“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Sabato, 31 Agosto 2013 16:22

Gioventù perduta

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“Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal.
Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal.
[…]
Poi un giorno mio padre disse che all’Esselunga c’era il tre per due e avremmo dovuto approfittarne. Non credevo che includesse anche il bagnoschiuma.
La mia famiglia non mi ha mai capito.”
(Aldo Nove, Woobinda, 1996)

- C’è nei giovani d’oggi uno strano miscuglio di pessimismo e di cinismo che mi spaventa, non so se ai miei tempi sarei stato capace di fare discorsi simili a mio padre.
- Ah, i tuoi tempi. Oggi le sigarette costano venti lire l’una, non lo sai? E solo i furbi riescono a fumarle.
(Pietro Germi, Gioventù perduta, 1947)


Era il 1996 quando Aldo Nove emerse dal panorama letterario con questo incipit che contribuì a fare di Woobinda un libro cult.
Gli anni Novanta erano abbastanza felici, al punto che qualcuno poteva essere infelice per motivi a dir poco incongrui.
Si poteva spendere e scegliere e riempire i carrelli al supermercato senza dover cedere al complesso di colpa. Si poteva sgomitare per un souvenir di rara bruttezza. Si poteva far la notte fuori a un negozio di cd per l’ultimo album dell’ultima boy-band. Si potevano fare le collette. Si potevano fare tante cose che prima e dopo quel decennio ce le sognavamo/sogniamo.
Oggi in Italia c’è ancora La Crisi, l’estate non è finita, il governo forse cade, non fa troppo caldo, è il 31 agosto, il campionato di calcio è già iniziato, in Siria accade di tutto e sul sito del quotidiano "Il Messaggero" c’è ancora un articolo con tanto di sondaggio e il titolo Sesso in cambio di raccomandazioni? Uno studente italiano sue due dice sì (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/sesso_in_cambio_di_raccomandazioni_uno_studente_italiano_sue_due_dice_s/notizie/320467.shtml).
Una buona parte dei lettori dell’articolo si soffermerà giustamente sul refuso presente nel titolo, quel “sue” che suona malissimo; un’altra buona parte indugerà sull’immagine scelta per accompagnare l’articolo: una donna giovane in posizione poco equivocabile, sola ma presumibilmente ben accompagnata, con occhi chiusi e bocca aperta, meravigliosamente estatica nel godimento del più complesso dei piaceri che ci concede la vita. È solo in ultima battuta che il lettore più solerte, colui che non si accontenta di trarre le conclusioni da un titolo di per sé apodittico, va a leggere i contenuti per poi esclamare, colto da quel morbo generazionale prossimo al “sentimento della nostalgia”: “ah, che brutti tempi, che gioventù perduta…”.
Una delle più belle gioventù perdute è quella di Pietro Germi.
Il film è del 1947, il secondo del regista de Il ferroviere, e il protagonista è un giovane affascinante e impossibile di famiglia numerosa ma rispettabile (il padre è professore universitario, lui e la sorella sono studenti) che, per vivere al di sopra delle proprie possibilità, diventa il capo di una banda di criminali pronti a tutto pur di fare soldi facili. Il giovane è amato: la sorella lo adora, un’amica, buona e pura, lo adora anche lei, la madre è preoccupata e poi c’è il padre. La guerra è finita da poco, il padre in una lezione di statistica parla di criminalità e dimostra come il numero di criminali di età minore dal 1937 in poi sia progressivamente cresciuto, ma prima dice una cosa che conferisce un senso profondo, universale, al film:

“La vostra generazione, a volte, mi ispira una certa pietà. Siete stati squassati dai più grandi flagelli che possono colpire gli uomini, la dittatura e la guerra, e ciò che è più terribile nella guerra non è la perdita delle vite umane o dei beni, ma la perdita del senso morale, il crollo di tutti i valori, l’indifferenza, il cinismo che essa genera.”

Oggi sono quasi settant’anni che la guerra è finita, eppure quel crollo di valori, quell’indifferenza, quel cinismo, permangono. Ce lo segnalava Aldo Nove in quel racconto Il bagnoschiuma che va ben oltre lo humour nero, e ce lo segnala ancora oggi, attraverso il suo profilo facebook: lo scrittore è allarmato in particolare per l’indifferenza verso la tragedia e verso la violenza che come una peste ci sta contagiando tutti.
Però c’è La Crisi, che non è la guerra o forse lo è, lo è in quanto “momento eccezionale” in cui i parametri morali consueti saltano, in cui tutto può accadere perché tanto sappiamo di chi è la colpa, è della Crisi, appunto. Si tratta di un’aberrazione logica questa: il segno “Crisi” ingurgita tutto, ogni suicidio, ogni assassinio, ogni atto contro la legge, e vivere sotto il segno della Crisi è come cercare di esperire “l’abitudine della sconfitta”, anche quando si vince, perché nel bene e nel male la sconfitta è sempre lì a strizzarti l’occhio. Sono tempi, questi, non bui, ma crudeli. Sono tempi per masochisti.

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