“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Martedì, 23 Marzo 2021 00:00

La complessità che semplifica il mondo

Scritto da 

Diverse componenti della nostra esistenza, della realtà che vediamo e che intuiamo, a volte struggendoci, dietro alle cose palpabili, ci fanno paura. Ci hanno sempre spaventato, è vero, ma la misura in cui ci spiazzano e ci terrorizzano adesso, è molto più ampia; essa sfocia in una condizione morbosa, quasi patologica. E non sono le tragedie del mondo, né le miserie del quotidiano, a giocare il ruolo fondamentale nella genesi di questo fenomeno psichico e psicotico, umano sin dalla più tenera escrescenza della sua radice.

La paura di noi stessi, in questo vuoto di direzione e di significanti, rischia di fagocitarci prima di auto-fagocitarsi. Essa si trasforma in un implacabile e impietoso interrogatorio a cui scegliamo di sottoporci in ogni istante. È una sensazione che interessa ciascuno di noi, al di là di ogni più blanda differenza di pensiero, di attitudine e di approccio nei confronti della vita, ed ha tutti i tratti di una condizione indotta, un’invisibile prigione a cui la forma della nostra società ci condanna.
Il timore della complessità si traduce nell’angoscia che ci prende anche solo a immaginare di pensare quella complessità, di esporsi alla violenza della vertigine che ci assale quando guardiamo oltre la vacuità apparente, al di là del nero abisso di ciò che non possiamo conoscere nel profondo, ma solo sperimentare attraverso quei sensi inconcepibili per la ragione, che sappiamo di possedere ma che normalmente lasciamo sopiti.
Oggi la complessità è un ostacolo ingombrante, che crea imbarazzo almeno quanto l’impressione di sentirsi a disagio, di nutrire dubbi sul pensiero comune, o di cadere nelle fangose trappole che inesorabilmente ci attendono lungo ogni percorso. Non importa, infatti, in quale imprevisto si inciampi e in quale campo d’azione il fallimento avvenga, e soprattutto non importa quanto l’errore sia imprescindibile all’evoluzione personale, o quanto sia edificante rialzarsi e intraprendere un nuovo cammino: tutto ciò che devia dal sentiero prestabilito viene indicato come debolezza, ed è motivo di vergogna, di disapprovazione e di scherno, in questa falsa liberalità che si fregia di un buonismo asfissiante e del ricatto di una positività artificiale e grottesca, che fa venire i brividi. A ben guardare, la farcitura di questo prodotto preconfezionato sembra composta di un moralismo ipocrita mascherato da ampie vedute, che mira a conformare tutto e tutti, ed è fra ciò che di più reale vi sia al momento, per come si presenta la struttura delle nostre comunità.
L’immensità sconfinata di tutto quello che ci circonda, che ci motiva e che costituisce il nostro mondo, la quale naturalmente non può essere specificata ed etichettata in nessuna formula di comodo ed esula da ogni tipo di logica politica ed economica perseguita attualmente, crea proprio quella frustrazione e quel fastidio che non si intende in alcun modo fronteggiare. Chiunque decida di confrontarsi faccia a faccia con questo mistero intricato e indecifrabile, finisce per fare della complessità il suo tesoro, trasformandola nel meraviglioso strumento attraverso il quale godere appieno della dimensione umana, in quanto elemento inscindibile dalla nostra natura. Nella maggior parte dei casi, però, questi suscita negli altri il medesimo disagio provocato dalla scelta di esplorare a fondo le cose, e arriva ad essere detestato per tali motivi.
In un mondo in cui la complessità è considerata un tabù, la sintesi diventa il punto nodale della comunicazione, l’irrinunciabile “conquista” di questi ultimi decenni, laddove, però, il significato del termine sintesi è del tutto travisato. Ma qui bisognerebbe soffermarsi un attimo in più: molti di noi potrebbero essersi imbattuti di recente, o comunque in tempi non troppo lontani, in discussioni o in episodi che riguardassero da vicino la questione, per esperienza diretta o attraverso il racconto di un amico.
Capita più di una volta che a scuola, negli ambienti di lavoro o in diverse circostanze della vita privata, le persone con cui abbiamo a che fare, spesso proprio i nostri mentori, ribadiscano in modo insistente l’importanza dell’essere concisi, di saper riassumere una tematica o di saper esporre un’idea in poche parole, pochissime se possibile, riducendo all’osso gli incastri sintattici e facendo in modo che quasi ogni elemento del discorso divenga superfluo e, dunque, sacrificabile.
Di primo acchito non sembra vi sia nulla di grave, o di sbagliato, in questa tendenza alla riduzione delle parole e alla ripulitura delle idee. Accorciare quel tema decisamente troppo lungo e dispersivo, scremare una presentazione, epurare una relazione delle componenti più articolate, sforbiciare là dove ve ne sia bisogno un racconto, può davvero rivelarsi un’operazione saggia e in molti casi necessaria, se basata su di una consapevolezza espressiva e su di una limpida chiarezza di intenti. Presto, però, una grande problematica si staglia contro l’orizzonte di quella dimensione in cui la sintesi è già divenuta imperativo categorico, smania ossessiva ed evidentemente legata ai frenetici ritmi dell’iperproduzione, non solo a scapito dell’opera e dell’espressione individuale ma più che altro nel totale disinteresse verso la loro qualità, nel contesto di una realtà aziendalizzata e spersonalizzante.
