“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Domenica, 03 Novembre 2013 01:00

La nera signora

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Io non sono mai riuscita a vederla. Spesso però ne percepisco il peso sulle spalle e sul cuore. Immagino un paio d’ali angeliche color del piombo. Fuligginose e vellutate. E immagino un sorriso dolente e splendido, il sorriso della morte. Venne a trovarmi forse da ragazzino. Mi sembrò che una nuvola coprisse d’un tratto il sole. I rumori attorno tacquero d’improvviso come in un bosco quando crepita un fucile e la vita che un attimo prima risuonava sulle alte fronde e tra i cespugli bassi carichi di frutti e di rugiada morì e dileguò, nascondendosi nel buio e nell’ombra, i cuori impauriti e in attesa. Il sole oscurato. Un’ombra che si allungava su di me. Una pressione leggera sul cuore. Rapido scese il buio e lo sgomento. Rapido scomparve l’orizzonte.
Era la nera signora ma non potevo ancora sapere. E non potevo immaginare che la nera signora mi avrebbe seguito ovunque andassi, fedele come lo sciacallo alla sua moribonda preda. Spesso mi sono sentito così, una bestia malconcia che anela ancora alla vita e che si volta impaurita e smarrita e vede quell’odiosa sagoma ghignante che paziente attende la tua morte.

Questa è la sintomatologia classica della depressione maggiore:

1 Profonda depressione del tono dell’umore.
2 Marcata riduzione o scomparsa dell’interesse e del piacere in tutte le attività
3 Marcato rallentamento psichico e motorio.
4 Mancanza di energia, affaticabilità.
5 Sentimenti di inadeguatezza, di inutilità, di disperazione.
6 Mancanza di appetito e perdita di peso.
7 Disturbi del sonno.
8 Difficoltà a concentrarsi e a ricordare.
9 Pensieri di morte.

Tra questi sintomi i più ricorrenti nella mia lunga, spesso inconsapevole frequentazione della nera signora, sono l’1, il 2, il 5, il 6, il 7 e il 9.

Profonda depressione del tono dell’umore.
Inconsolabile. Questa è la parola che affiora alla mia mente. Ci sono stati alcuni giorni nella mia vita in cui il peso sul cuore era evidente. Un senso di oppressione e di grigiore che ricopre il mondo di una patina disperata e noiosa. La melanconia rivestiva il mio volto, rendeva la mia pelle smorta, lo sguardo opaco e spento. Il sole non scaldava più, morenti raggi sfioravano la mia pelle e cadevano a terra obliqui.
La luce del giorno appare livida. L’angoscia del vivere è trasparente. Complicato far finta di niente e vivere, continuare a fare le cose come se niente fosse. Le persone non comprendono, è difficile per non dire impossibile comprendere il dolore altrui, il dolore è in-condivisibile, si può immaginare ma non lo si condivide mai. L’unica soluzione è aspettare che passi e costringersi a pensare che passerà, che le nubi che ora oscurano il cielo sono transitorie come tutto è transitorio e mutevole nella nostra vita. Solo nella nostra corteccia possiamo trovare il nutrimento e la forza per superare il momento, attendere pazienti che il dolore passi che la nera signora si stufi di stare appollaiata sulle nostre spalle e sconfitta se ne vada per un po’.

Marcata riduzione o scomparsa dell’interesse e del piacere in tutte le attività.
Sconforto assoluto e mortifero. È il sintomo più pericoloso della depressione, il sintomo che connettendosi al primo e al nono genera pensieri suicidi. Immaginate che vi piaccia molto una cosa, anzi che questa cosa non solo vi piaccia ma sia la vostra vita, una cosa che in qualche modo vi abbia sempre consolato e riparato nelle tempeste fredde e solitarie della vostra esistenza. E ora immaginate che di punto in bianco questa cosa che vi ha salvati e che vi ha strappati all’amarezza quotidiana non vi dia più alcuna gioia che sia per voi indifferente che non abbia più improvvisamente alcun potere su di voi. Ah lo so che è inimmaginabile ma è quello che purtroppo può accadere. Ed è accaduto a me. Se c’è una cosa che mi ha distrutto e fatto desiderare la morte è proprio questa improvvisa perdita del gusto della vita e dei pochi piaceri che riuscivo a strappare. Tra questi piaceri ci sono sempre stati i libri, in essi ho sempre trovato conforto e rifugio. Ricordo quel giorno orribile in cui aprendo un libro meraviglioso lo richiusi subito impaurito e tremante. Avevo letto poche frasi, non mi ero spinto fino alla fine della pagina. Le parole lette non mi avevano trasmesso nulla, il mondo che esse evocavano era distante e freddo. Un gelo piombò nel mio mondo, nel mio piccolo mondo. Mi sentivo una marionetta spenta, inservibile. Mi sedetti su una poltrona e stetti immobile senza pensieri come un vegetale. Guardavo i miei genitori come da dietro un vetro. Sentivo le loro parole ma non sentivo i suoni delle parole e il calore che in genere è connesso. Era spaventoso e terribile, come se il cuore avesse smesso di battere come se un buio gelido fosse sceso su di me e impedisse alla luce e al mondo esterno di penetrare la mia anima. Perduto, sconfitto, niente più mi legava alla vita, la morte era l’unica scelta possibile per uscire dall’incubo.
Trascorrevo le giornate seduto, nulla era per me interessante, facevo le cose in modo meccanico, mangiavo poco senza sentire alcun gusto, le pietanze avevano tutte lo stesso sapore, un sapore che non mi dava alcun piacere. Qualsiasi cosa facessi non mi trasmetteva nulla, ero come un robot, mettevo la stessa dedizione in tutto ma non ricevevo nulla, come una fredda robotica macchina, non ero più un uomo.

Sentimenti di inadeguatezza, di inutilità, di disperazione.
Carabattola senza costrutto o genio. Peso inerme e inutile della società e sulla famiglia, una famiglia che appassisce, sfiorisce come un fiore senza luce e acqua. Sentirsi così può capitare a chiunque nella vita, in certi casi dovrebbe persino essere auspicabile che si avverta questa cosa che se ne prenda coscienza, per certi individui dovrebbe essere un atto di contrizione quotidiana. Ma non è per nulla normale che una cosa accada a persone come me. L’inadeguatezza è quando ti senti una di quelle calzature venute male, di quelle che alla misura inferiore stai troppo largo in punta e stretto in cima e di quelle che alla misura superiore stai troppo stretto in punta e largo in cima, una ciabatta inservibile buona per essere usata per fornire materiale di supporto a calzature migliori. Il miglior utilizzo è fornire autostima a persone mediocri e volgari che mai nella loro vita avranno modo di primeggiare se non nell’esecrabilità o nell’inettitudine.
La disperazione, è una operazione smembrata dal suffisso ‘di‘. ‘Sperazione’ è quando la speranza, o meglio, l’auspicio che la merda che ti avvolge alle caviglie possa andarsene e sparire nel buco del cesso del mondo appena tiri il lurido sciacquone, ‘di-‘ è una specie di animaletto sozzo e puzzolente dotato di alette ragnatelose che al momento opportuno strappa dalle tue mani la lurida cordicella argentata fatta a grani come i rosari e la consegna al dio del buco del cesso del mondo che ti guarda da sopra il water e frigna e ghigna mentre la merda sale lenta e inesorabile alle tue ginocchia fin su alle anche e al petto finché il tuo respiro non esce più respinto e riempito dalla merda divina che ti scende nei polmoni e tutto ti sembra di merda e puzzolente e le finestre da cui guardi il mondo sono appannate e sporche e quello che vedi è brutto e squallido anche se fosse il più bel posto del mondo.
L’inutilità di un uomo è tutta da dimostrare, come d’altronde è tutta da dimostrare l’utilità. Se ragioniamo come ecosistema è utile qualsiasi organismo mono o multicellulare. L’inutilità è sempre meglio della dannosità. Esistono cioè persone o individui (cioè gente non approdata a quel livello di civiltà sufficiente a definirli come persone) la cui utilità è spesso dubbia ma la cui dannosità è certificata e dimostrabile. L’inutilità può essere un peso eccessivo per la persona. Per sconfiggere queste idee occorre darsi da fare e mettere le proprie qualità e talenti in moto. Se non si dispone di qualità occorre lavorare con le mani. L’ozio è in questi casi il migliore alleato della depressione, spronare un depresso che sente questi sentimenti a lavorare a rendersi utile è fondamentale, memorizzare i concetti: rendersi utili, scuotersi la pigrizia e il torpore, lavarsi spesso, alzarsi presto la mattina e andare a lavorare oppure lavorare in casa oppure cercare lavoro fuori casa. Io mi sono messo in testa di diventare un web designer professionista e lo sono diventato nei periodi più neri della mia vita, i periodi in cui i sentimenti di inutilità e inadeguatezza e la disperazione erano al massimo livello. Ho studiato.

