“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Giovedì, 20 Giugno 2013 02:00

È stato il maggiordomo

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“Perché non ci uccidete e basta?”

“Sottovaluta l'importanza dello spettacolo”

(Funny games, 1997)

 

Ho da poco appurato l'esistenza di una rivista intitolata Giallo: mi fissava dall'alto di uno scaffale, in un'edicola. Leggendone il titolo ho sentito una fitta alla bocca dello stomaco, segnale inequivocabile che avverto al cospetto, ad esempio, di video musicali trash o soap-operas recitate malissimo: in certi prodotti del sistema mediatico particolarmente malriusciti vi si può rintracciare tutto l'opposto della “sprezzatura” di Castiglione, e cioè uno sforzo enorme, ben visibile, che non porta a nulla se non all'agghiacciante squallore. Si tratta di uno squallore nudo, che tentando artificialmente di dissimulare non fa altro che rivelare tutti i meccanismi del suo stesso artificio. Sono un voler essere eternamente sconfitto, involontariamente parodico.
Una volta adocchiata la rivista non ho potuto fare a meno di comprarla.

Giallo è edita da Cairo Editore, costa 0,50 € ed esce settimanalmente. Sottotitolo: storie, delitti, misteri. Riporta le principali informazioni sui più celebri fatti di cronaca nera e non credo sia erroneo definirla il corrispettivo di una qualsiasi rivista di gossip – genere in cui la Cairo Editore può vantare un cospicuo catalogo – dove al posto dell'attrice di turno che confessa i suoi segreti più intimi ci sono le sezioni Esclusivo, Sconvolgente, La svolta, Commozione, Mistero, Straziante, Dramma e Clamoroso.
Seguono la rubrica della grafologa intitolata “La scrittura rivela chi sei”, nella quale la studiosa di turno esamina la scrittura sottopostale ‘volontariamente’ da alcuni lettori evidenziando gli aspetti più preoccupanti della grafia, quasi a volerci ricordare che l'orrore di conradiana memoria è potenzialmente presente in ognuno di noi (“dalle lettere 't' emerge un eccesso di aggressività”, “un'emotività difficile da gestire con punte di collera”); la sezione “Delitti celebri”, nella quale vengono riproposte le vicende di alcuni tra i più famosi delitti italiani; infine “La tv di Giallo”, con la programmazione poliziesca della settimana.
Insomma, una rivista a tema nella quale tutte le rubriche non si distaccano dal filone giallistico.
Numerose sono le interviste ai parenti delle vittime, innumerevoli le fotografie, i passaggi più importanti degli articoli sono evidenziati in giallo, per i casi più complessi l'articolo è corredato da uno specchietto riassuntivo per mostrare uno ad uno i passaggi della vicenda.
Le domande che mi pongo sono: a chi è indirizzata? Perché qualcuno vorrebbe comprarla? Perché è stata creata?
La pubblicità può aiutarci a scoprire qual è il pubblico di lettori a cui la rivista si rivolge. Si scorge una nota catena di supermercati che propone prezzi stracciati, articoli di cosmesi contro i mali più disparati (gonfiore addominale, insonnia, stitichezza, sovrappeso), hotel in una celebre località marittima del sud Italia, cartomanzia definita “professionale” per scoprire se “lui tornerà da te”, chat per incontri (“Stufa del solito uomo?”) ed infine una poltroncina automatizzata che risparmia la fatica di salire le scale.
Non è difficile intuire che i soggetti ai quali intende indirizzarsi sono persone economicamente non facoltose. Vengono reclamizzati oggetti di scarso prestigio, funzionali e accessibili come integratori per dimagrire o eliminare fastidiosi inestetismi, hotel a prezzi abbordabili in cui trascorrere le socialmente necessarie vacanze, preziosi strumenti tecnologici per conoscere l'uomo della tua vita o scoprire se tornerà sui suoi passi. La poltroncina per anziani, infine, allarga il range d'età del lettore medio.
L'esistenza della rivista, penso in un primo momento, non dovrebbe sconvolgermi più di tanto. Non si tratta forse dell'approfondimento di notizie di dominio pubblico, reperibili su un milione di siti e in qualsiasi telegiornale ad ora di pranzo e di cena? Sì, ma se invertiamo i termini del problema non è forse lecito chiedersi perché si sia sentita l'esigenza di dedicare un'intera rivista ad eventi di cronaca i cui sviluppi, come appena detto, sono descritti in un milione di siti e reperibili in un qualsiasi telegiornale? Per non parlare dei talk show pomeridiani e delle trasmissioni serali che trattano l'argomento con estrema dovizia di particolari. Perché, allora, pensare ad una rivista ad hoc?
È legittimo, in questo caso, parlare di diritto di cronaca? Secondo me no. L'esistenza di questa rivista non è necessaria a fini strettamente informativi, è un surplus. A tal proposito è interessante leggere le lettere/e-mail inviate da alcuni lettori: una ragazzina di tredici anni ammette di leggere la rivista perché “da grande spero di diventare una criminologa” e fornisce spunti di riflessione in merito ad uno dei più famosi casi di cronaca nera (un po' come quando, durante i mondiali di calcio, ognuno di noi s'improvvisa centrocampista, arbitro, allenatore e membro della FIGC), nella “lettera della settimana” una signora di settantacinque anni elargisce complimenti per le “vicende vere, di persone vere” che “meritano giustizia”.
Ecco il filo rosso dell'intera rivista: la giustizia, o meglio, la ricerca di una giustizia che i tempi della magistratura italiani rendono difficile quanto il reperimento del Santo Graal.
