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Venerdì, 17 Dicembre 2021 00:00

InFLOencer: Dubai è Instagram

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Caro Babbo Natale, spero che tu abbia fatto il booster, perché sennò quest’anno mi sa che t’attacchi.

Non mi sorprenderebbe più di tanto perché questo alle porte è un Natale molto strano per me. Sembra mancare quella solita magia candida e infantile, di lucine e fiocchi di neve, o se c’è io non la sento. C’è l’aria pesante del sospetto, l’incertezza e questa spaccatura sempre più feroce tra noi e loro, dove tutti urlano e nessuno ascolta. E che palle!!! In compenso però è il primo Natale che mi faccio con un’abbronzatura da paura. E già, perché sono appena stata a fare un concerto a Dubai in occasione dell’Expo. Detta così, suona come una gran bella cosa e in effetti lo è. Lo è nella misura in cui fino a pochi mesi fa non potevamo uscire, non potevamo lavorare e anche perché c’è stato un tempo in cui andare a cantare a Terracina mi sarebbe sembrato un sogno troppo grande per me e invece... Al netto del tributo professionale, per cui ho già ringraziato chi mi ha scelta, devo ammettere che Dubai mi ha fatto compassione. Un posto finto, pacchiano e triste da qualunque prospettiva lo si guardi. Elogio allo spreco, al lusso sfrenato e assenza totale di eleganza. Non dico di mangiare solo frutti caduti dall’albero o indossare solo tessuti ricavati dallo sterco di mucca, sia chiaro, ma quello che ho visto è veramente oltre ogni limite. Cemento, specchi e Maserati ovunque. E ovunque ragazzi che lavorano giorno e notte per tirare su, un piano dopo l’altro, l’ennesimo grattacielo per ricconi. Ma che problema ha una città che si comporta così? Mi ricorda quegli uomini che si vantano delle loro misure, elencano conquiste, performance da record, sfoggiano il macchinone, l’orologio d’oro e poi alla fine...
La ruota panoramica brilla nella notte, una festa di insegne colorate e ragazzine che si vendono a chiunque esca dalle porte scorrevoli di un albergo importante. Se rifiuti ti chiedono di offrirgli almeno un panino e una Coca-Cola. Sono stata a bordo piscina, col sole in faccia e i piedi nell’acqua a convincermi che in fondo non c’è nulla di male a godersi un po’ la vita. Poi guardavo queste donne perfette ordinare del sushi, fotografarlo col cellulare e lasciarlo lì, intatto nel piatto. Questi uomini scattarsi selfie con ragazze ammiccanti e lo champagne bene in vista, finire due secondi dopo a ronfare pancia all’aria sotto l’ombrellone. E non potevo fare a meno di sentire una tristezza enorme.
C’è un virus mortale, che ha già colpito più di mezzo mondo, si chiama apparire e Dubai è uno dei focolai più impietosi. Apparire ricchi sfondati, sessualmente sfrenati, col culo alto e gli addominali scolpiti. Click, pubblica, condividi e quello che c’è fuori, prima, dopo, non importa a nessuno, nemmeno a te stesso. Dubai non è una città, Dubai è Instagram. Per fortuna al ritorno in Italia ero invitata da Radio Tre alla Fiera del libro di Roma. C’era Zerocalcare con i suoi occhi belli, Lillo in ostaggio dei fan, sorridente e disponibile, e dove tutto mi sembrava un po’ più a misura mia. Senonché a un certo punto arriva uno dei conduttori televisivi del momento, uno di quelli che piacciono molto ai quarantenni-sempre-giovani e di sinistra che, manco fosse Pippo Baudo, dribbla i fan e non si concede. Giusto un selfie con la mia amica, quasi senza fermarsi, seccato, senza dire una parola. Non un po’ di garbo, un po’ di riconoscenza, un po’ di educazione. E per inciso, non era certo stato vittima di orde di ammiratori. Anzi, quasi nessuno se l’era filato. A quel punto, caro Babbo Natale, ho pensato al regalo che vorrei.
Vorrei che tu mandassi una lettera a questo tale, e a quelli come lui, in cui c’è scritto che dal prossimo gennaio devono andare a fare i muratori a Dubai, così finalmente nessuno li riconoscerà, nessuno gli chiederà un selfie o gli farà un saluto. E poi vediamo se la smettono di sbuffare. Ecco, caro Babbo Natale, questo è il regalo che vorrei.

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