Mancanza di appetito e perdita di peso.
Anoressia. I giorni di inappetenza si susseguono ai giorni in cui la fame assale improvvisa come una marea e scatena una frenesia alimentare in cui il gusto per il cibo è secondario, ingurgitare qualsiasi alimento per colmare un vuoto. Il senso di tutto questo sta nella parola vuoto. L’appetito è un senso vero e proprio, percezione di uno stato di vuoto interno. Il vuoto dello stomaco coincide a livello simbolico con il vuoto interiore, sono praticamente la stessa cosa.
Mia nonna nella sua percezione delle cose antiche suggerita dalla guerra e dalle privazioni dell’immediato dopoguerra pensava che la pienezza di un corpo suggerisse salute, prosperità, bellezza, la magrezza, la cavità era identificata nello spettro pauroso della fame, il pieno interiore della pancia e il pieno interiore della psiche coincidevano perfettamente, solo chi era in salute e prospero poteva celare in sé un mondo interiore ricco, pieno, la magrezza e la fame a essa connessa suggeriva una mente vuota avida solo di cibo, di mezzi per riempirsi lo stomaco, un cervello appannato. La fame rende l’uomo più simile ad una bestia, lo riduce della sua parte umana.
Che senso ha tutto questo nel nostro piccolo mondo così lontano dalla guerra e dalla crisi economica, un mondo che non ha vissuto l’epoca del boom quando cioè d’improvviso le pance tornarono a riempirsi, i vuoti deambulanti come zombie dei tempi bui solo un ricordo buono da raccontare ai nipoti, il male passato riemerge come racconto pauroso e torna trasfigurato in fiaba, i racconti della guerra erano per me fiabe, i nazisti che caricavano la gente sui camion erano orchi di Tolkien.
Ecco che il pieno nella nostra epoca viene interpretato come eccesso, e l’appetito diventa bulimia, ansia di ingurgitare, di colmare quel vuoto simbolico stipando alimenti in un sacco già pieno fino all’eccesso. Questo genera il rito del vomito procurato.
La mancanza dello stimolo della fame è connesso al sintomo numero 2. Perdita dell’appetito come perdita del piacere del cibo. La nutrizione ci appare come un’attività insapore e tediosa, qualcosa che dobbiamo accollarci nella nostra noiosa esistenza, un’altra incombenza senza gioia e vita a cui dobbiamo piegarci per omaggiare questo simulacro di esistenza morente che abitiamo oramai con fatica.
Da tempo ho perso il piacere della cioccolata. Un tempo mi piaceva molto la nutella, il cioccolato bianco, la cioccolata svizzera. Oggi al supermercato se passo davanti al banco dove vengono esposte le tavolette sento ancora il vecchio impulso di comprarne una, ma è uno stimolo involontario residuo, nell’attimo stesso in cui provo ad allungare la mano sento che la mia mano non afferrerà nulla, le tavolette diventano oggetti freddi e incorporei, senza sapore, non riesco a immaginare il gusto che hanno e se provo a immaginarlo non sento il piacere, resto freddo e indifferente. Mi sposto velocemente verso un altro reparto, un senso di gelo che mi percorre il corpo.