Perché ci si rende conto, ben presto, di quella nota stonata nella già sbilenca orchestra della comunicabilità del messaggio. Ci si accorge che dietro l’esigenza di sintetizzare e di spingere gli altri a fare lo stesso, la maggior parte delle volte si nasconde un demone, che alberga nella diffusa e inarrestabile distrazione del popolo della contemporaneità, nell’incapacità di ascoltare gli altri e, di conseguenza, di farsi ascoltare. Questo demone accidioso e indulgente genera insicurezze, instilla ansia e sensazioni di costante inadeguatezza, e alimenta la stessa superficialità di cui si nutre.
Pertanto, l’essere in grado di tradurre in netta sentenza qualsiasi cosa, questo tanto sbandierato e già inflazionato superpotere, è il risultato di un completo fraintendimento. Non tutto quello che pensiamo, diciamo o scriviamo può essere abbreviato, ancor meno in modo incongruo, e nella maggior parte dei casi questo non solo non è un atto doveroso, ma si mostra estremamente nocivo e svilente per l’intelligenza e la sensibilità dell’essere umano. Di fatti, la vera sintesi non è la sterile semplificazione che ci propinano ovunque e che trova una perfetta e all’apparenza confortante valvola di sfogo nella comunicazione dei social network. La sintesi è la possibilità di giungere con immediatezza e leggiadria al fulcro del discorso tramite una manciata di parole essenziali, senza annientare l’universo che si insinua nel mezzo del poco, ma lasciando che si avverta chiaramente la presenza di tutta quell’intricata e sfaccettata stratificazione del reale, e che essa aleggi per sempre tra le righe.
Allo stesso modo il reale linguaggio della complessità non è retorica, non è ridondante elucubrazione. È semplicemente la trasposizione di una visione globale, che contempli i differenti e celati aspetti di cui ogni idea, ogni sentimento, ogni slancio dell’istinto è composto, invocandone l’inesauribile potere. La sintesi non può perciò essere antitetica a quest’analisi che in realtà non è analisi ma estesa evocazione, capace di restituire un’immagine lucida, puntuale e autentica nella sua interezza, calandosi sin nei più minuziosi ma fondanti dettagli. Le due prospettive non soltanto convivono, ma sono perciò parte di un unico e, è proprio il caso di dirlo, complesso organismo.
Oggi, più che mai, la reclamizzazione della sintesi e della semplicità non ha niente ha che fare con l’essenzialità, ma con il controllo che i poteri forti intendono esercitare sulla società, al fine di impoverirla dei suoi contenuti, di estrarre ricchezza dai pensieri per rivolgergliela contro, rendendo più manipolabili le persone, ingigantendo ed alimentando l’autoreferenzialità indiscussa e inattaccabile che conduce a privilegi sempre più ampi e lascia tutti coloro che si trovano al di là della barricata in condizioni di miseria spirituale, ancor più che materiale. È così indispensabile, per questi poteri, soffocare quella stessa cultura e quella libertà che fingono di sostenere, sostituendole con delle repliche che definire pallide sarebbe un eufemismo.
Forse, se le persone ascoltassero sul serio le altre persone, se si aprissero per davvero gli occhi, si individuerebbe senza difficoltà uno dei grandi motivi di insofferenza che affligge tutti noi, quel malessere che risiede nella costrizione di dover sempre tagliare le gambe alle proprie idee, sminuendole attraverso una sintetizzazione che fuorvia dal reale senso di ogni opinione, che rende tutt’altro che chiaro e sempre più spesso inesatto, grossolano, incomprensibile, addirittura sgrammaticato ogni sistema di pensiero, anche quello potenzialmente più nobile, e fruttuoso. Accade con sempre maggiore frequenza che i comunicatori, quelli seri, lamentino la condizione in cui si trovano ad esercitare le proprie competenze: da ogni parte si sente dire delle crescenti difficoltà ad interagire con il pubblico attraverso riflessioni complesse, della frustrante necessità di semplificare di anno in anno, di mese in mese, i propri discorsi, di scarnificare ragionamenti che non dovrebbero essere ridotti a poche convenzionali battute, pena l’abbrutimento, già in pieno corso, degli ascoltatori, e delle stesse persone che fungono da divulgatori.
La capacità di trasmettere conoscenze e di creare scambio e condivisione di idee deve partire sempre dall’umiltà, ma bisogna che vi sia consapevolezza del ruolo di grande responsabilità che la figura del comunicatore riveste, perché oggi ancor più di prima la sua battaglia è la battaglia di tutti, ed è per questa strada che passano la sensibilizzazione ed il risveglio delle coscienze.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook