“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Sabato, 20 Marzo 2021 00:00

Libertà umana e onniscienza divina in Severino Boezio

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Al tema della libertà dell’uomo in attinenza alla prescienza divina Severino Boezio dedica lo svolgimento del quinto ed ultimo libro onde si ripartisce la sua Consolatio Philosophiae. L’opera è composta integralmente in carcere, nei locali pertinenti al battistero della cattedrale di Pavia, ove il filosofo era stato imprigionato per ordine di Teodorico, in attesa di giudizio per avere congiurato contro lo stesso in favore di Giustino, imperatore di Bisanzio.

L’esito del processo appariva desunto: Teodorico, volendolo, ne aveva deciso già la conclusione e manifestamente, non soltanto per il gravissimo capo di accusa, ma per il contesto entro cui gli avvenimenti si contornavano e i fatti si calavano: per l’intervento di delatori prezzolati, per gli interessi in causa, per la dimostrazione di severità che si voleva prestare.
L’accusa di sacrilegium, invero, era più di una ipotesi penale ispiratrice dell’azione relativa e in grado di procurare e cautelare l’arresto dell’imputato. Anche al di là della fondatezza degli indizi (che poterono esserci, o poterono essere desunti − jure sospecti − da tracce e accenni congiunti o collegabili) quella incriminazione era già un fulminato e inconvertibile giudizio. Come in tutti i grandi processi politici, lo sviluppo procedurale, fino all’estrema conclusione, aveva l’implicito mandato di narrare e accrescere una determinazione d’autorità. Sovviene palesemente il processo cui venne sottoposto Socrate: ma il richiamo è puramente mnemonico, occasionale ed estrinseco. I due processi, in verità, non sono omologabili. In quello ateniese promosso presso l’aeropago vi erano ferite suscettibilità, preoccupazioni pedagogiche ed apprensioni amministrative che possono, tutt’al più, riconnettersi in moventi politici correlabili al limitato circuito di condotta della polis.
Nel processo di Socrate, in sostanza, assoluto è il personaggio e assoluto è l’atteggiamento del filosofo, e cioè la relazione tra il pensiero e l’accadimento. Non certamente universale è il processo in quanto tale, se non il processo storicamente celebrato a carico di un personaggio che lo ha reso tale. Nel processo di Boezio, piuttosto, l’accusa e il suo intimo sviluppo ubbidiscono appieno a una volgare prassi ristagnando in un drammatico e torbido spaccato storico: per quanto doloroso, ecco la mancanza di un qualsiasi fascino. Teodorico invero pretendeva di ammonire e il Papa e l’Imperatore non soltanto circa il loro riavvicinamento, essenzialmente dovuto all’esigenza di infrenare la crescente potenza degli Ostrogoti e altresì allo spirito missionario arditamente barbarico con cui questa espansione voleva raffermarsi − anche in ambito religioso − proponendo un dissennato integralismo ariano. Più sottilmente, e forse, Teodorico si proponeva ad ammonire il Papa e l’Imperatore proprio della circostanza di figurare e simbolizzare il principio stesso di universalismo religioso, e cioè di cattolicesimo, e di universalismo giuridico, e cioè di romanismo.
Qui risiede il paradosso del processo cui venne sottoposto Severino Boezio; e se Teodorico, procedendo per via breve e aspramente esemplare, non lo avvertì del tutto o non lo avvertì affatto (e sappiamo quanto diffusamente i paradossi non appaiono tali ai ricorrenti), certamente non poté non avvertirlo il cattolico Boezio. Lo desumiamo invero dal suo comportamento nelle more della condanna, allorquando si allontana dalla memoria del suo decorso politico per rientrare nel dominio del logos, della speculazione filosofica e della scrittura. Nello sviluppo e nell’argomentazione, nessuna opera filosofica può di certo compiutamente svolgersi né adeguatamente fondarsi sulle vicissitudini e sulla biografia dell’autore. Pure non è dubbio che la vita, al di là delle contingenze e al di sopra di esse, non può che ispirare il pensiero come vita del pensiero. Calato nella dinamica procedurale, nei cimenti e nelle incognite del processo, Severino Boezio si pone quindi il dilemma tra realtà e possibilità: tra l’avere cognizione che Teodorico e i suoi giudici conoscano l’esito del processo, e lo conoscono nella misura in cui lo vogliono e lo possono, e il sapere piuttosto che tale esito discenderà da un ordine di risultanze, di escussioni, di prove esaminabili in riferimento alla libertà di giudizio dei preposti. In altri termini, Severino Boezio in carcere può trarsi alla convinzione che l’esito sia previsto, pur senza averne contezza, o l’opposta persuasione di una libertà di giudizio e di esito. Il primo convincimento riveste carattere sostanziale, il secondo formale. L’uno, tuttavia, non può che contraddire l’altro. Il superamento di entrambe non può che essere opera di filosofia e di verità: non può pertanto che sopravanzare persino il pretesto dilemmatico.