Vi sembrerà un po' off topic, ma vi siete mai chiesti cosa fa restare inchiodati ai divani per anni gli spettatori di un telefilm, nonostante il finale della serie sia scontato? Un banalissimo meccanismo di assuefazione.
Vogliamo vedere mantenute le promesse anche se saranno necessarie innumerevoli stagioni, il bene deve trionfare e il cattivo dev'essere punito in modo esemplare. Ad ogni puntata ci viene concesso un impercettibile e frustrante avanzamento della trama orizzontale e, spenta la televisione, aspettiamo trepidanti la prossima puntata per vedere nuovamente disattesi i nostri desideri. In fondo si tratta dello stesso principio costitutivo dei romanzi rosa o gialli nei quali la trama è costruita in modo da dilatare fino all'ultimo capitolo l'evento risolutivo: che si tratti d'una struggente dichiarazione d'amore o della cattura di uno spietato assassino fa poca differenza.
Nel caso di un omicidio realmente accaduto, però, questo desiderio è frustrato. Non abbiamo il telecomando per portare avanti la registrazione, aspettare la settimana seguente per una nuova puntata è inutile, la giustizia ha tempi geologici e noi vogliamo sapere chi è l'assassino adesso. Tutto ciò che accade sullo schermo ci sembra ugualmente vero e ugualmente finto allo stesso tempo. Dev'essere fatta giustizia!” diciamo a voce alta, ma la verità, a mio avviso, è molto meno nobile: è come se ci avessero staccato la luce durante la visione dell'ultima puntata del nostro telefilm preferito, è come se ci avessero strappato le ultime pagine del libro, ci sentiamo defraudati, rimaniamo sospesi e il sonno dell'attesa genera mostri. Siamo talmente immersi nella (presunta) realtà confezionata dal tubo catodico da parlare degli omicidi alla stregua di un episodio di Beautiful, ricerchiamo il marcio nella vita degli altri mettendo a soqquadro il plastico del luogo del delitto e condannando chi ancora non è stato processato.
Infine: perché è stata creata una rivista che non apporta nulla di nuovo nel panorama dell'informazione limitandosi a “riassunti delle puntate precedenti” e ad approfondimenti sulla vita privata delle vittime?
Affermando il diritto da parte del cittadino di essere informato, che nessuno metterebbe mai in dubbio, si è arrivati a concedere a chi detiene il potere di informare anche la possibilità di dire troppo, di crogiolarsi nel sezionare l'orrore e di mostrarlo con un dettagliato reportage tanto da rendere pettegolezzo e cronaca un tutto inscindibile. Dietro queste dinamiche si nasconde una spettacolarizzazione del dolore che assicura, purtroppo, vendite e guadagni esattamente come la mercificazione delle vite private di personaggi famosi e non.
Mi chiedo, inoltre, se l'attenzione che viene attribuita a questo genere di tragedie – terribili, strazianti e che non si sarebbero mai dovute verificare – non sia, nelle riviste come questa o nei talk show, strumentalizzata per alimentare un già respirabile clima di instabilità e di incertezza e per far passare come necessari taluni provvedimenti restrittivi o anche come legittimi certi atteggiamenti particolarmente aggressivi: ci sono partiti che hanno fatto della “sicurezza come fiera della forca”1 un vero e proprio cavallo di battaglia e bisognerebbe riflettere, ancora una volta, sul perché della loro esistenza.
Riviste come queste non dovrebbero esistere. Non voglio dilungarmi sull'abusato, anche se condivisibile, tema del rispetto per chi non c'è più e per chi, con enorme sofferenza, resta in questo mondo condannato a patire un'assenza. Vorrei proporre un punto di vista diverso.
Si utilizza spesso l'espressione “pubblico sovrano” per indicare il soggetto che possiede la reale capacità decisionale in merito a palinsesti, programmazione televisiva e non; ebbene, è inutile ricordare quanto essa sia falsa: nessuno di noi ha deciso che alle ore X vada in onda la trasmissione Y o che un certo editore finanzi una certa rivista. Tuttavia, è altresì inequivocabile che se la trasmissione in questione non ottiene ascolti viene sospesa o cancellata, idem per la carta stampata.
Sarebbe bellissimo dare un segnale forte, sarebbe bellissimo che certi tentativi si rivelassero fallimentari, che diversi quintali di carta venissero risparmiati e molti nomi sul citofono cambiati. Sarebbe bellissimo riappropriarci anche solo di quel minuscolo raggio d'azione che c'è rimasto prima di ritrovarci a fluttuare insieme al resto della tappezzeria.
L'ultima facoltà che non ci è ancora stata espropriata è l'astensione militante. Da non confondere con l'astensionismo che si è registrato, ad esempio, alle ultime elezioni politiche trattandosi di concetti diametralmente opposti. Se in un caso autorizziamo il permanere dello status quo rimettendo la gestione di ciò che è anche nostro a qualcuno che non vogliamo nemmeno scegliere, nell'altro potremmo dimostrare che un determinato prodotto non ha mercato e quindi promuovere una sua eliminazione.
È pura utopia credere di meritare di meglio?
Se la risposta è sì, bisognerebbe chiedersi che distanza è rimasta, se è rimasta, tra l'illusione di poter apportare un cambiamento anche minimo e la convinzione rassegnata che ciò sia impossibile, con tutto il disfattismo e il disinteresse che essa comporta.

 

 

1) Trattasi di una citazione da Mi sono rotto il cazzo, brano de Lo Stato Sociale (EMI Music Publishing Italia, 2012).

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