“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 03 Febbraio 2022 00:00

Quale pubblico culturale abita la contemporaneità?

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Con riferimento all’ambito culturale, quando si parla di “pubblico” risulta quanto mai necessario operare una contestualizzazione storica. Se per la modernità si tende a pensare a un “pubblico massificato”, per quanto si tratti pur sempre di una semplificazione – basti pensare a come si tralasci così, ad esempio, la differenza di genere pur presente al suo interno –, in epoca più recente, quando ci riferisce al pubblico, si tende a farlo al plurale, differenziandolo fino a cogliervi una pluralità di singolarità in grado di prendere posizioni e direzioni differenti e instabili.

Non esistendo più “il pubblico” proprio della modernità si è giunti a parlare di pubblico “senza volto” o “indefinibile” o a far ricorso a termini quali “non pubblico” o “postpubblico”. Quest’ultima definizione è stata utilizzata anche dal recente volume curato da Gloria Bovio, Postpubblico. Lo spettatore culturale oltre la modernità (Mimesis, 2021), che raccoglie una serie di conversazioni tese ad approfondire la figura dello spettatore culturale contemporaneo tenute da studiosi e operatori culturali quali: Alessandro Bollo, Carlo Bordoni, Derrick de Kerckhove, Nicola Emery, Daniele Francesconi, Stefano Laffi, Pier Luigi Sacco, Alessandro Scarsella e Francesca Serrazanetti.
La curatrice della raccolta ritiene che “postpubblico” possa essere una definizione “particolarmente efficace a rappresentare l’insieme degli spettatori contemporanei, che siano figli adottivi naturali dell’era digitale. Fruitori ‘indisciplinati’ che vanno ben oltre le aspettative che il loro ruolo imporrebbe, per affermarsi e non rimanere inermi in questa lunga fase di incertezza che il crollo dei miti e delle ideologie novecentesche ha lasciato dietro di sé”.
Il sociologo Carlo Bordoni ricorda come nel corso del Novecento, nel momento in cui prende il via un generale processo di individualizzazione, inizi ad allentarsi la condanna del pubblico alla passività che gli concedeva soltanto di prendere atto dei prodotti culturali offerti senza potere esprimere un’opinione in merito. Nel corso del XX secolo si avvia pertanto quel processo che conduce il pubblico, sempre più individaulizzato, a ritenersi in grado di sapere e comprendere, e di potersi persino sostituire agli esperti. Ciò appare particolarmente evidente nel momento in cui la “comunicazione dall’alto al basso” perde il suo monopolio, vedendosi affiancare da canali che permettono una “comunicazione dal basso”. Il frantumarsi della società di massa comporta l’emergere di elementi di individualità che minano alle fondamenta la cultura massificata fondata su una trasmissione gerarchizzata della comunicazione lasciando spazio a un rapporto comunicativo di stampo reticolare. Tutto ciò, sostiene Bordoni, palesa l’avvento del protagonismo di individualità che finiscono per volere mettere in scena se stesse.
Il pubblico, secondo il sociologo, è pertanto diventato un “post-pubblico”, “ha preso le caratteristiche del singolo, di chi guarda secondo i propri punti di riferimento e non è disposto a riconoscere quello degli altri. Così s’innesca un processo secondo il quale tutto è messo in discussione, anche la tradizione passata, addirittura la storia. Tutto quello che il non-pubblico/post-pubblico di oggi ritiene inutile. È un aspetto molto preoccupante ed è forse uno dei più tragici della nostra contemporaneità: non riconoscere valore alla storia e pensare che l’esperienza non serva più, perché tutto quello che noi facciamo vive nel presente e non c’è motivo di guardare il passato”. Lo sguaiato protagonismo permesso da un sempre più facile accesso ai media si è facilmente  trasformato in rabbiose condotte antisociali.
La società contemporanea ed i suoi media hanno comportato una drastica diminuzione del tempo di attenzione e di riflessione. Si pensi a come la comunicazione nel Web, soprattutto nei social, tenda ad imporre testi sempre più brevi e rigorosamente accompagnati da immagini volte soltanto a illustrare e semplificare i contenuti. Una scrittura sempre più abbreviata che viaggia di pari passo ad una sostanziale mancanza di riflessione induce l’essere umano ad “imitare” le tecnologie mutuandone tempi frenetici e logiche che non contemplano riflessioni.
Lo studioso Nicola Emery, dopo aver ripreso alcune riflessioni ruotanti attorno ai concetti di cultura di massa, cultura popolare e industria culturale, diversamente sviluppate da Adorno e Benjamin, si confronta con gli ambiti contemporanei delle piattaforme informatiche evidenziando come queste,  più che prospettare la rinascita di una sfera pubblica all’insegna della libertà, sembrino piuttosto dar luogo a caratteri di uniformità e controllo non dissimili da quelli prospettatati dai francofortesi.
