“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Martedì, 23 Febbraio 2021 00:00

La cultura non è potere

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Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

(Fabrizio De André)

 


Sigmund Freud pubblica nel 1929 la prima parte del Disagio nella civiltà, lo ultimerà nel 1930. A differenza degli altri scritti freudiani, questo libro ha una natura più sociale, tende a portare le scoperte scientifiche nel mondo e a spiegare attraverso esse l’infelicità dell’uomo, il suo disagio, la nascita della civiltà come processo psicologico che porta inevitabilmente al progresso, ma sacrifica l’uomo e lo condanna alla nevrosi.

La condizione umana ha un carattere tragico per Freud, il quale non potrà mai prescindere da un’analisi scientifica anzitutto e poi da questa trarne la sintesi sociale. Il disagio è “una teoria psicoanalitica della politica”. La civiltà nasce e si sviluppa grazie al sacrificio e alla rinuncia pulsionale, un meccanismo complesso, ma fondamentale per spiegare l’affiorare di più sofferenza e insofferenza nell’uomo. La vera svolta in Freud avviene con la teoria delle pulsioni, in Al di là del principio di piacere (1920). Accanto alla pulsione di piacere, accanto all’Eros come mezzo unificatore della civiltà e fondamentale nella creazione della stessa, Freud identifica nell’uomo una pulsione di morte e distruzione. È l’Eros che tiene insieme i singoli, le famiglie, i popoli e le nazioni, ma accanto a questo c’è la pulsione di morte il cui istinto è la distruzione. Il principio di piacere è stato messo al servizio della civiltà rabbonendolo, inibendolo alla meta, sublimandolo, affinché potesse creare unità, senza soddisfare mai se stesso. Per Freud ovviamente, da scienziato, il piacere si sazia nel rapporto genitale con l’altro, ora questo piacere andava inibito e spostato nella sua metà di compimento così che una volta imbrigliato fosse al servizio della creazione di una società, dove il lavoro, le arti, le scienze, il diritto, figlie di quella libido ostracizzata, potessero dare un contributo fondamentale alla creazione. Cosa fare però con l’istinto di morte e distruzione? Per Freud viene rispedito al mittente attraverso l’opera del Super-Io che colpevolizza questa spinta e fa nascere nell’uomo la coscienza morale. La coscienza morale è aggressiva nei riguardi dell’Io, in questa lotta nasce il senso di colpa, l’aggressività viene sorvegliata dall’Io stesso che sente imperioso il comando del mondo esterno e che noi chiamiamo Super-Io. Non per ogni uomo il male è uguale, ma in tutti gli uomini, secondo Freud, c’è l’angoscia di perdere l’amore. Se perde l’amore dell’altro è esposto, privo di sicurezza rispetto al mondo esterno. Nel bambino è la paura di perdere la protezione dei genitori, nell’adulto è la paura di perdere la protezione della società. Di fronte a un simile pericolo di infelicità esterna, si preferisce una infelicità interna, questa pulsione viene introiettata e supervisionata dal Super-Io, che come abbiamo detto è la nostra coscienza morale.
Riassunti un po’ i concetti base, Il disagio nella civiltà di Freud è solo il punto di partenza per un’opera che lo seguirà e gli darà connotazioni meno scientifiche e più sociali, politiche e filosofiche: Eros e civiltà di Herbert Marcuse (prima edizione del 1955, seconda edizione del 1966, la più importante per noi, proprio perché in questa nuova edizione troviamo la seconda prefazione politica, oggetto della tesi che vorrei sostenere). Per Marcuse il biologismo di Freud è una teoria sociale che come tale va affrontata. Sarebbe impossibile scrivere di un libro come Eros e civiltà in un articolo, è un libro magistrale, che analizza perfino la mitologia freudiana sotto la lente di ingrandimento della società del nostro tempo, però in maniera riassuntiva e fruibile è possibile analizzare alcuni punti chiave per chiarire meglio l’affermazione freudiana sulla storia dell’uomo come storia della sua repressione. Marcuse però eviterà la scientificità quasi organica freudiana e metterà in risalto gli aspetti politici, economici, sociali e filosofici.
