavoratore, pardon, volevo dire un disoccupato, di oggi, sottoposto ad ulteriori ed interminabili Can I have your attention please?

Una vita trascorsa a restare attenti, guai se non lo fossimo stati. Senza aver quasi mai potuto valutare se ne valesse veramente la pena. Non è previsto che tu te lo chieda, non ti è concesso. Devi regalare attenzione a tanta gente, a fiducia. Finendo poi per restare concentrati sempre e solo su se stessi, in forme più o meno fasulle, perché non si ha più il tempo di guardarsi sul serio e fino in fondo. È stato già deciso, quasi si trattasse di una virtù morale. E devi assecondare la pretesa di mantenere un livello alto di concentrazione, capacità di cui non tutti sono dotati ma che tutti pretendono di ritrovare negli altri.
“Siate positivi, accantonate i problemi: la stanchezza fisica e l’affaticamento mentale potrebbero minare la vostra concentrazione…”. Lo dice un sito, che consiglia ben dieci trucchi per non perdere mai la concentrazione. Uno di questi ha a che fare col fissare una candela nel buio, senza battere le ciglia. Roba da matti. Un consiglio non molto intelligente, a meno che non venga fuori da un oculista furbacchione. Chi vuole scommettere dieci euro che l’ha scritto un oculista, metta il dito qua sotto. Ci aggiorniamo tra qualche mese, quando ci arriveranno vantaggiose offerte di Groupon per una visita agli occhi, con tanto di sconto per la montatura delle lenti. Risulta invece meno probabile che la grande idea sia venuta alle industrie di candele perché queste sembrano non avere alcun problema con le vendite, soprattutto da quando vanno di moda quelle profumate ed economiche dell’Ikea con cui tappezzare di erotismo le vasche da bagno. Ma si accettano dieci euro pure per chi volesse scommettere sulle industrie di candele, sempre il dito qua sotto.
Non avete anche voi a volte la sensazione di ritrovarvi in una gabbia di matti? Si sta divagando, ci siamo distratti. Non perdete la concentrazione, Can I have your attention please? È adesso che arriva la parte davvero interessante, quella in cui vi racconto qualcosa che inizierete a sfoggiare in pubblico per suscitare stupore. Qualche anno fa, alcuni psicologi sottoposero centoquarantacinque studenti ad esercizi di memoria e di abilità concedendo loro, tra una prova e l’altra, circa quindici minuti da spendere come meglio credevano. Con enorme sorpresa è venuto fuori che coloro che hanno utilizzato il break per concentrarsi sugli argomenti delle prove, sono risultati essere i meno creativi.              
Ebbene sì, dopo lunghi anni trascorsi ad arrovellarsi inseguendo la concentrazione, credendo probabilmente che solo in tal modo si possa giungere a formidabili soluzioni, si è scoperto che è proprio la Distrazione a condurre a grandi idee. Appare dunque lecito chiedersi dove sia finito questo straordinario nonché indispensabile allontanamento dalla realtà, meglio noto col nome di Distrazione, da non confondere con la superficialità o con la dimenticanza. Perché ci ostiniamo tanto a restare sempre attenti? La mente umana necessita di essere libera e di divagare, sviluppare sensazioni positive, producendo pensieri di ogni genere, anche quelli più inutili, che spesso si presentano come una perdita di tempo e che invece conducono a più vere percezioni sensoriali. È proprio nei momenti in cui non siamo concentrati che scattano grandi intuizioni.
L’inevitabile diffidenza che nutro verso il chiacchiericcio moderno mi ha spinto però a rintracciare ulteriori notizie a riguardo e, andando molto indietro nel tempo, è venuto fuori un aneddoto leggendario con cui ricordiamo l’inventore che rivoluzionò la fisica dei fluidi e che, chi lo avrebbe mai detto, era sorprendentemente distratto quando lo fece. Si dice infatti che Archimede Pitagorico stesse facendo un bagno rilassante quando notò l’innalzamento dell’acqua, divenendo egli stesso il primo corpo immerso ad aver ricevuto una consapevole spinta verticale. Persino Leopardi rifletteva sulla distrazione, sin dalle prime pagine del suo diario, affidandole un ruolo consolatorio all’interno dell’intelletto e indicandola come l’unica dimensione in cui avere una parvenza di felicità. Una volta lessi che "Buona parte della felicità nostra sta nella distrazione da noi medesimi". E mi piacque molto. E non l’ha scritto Leopardi. Allora siamo in molti a pensarla così. Ma non è un fatto trascurabile, in merito all’esperimento condotto sui centoquarantacinque studenti, che la divagazione mentale sembri funzionare solo per i compiti che il nostro cervello ha già affrontato in passato. Ma Chissenefrega. Del resto Archimede non sarà stato di certo al suo primo bagno.

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