Alessandro Scarsella si interroga invece circa l’evoluzione del pubblico letterario ragionando attorno al passaggio dalla lettura ad alta voce a quella silenziosa, dall’oralità alla scrittura per poi soffermarsi sul ruolo del lettore implicito nella narrativa nel suo tracciare il percorso apparentemente passivo dei “lettori silenziosi” a cui si contrappone la reazione dei “lettori attivi” che considerano l’esperienza della letteratura come una fase propedeutica al farsi a loro volta autori. Quello contemporaneo, secondo lo studioso, potrebbe dunque essere detto un lettore “senza volto” in quanto sempre meno riconducibile a un gruppo o categoria sociale precisi e l’alter ego del lettore silenzioso potrebbe essere “il lettore-personaggio in cerca di un autore che riscriva il suo profilo eroico”.
Daniele Francesconi riflette sul fenomeno dei festival culturali a partire dal fortunato Festivalfilosofia modenese da lui diretto, iniziativa capace di ottenere numeri di partecipanti davvero importanti. “I festival  sono eventi di presenza dove la presenza fisica dei relatori è molto significativa. E sono anche delle situazioni di coinvolgimento dove l’elemento del divertimento, dell’intrattenimento non è assolutamente estraneo e viene programmato e facilitato dagli organizzatori. Però sono eventi di presenza che indicano non dico un disagio, ma certamente un bisogno profondo. È un bisogno di relazione, di essere presente, un bisogno di protagonismo”.
L’adozione della formula della lezione magistrale nel festival modenese, sostiene Francesconi, è dettata dall’alto numero di partecipanti, pertanto è inevitabile che il pubblico non possa essere coinvolto in maniera davvero attiva ma, sottolinea, “per quanto riguarda la comunicazione del sapere filosofico in quanto tale è un format di trasferimento, di aggiornamento, di impulso alla lettura, di indicazione”. Il tipo di pubblico che frequenta il Festivalfilosofia è del tutto simile a quello che si ritrova nei musei: colto e informato, prevalentemente femminile e di età superiore ai quaranta anni, nel 50% dei casi laureato e per la restante parte in buona parte diplomato. Nonostante il format adottato, come detto, sembri precludere un coinvolgimento pienamente attivo, si può comunque individuare una forma di protagonismo, derivato dall’esperienza di individualizzazione propria della vita contemporanea, nel desiderio di chiarificazione che spinge il pubblico a partecipare. “L’individuo del liberalismo classico, che è anche il fruitore dell’offerta culturale canonica musicale, teatrale, letteraria, è un individuo che vuole costruirsi una cultura fondamentalmente conforme, vuole avere il proprio privato protetto dalle interferenze dello stato, ma vuole anche condividere un set di valori con tutti, essere uguale a tutti gli altri nella propria privatezza. Il singolo contemporaneo è completamente differente, vuole assomigliare solo a se stesso e potremmo dire che le nuove tecnologie sono una piattaforma di grandissima facilitazione di questa esibizione di sé”.
Nel partecipare a un festival culturale si ha la possibilità di appropriarsi dei contenuti in modalità estremamente variegata, dipendente dal singolo individuo, dal suo livello di istruzione, dalla sua appartenenza di genere e così via. Il protagonismo ha indubbiamente a che fare anche con l’ossessione dell’individuo contemporaneo “di volerci essere”. “Questo credo significhi che siamo in qualche modo oltre il pubblico. Quel pubblico o comunità che si raduna come una massa non esiste più, è una folla individualizzata, è una massa profondamente frammentata e questo ormai è evidente”.
Francesconi si sofferma anche sulle modalità di partecipazione del pubblico sui social media, segnalando come in questo caso si tratti di un’interazione con i contenuti di tipo emotivo, istantanea e basata su una grammatica non cognitiva che induce facilmente alla creazione di situazioni di polarizzazione conflittuale basate su adesioni irrazionali.
Nel suo intervento Francesca Serrazanetti, cofondatrice dell’associazione culturale Stratagemmi Prospettive Teatrali, riflette sul difficile rapporto del pubblico con i linguaggi performativi contemporanei, non di rado considerati eccessivamente complessi e astratti. Per vincere il “timore di non capire” e il “senso di inadeguatezza” che allontanano il pubblico dai “linguaggi performativi contemporanei, legati alla danza e al movimento più che alla parola, distanti dall’idea di teatro a cui le persone sono abituate a pensare”, sostiene Serrazanetti, “sono necessari un processo di avvicinamento e la costruzione di un rapporto di fiducia”. Una volta vinto il timore provato nei confronti dei linguaggi contemporanei, l’ambizione deve essere quella di incentivare la formazione di un un pubblico “disposto a lasciarsi stupire e per lasciarsi stupire deve essere disposto a dubitare, a non capire tutto. Deve essere quindi coraggioso, perché ci vuole coraggio a essere disposti al dubbio, e curioso, perché la curiosità deve muoverci alla scoperta di qualcosa di sconosciuto”.





Gloria Bovio
Postpubblico. Lo spettatore culturale oltre la modernità
Mimesis, Milano-Udine, 2021
pp. 156

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