Io ritengo che la fondamentale struttura della Consolatio Philosophiae sia quindi da rinvenire non già in un serissimo svago cogitativo per consumare − con stoica e dignitosa fermezza − l’attesa del dilemma esistenziale scisso tra esistenza e decesso, ma piuttosto in un fondamentale aut-aut di sconvolgente − per quanto scarsamente spettacolosa − modernità, per cui i termini del rapporto tra le due persuasioni si superano ad altro pervenendo. Il rapporto in quanto tale, difatti, lo avrebbe imprigionato in un’argomentazione politica dominata da elementari per quanto drammatiche congetture: condanna o assoluzione. Questo rapporto di cultura politica viene superato, in un più alto rapporto che si relaziona con sé stesso, che libera dalla biografia e quindi dalla prigione il filosofo, anzi che fa del politico imprigionato il filosofo quale congenialmente è, e che ancora lo conduce a porre il problema tra la prescienza e la libertà. L’uomo che egli è − il meschino prigioniero sottoposto e stenti e mortificazioni − cede il posto all’uomo che egli rappresenta e nella cui umanità si ritrova. Il potente Teodorico − uomo che tutto può decidere, anche di non decidere − cede il posto a colui che è in quanto è, a Dio.
Il progetto dell’opera esclude quindi che la stesura della Consolatio Philosophiae costituisca soltanto una immensa opera di filosofia eretta grado per grado, libro dietro libro, sulla base di una cultura filosofica assai vasta e indagata che Boezio avrebbe conseguito e affinato sia nello stadio di apprestamento adolescenziale romano, sia in Egitto e in Oriente − nel suo supposto e non escludibile viaggio in quella vivacissima parte dell’ecumene − a seguito di una permanenza col padre, prefetto romano di Odoacre. In quella circostanza Boezio avrebbe raffinato sino al limite estremo la conoscenza della lingua greca. Questa interpretazione include, bensì, e richiede che Boezio − tra le due rive precipitose dell’incipiente abisso medioevale − sia riuscito a precedere intuitivamente tanto la prima che la seconda sponda, a venire cioè dal pensiero classico platonico-aristotelico (senza muovere da quello stoico, come inclinano a credere taluni autori), e a pervenire ad esiti più alti della Scolastica. Dire infatti, come si dice e si replica, che Severino Boezio rappresenti l’ultimo dei filosofi antichi e il primo tra gli scolastici, riproduce a mio giudizio un concetto vuotamente elegante che colpisce ma non appaga, perché lascia insoluto non già il rapporto tra Boezio e i suoi tempi, ma quello tra la filosofia della Consolatio e la più generale ricerca filosofica. Dicevamo che il problema della libertà è svolto nel quinto libro della Consolatio: libertà in ordine alla divina prescienza, non già a principiare da essa; libertà umana e prescienza divina stimate in un ordine provvidenziale generale.    
Nella secolare storia del pensiero il problema della libertà ha partorito tre differenti concezioni, a ciascuna delle quali si riferiscono, postulandone taluni approdi o mutuandone determinati elementi, tutte le altre ideazioni che sono state enunciate per le più dissimili residenze. La prima fondamentale concezione indica il carattere della libertà in ciò che è libero in quanto causa sui. Essa è stata avanzata da Aristotele e adottata e prevalentemente usufruita (con tutti gli adeguamenti e le espansioni possibili) nel campo morale della scuola stoica. È chiaro che una libertà come causa sui può determinarsi ad atti opposti: nell’equipollente politico, siamo all’assenza di ogni obbligazione e quindi alla giustificazione dell’anarchia: ma questa è la conclusione estrema di una concezione antica e classicamente solida, cui si riferisce lo stesso Immanuel Kant quando tenta di conciliare la libertà umana col determinismo naturale, attraverso l’individuazione della libertà col noumeno. La seconda grande concezione identifica libertà e necessità. Qui la “causa sui” diviene “causa generis”: il concetto dell’autodeterminismo si fa cosmico. Anche questa interpretazione è stata valsa dalla scuola stoica nel campo cosmologico e questo perché, in verità, le due concezioni partecipano di un elemento comunale (l’elemento causa causale). Resta da osservare che questa concezione è inevitabile che finisca col trionfare nelle teorie materialistiche e per esempio nel marxismo. La terza concezione, platonica, intende la libertà come scelta, cioè misura di motivazione e ricerca di essa. La libertà diventa un impegno, una ricerca, un problema.
