"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 09 Ottobre 2013 02:00

Un compleanno non è mai qualsiasi

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Mi sono divertito a scovare nei ripostigli della storia, quell’avvenimento, quella nascita, quella morte che cadono quando me ne sto a spengere candeline e scartare regali. Provateci. Può essere stimolante.
Il 9 ottobre 1892, nasce Ivo Andrić, diplomatico e soprattutto premio Nobel per la letteratura. Il ponte sulla Drina e La cronaca di Travnik i suoi libri più conosciuti. Li avete letti? No? Vi consiglio il secondo ma è un giudizio assolutamente personale.

Qualche scampolo di trama: impero ottomano al canto del cigno. Anzi, a Travnik, capoluogo della Bosnia, il potere vero è esercitato dai bey. Il visir, il rappresentante del sultano di Istanbul, è il due di briscola. A emettere fumo e sentenze dai loro sofà, sono i capi delle famiglie e delle tribù, in particolare la voce più influente è quella del bey anziano, un misto di prestigio, ieraticità, indifferenza. Stavolta deve pronunciarsi su una cosa che la sospettosa gente bosniaca non digerisce: l’arrivo del console inviato da Napoleone. L’impero nato dalla Rivoluzione Francese sembra inarrestabile nelle sue conquiste e nell’allargare le sfere di influenza. Così si spiega l’apertura della sede diplomatica nel cuore dei Balcani. A metà strada fra Istanbul e Vienna. Mica fesso il Bonaparte.
Passa un po’ di tempo e arriva la risposta degli austriaci: un secondo console. I due si contenderanno la benevolenza dei visir che nel frattempo il sultano cambia secondo i suoi capricci finché la Restaurazione, celebrata proprio a Vienna, non rimescola le carte degli equilibri politici europei e da Travnik spariscono consoli, ambasciatori e mogli al seguito. Il bello però è che le persone comuni rimangono estranee a questi giochi. Mentre le potenze sono convinte di fare e disfare i destini del continente, nulla smuove i chiusi bosniaci che continuano a coltivare da secoli odio verso gli infedeli serbi, guarda caso.
Andrić ha ambientato la vicenda a inizio Ottocento. Un’epoca scelta tanto per rendere l’idea di che lucertolaio siano i Balcani. Non leggono libri i consiglieri di ministri, presidenti e cancellieri? Capirebbero qualcosa in più sul perché nei dintorni di Travnik è scoppiato il finimondo andato in onda fino all’altro ieri. E che continua a covare, indisturbato. Solo che adesso non fa audience perché le troupe-truppen televisive preferiscono muoversi tra Baghdad e Kabul.
Il 9 ottobre 1963 comincia come una giornata identica alle altre, poi un rombo micidiale e una diga va in frantumi. E scoppia l’inferno in una valle scampata perfino alla furia dei tedeschi. Case, vite distrutte, nulla sarà come prima. Una tragedia nazionale. Inettitudine, faciloneria, interessi privati, alzate di spalle che zittiscono chi prova a sollevare dubbi sulla fattibilità del progetto, redattori scrupolosi subito bollati come comunisti. Abbiamo continuato a traforare montagne e sogniamo ponti sugli stretti. Berlusconi giura sempre sull’utilità delle opere faraoniche. Finiranno prima o poi ’sti figli! Voglio vedere chi è disposto a sacrificarsi all’altare delle sue solenni promesse.
Si chiama Vajont, dal nome di quella diga che neanche ad Assuan, il monologo di un grande artista: Marco Paolini. Esci da Assuan e ci sono Nilo e deserto, lo spazio sufficiente per duecento di dighe. Nelle anguste valli alpine del Trentino potevi incastrarci appena il cantiere. Niente, avanti con i lavori, avanti con le inaugurazioni, nastri tricolori e querele. Peccato che quella mattina è venuto giù anche l’ultimo chiodo.
Carlo Freccero, quando dirigeva RAI 2, volle in prima serata il monologo di Paolini, un 9 ottobre. Credeva nell’amalgama di teatralità, televisione e denuncia civile. Subito dopo il telegiornale. Pareva una scommessa da sovversivo e invece fu un successo. Perché il ritmo che Paolini, questo poco socievole fumatore di pipa, riuscì a dare al racconto, tenne avvinghiati per l’intera durata della trasmissione. La sua camaleontica espressività fece il resto. Sentii da un tipo: è stato un po’ lunghino. Anche a Mozart dissero: troppe note.
Cambiamo scenario e continente. Sud America. Bolivia. La sierra, la foresta. C’è un uomo solo al comando. Al comando di uno sparuto e assediato manipolo. Ernesto Furibondo de la Serna. Da ragazzino si innamora del rugby, da giovane della medicina, da adulto della rivoluzione. Anche quando parla alle Nazioni Unite, anche quando è ministro a L’Avana, ha un solo pensiero: liberare gli ultimi della Terra. Il tempo di un sigaro e abbandona l’isola e Fidel. Lo hanno immortalato in poesie e ballate meravigliose. Una scritta da Manuel Vázquez Montalbán, musica ed esecuzione di Juan Carlos Biondini, il chitarrista di Francesco Guccini: Poema al Che, s’intitola. Ma forse la più bella l’ha interpretata un cantante triste e dimenticato: Sergio Endrigo. Vi ricordate: “Era mezzogiorno e prigioniero / Aspettavi che si fermasse il mondo… Addio addio / Anch’io ti ricorderò”. La preferisco perché abbiamo orecchie abituate al battere tipico della nostra musica piuttosto che al levare dei tanghi e delle milonghe.
A un certo punto, Che Guevara decise di portare nell’altopiano andino le parole d’ordine che avevano scosso i Caraibi. A dispetto delle attese, non lo seguì il popolo ma l’esercito. Abbiamo esempi simili nel nostro Risorgimento di illusi rimasti vittime dei fucili degli eserciti regolari o dei forconi aizzati dai vescovi. Molti al Sud, nella terra dove finisce la terra, ma il profondo contadino ha trovato modo di esplodere in movimenti sanfedisti che non erano solo quelli di Ruffo di Calabria ma hanno interessato anche la mia Toscana. La coerente parabola del Che terminò il 9 ottobre 1967. Il giochino per me è finito. Ho esaurito gli anniversari. Avete visto dove siamo arrivati partendo da un compleanno?
A dire il vero, rimarrebbe il 9 ottobre 1998, la fine del governo di centro-sinistra: non è caduto da sé, le teste d’uovo della coalizione avevano altri progetti. Il balletto Prodi, D’Alema e Bertinotti pare di una vita fa. Intanto crescono i cloni, Letta e Cuperlo, mentre per Bertinotti facciamo a spintoni pur di non emularlo. Però, questo è strettamente personale, senza le sue analisi sociologiche siamo sinistrati più di prima.

 

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