Disturbi del sonno.
Per lungo tempo sono andato a letto presto la sera. Così inizia la lunga ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. E così è stato anche per me e lo è per chi consuma dei giorni interminabili e tediosi, giorni inutili in cui la sera appare come un dolce soporifero e accogliente narcotico, un sarcofago in cui affondare il corpo e i pensieri strazianti. Le terapie farmacologiche rendono lo sprofondare nel sonno più agevole. A quanti sarà capitato invece di non riuscire a dormire e di aggirarsi come zombie il giorno senza scampo.
Nella fase della disintossicazione attraversai un periodo di due mesi di forte insonnia, irriducibile insonnia. Lottavo per ore nel letto, gli occhi vitrei, asciutti, e solo verso l’alba la spossatezza vinceva il mio corpo e riuscivo a dormire per qualche ora. Ma era poco, non riuscivo nemmeno ad entrare nella fase rem che ero già sveglio e pronto a cominciare una nuova giornata da zombie.
L’insonnia logora, quando sei sveglio non pensi altro che a dormire, lavorare è difficile, gli occhi ti fanno male, la testa è come avvolta da una nebbia elettrica, sei in un perenne stato di dormiveglia, un coma vigile, i rumori ti arrivano attraversando una parete di plexiglas, un ronzio li accompagna.
Cominciai a prendere le benzodiazepine. O meglio entrai nel tunnel delle benzodiazepine. En, Xanax, Flunox, Tavor, Lexotan ecc. Le benzodiazepine creano dipendenza e dopo un po’ cominciano a fare l’effetto contrario, fanno assuefazione e non riesci più a dormire. Così cominciai a disintossicarmi lentamente. Il normale ciclo del sonno è tornato dopo circa due mesi che avevo smesso le benzodiazepine.

Pensieri di morte.
Cominciai a cercare un dialogo con Dio molto presto, ero piccolo, ogni sera chiedevo ragione della mia infelicità, della mia inquieta tormentata esistenza, e nel dialogo con questa entità remota e silenziosa percepivo con chiarezza la mia estraneità da quel mondo che quest’entità aveva creato. Nell’esercizio del dialogo con Dio riuscivo a guardare la vita dall’esterno come da dietro un vetro, mi osservavo vivere e resistere all’abbandono al tempo. Sentivo con dolorosa acutezza che tutto era incasellato in leggi e regole fittizie la cui logica mi sfuggiva, percepivo che la mia intelligenza e la mia sensibilità presto si sarebbero consolidate in un’estrema fragilità e in un cupo desiderio di dissolvermi. Mentre cercavo il dialogo con Dio in realtà mi avvicinavo lentamente e ineluttabilmente al territorio della morte.
Che cos’erano quelle preghiere irrituali consumate nel buio della mia stanza bagnata di lacrime se non invocazioni al profondo, se non una richiesta di essere cancellato dal tempo.
Se Dio non ti ascolta non puoi che cercare di trovare ascolto nella notte eterna, nel buio senza luce, nella tenebra cieca e assoluta fuori dal tempo e dallo spazio. Dio è un’entità inventata dagli uomini, se davvero esistesse una simile entità, un essere supremo creatore e legge dell’universo egli sarebbe del tutto indifferente alla nostra sorte, in cosa ci potremmo distinguere dalle innumerevoli creature che infestano l’abominevole e infinito universo, questo è quello che arrivai a pensare, sentendomi tradito anche da Dio.
Vi ho condotti qui fin sulla soglia dell’eterno infinito a contemplare la vastità buia del mondo oltre lo spazio e il tempo perché questo è l’orizzonte di chi si contempla vivere e desidera il salto nel buio. Una solitudine assoluta e irrimediabile. La coscienza perduta nella vastità del cosmo, in una solitudine glaciale, una vasta plaga deserta di emozioni e di calore. Le voci non giungono fin qui, lontana è la vita degli altri, la felicità, la gioia, l’amore, il riso, il piacere, il dolore, tutto è remoto e dimenticato, distante e ostile. Noi siamo in un angolo buio e freddo a contemplare un mondo che non comprendiamo e che non sembra curarsi di noi.
Siamo anneganti, invischiati nel fango sul fondo di un mare trasparente e gelido. Guardiamo con nostalgia e paura alla superficie agitata. La luce è un bagliore tenue che gioca sulla cresta di impercettibili onde. Osserviamo i volti dei nostri cari volare al di sopra dello specchio. Non possiamo chiamare. La nostra voce è spenta, il nostro sguardo è altrove. Siamo anneganti, tendete un braccio e forse potremmo stringerlo e risalire fino alla superficie dello specchio. Risentire le voci e il calore della luce che gioca sull’acqua cristallina, percepire il passare del tempo, vivere il piacere ed il dolore, tornare alla vita.

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