Severino Boezio, in carcere, ripercorre interiormente la propria formazione filosofica, e lo fa in modo culturale e non certamente introspettivo. In questo percorso inventariale trascura taluni principi e certe dottrine, ritrova l’imponenza di Sant’Agostino e a ridosso di lui quella troneggiante di Platone. Il più stimato interprete moderno del filosofo romano, il Courcelle, può così sostenere che la Consolatio è un vero e proprio corso di metafisica che tende ad una conversione in senso. A mio giudizio va correttamente limitata e di molto la presunta influenza stoica nell’opera di Boezio, quale elemento che in carcere ha finito col non influenzare tanto il progetto quanto la stesura dell’opera stessa. Piuttosto va dedotta la modernità intellettuale del cristianesimo del filosofo e l’attualità del suo fascino e della sua contribuzione al dibattito moderno. Il quinto libro della Consolatio, invero, è uno sviluppo del libro precedente. La sutura è costituita dall’ordine provvidenziale esposto, in tema morale, nel libro quarto. Esso riconvoca il problema tra la prescienza divina e l’umana libertà. Il primo ostacolo in cui si imbatte la ricerca è figurato dal caso, sorta di libertà impersonale, oggettiva e indeterminabile, cieca eppure capace di arrestare e deviare ogni determinazione. Il valicamento del caso avviene ricorrendo al concorso di cause, per cui ciò che era meramente presumibile finisce col divenire stentatamente o impossibilmente prevedibile. Ma ciò attiene non già alla sostanza o all’entità del caso, quanto ad una reale difficoltà che, in ogni caso, non può che afferire all’uomo. Pertanto il caso rientra anch’esso nell’ordine provvidenziale.
Siamo adesso al nucleo primario della questione: il contrasto o l’insanabile contraddizione tra il libero arbitrio dell’uomo e l’onniscienza divina. Qui Boezio sviluppa con profonda originalità la teoria platonica dei gradi di conoscenza in relazione alla natura del conoscente. Dio e l’uomo conoscono con differenti modalità. L’uomo conosce secondo una sequenza temporale e temporalizza la sua conoscenza: non può conoscere oltre il tempo perché non può conoscere oltre la conoscenza, in quanto il tempo è strumento proprio per conoscere. Dio conosce oltre tale sequenza, perché conosce il tempo al di sopra della necessità di utilizzarlo. La sua conoscenza è quindi non già atemporale ma presenziale. Tutto è presente in Dio e quindi tutto è da lui conosciuto, senza che per tale ragione gli eventi arbitrari o scanditi dalla libertà umana vengano percepiti come necessari per il fatto di essere scorti prima che accadano, essendo piuttosto previsti come espressione della libertà di un soggetto, che ancora tale libertà deve esercitare, senza che per questo non sia libero di esercitarla.
Severino Boezio, al termine della cultura classica, diviene il garante della libertà umana e con essa il garante della responsabilità, della conoscenza e della moralità dell’uomo. Si supera dunque il concetto di valore della libertà come interiorizzazione degli esiti, essendo invece la libertà alcunché non può esaurirsi né celarsi nella coscienza, ma che, senza omettere di rischiararla, traluce oltre essa, si fa agente di mutamenti e storia, si impegna nella ricerca delle proprie possibilità. E in sostanza la libertà, il cui senso (anche al di là del suo significato) si era verticalizzato nella coscienza dell’uomo come valore ricercante adito alla fuga, riparo dal mondo e dalla società, scampo di una cultura che non perveniva − tanto sul piano logico che su quello metafisico − a giustificarla ed a vagliarla: quella libertà, che nella scuola stoica risiedeva nel profondo dell’uomo quasi in sorta di catacomba pagana, ora si irradia ed interviene sulla realtà dell’uomo, per mutare in senso cristiano il mondo.

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