Anzitutto il sacrificio di piacere che vive nell’inconscio viene modificato nel suo agire e diventa suddito del principio di realtà. L’uomo baratta il piacere sull’altare della sicurezza che una civiltà organizzata può offrirgli, ovviamente parte di questo piacere represso rimane nell’inconscio e qui abbiamo spesso il ritorno del represso, altro concetto chiave freudiano. Il rapporto tra Eros e Thanatos rimane oscuro, ma pare che l’istinto di morte altro non sia che una spinta libidica atta alla liberazione del piacere e quindi della vita, un ritorno all’inorganico disorganizzato, una liberazione. A favore della civiltà avviene una repressione degli istinti, la forza unificatrice e creatrice di Eros viene spostata alla metà e utilizzata per la creazione logico-razionale della civiltà. Qui avviene quella trasformazione storico-sociale della teoria freudiana da parte di Marcuse, attraverso due principi: repressione addizionale, necessaria per l’affermazione del dominio, differente da quella fondamentale che in Freud rappresentava una repressione necessaria per il perpetuarsi della specie; altro principio marcusiano: principio di prestazione, la forma storica del principio di realtà. Questo è il momento in cui in Eros e civiltà ciò che è stato biologismo in Freud diventa processo storico in Marcuse. Dietro il principio di realtà troviamo l’Ananke, la necessità a causa della penuria. L’uomo deve lavorare, deve assoggettare il mondo della natura alla sua necessità, deve produrre, perché non viva più nella penuria. È in questo momento che si formano delle entità dominanti, gruppi, o una sola persona che assoggetta tutti gli altri al lavoro, alla costruzione della civiltà. Ciò comporta non solo un sacrificio di quella forza libidica spostata e messa al servizio del lavoro, ma anche un controllo addizionale che sfocia in repressione. C’è la riorganizzazione dell’Eros da parte di questa repressione addizionale, gli impulsi sessuali vengono organizzati attraverso la forma della monogamia, l’istituzione della famiglia. Avviene una desessualizzazione dell’individuo, senza la quale molta di quella pulsione verrebbe sottratta alla produzione. Queste restrizioni imposte all’Eros indeboliscono l’istinto di vita e così si liberano le forze distruttive. Nel lavoro organizzato, nel mondo industrializzato il lavoro è sempre più alienante, non c’è soddisfazione: “Sotto il principio di prestazione anima e corpo si riducono a strumenti di lavoro alienato”.
Il potere diventa sempre più anonimo, non è più il padre primigenio in un’ottica filogenetica, non è più il padre biologico, in un’ottica ontogenetica. Gli impulsi aggressivi così si perdono nel vuoto, non hanno oggetto, ed è sempre più difficile creare un Noi politico contro un padrone che diventa sempre più sistema. Un sistema che prevede di controllare anche il tempo libero, il quale è demanio pubblico, anzitutto attraverso il cambiamento della gratificazione, i nostri criteri di soddisfazione corrispondono alla capacità economica di possedere un televisore più grande, una macchina più grande, e così via. Il tempo libero è tempo ancora lavorativo perché è momento di riposo in vista della ripresa del lavoro. Il mondo culturale, le attività che dovrebbero essere veramente predisposte alla liberazione del piacere, alla sua soddisfazione sono anche esse patrocinate dal potere. Qui entra in gioco la prefazione politica che Marcuse ha sentito l’esigenza di scrivere a dieci anni dalla prima edizione di Eros e civiltà. Oggi è imprescindibile tale lettura, perché Marcuse nel 1955 terminava questo libro con uno spiraglio di speranza, soprattutto in vista di un mondo sempre più capace di rispondere ai bisogni di tutti, un mondo post-industriale che non ha bisogno più di sfruttare l’apporto libidico umano nella creazione di ricchezza, sicurezza e prosperità. Il fine allora di questa prestazione sfiancante è un altro: l’affermazione del dominio. Questo è il tema, il sacrificio non è più spiegabile con la risoluzione della penuria, ma con l’affermazione del potere di pochi. Prima di introdurre questa prefazione è importante fare un distinguo tra affermazione del principio di piacere freudiano, che si esprime con la sessualità, quindi rientra nella sfera scientifico-biologica, e l’affermazione di un piacere marcusiano diverso, la trasformazione della sessualità in Eros. “L’Eros, come istinto di vita, caratterizza un istinto biologico più ampio, piuttosto che la mera sessualità. Freud parla di impulsi sessuali a meta inibita che non sono necessariamente da considerare sublimati, essi hanno abbandonato la loro meta sessuale diretta, si accontentano di certe approssimazioni alla soddisfazione. Freud li chiama istinti sociali, come i rapporti affettuosi, i legami. Pure il Simposio contiene l’origine sessuale dei rapporti spirituali. Il potere di costruire la cultura che ha l’Eros, è sublimazione non repressiva. Qui troviamo finalmente l’impulso biologico che diventa culturale”.
Credo che questo sia l’antefatto essenziale per introdurre finalmente la parte finale di questo articolo: la prefazione politica di Marcuse, dieci anni dopo l’uscita di Eros e Civiltà. Marcuse ammette la delusione, afferma di aver sottovalutato l’intenzione di intensificare ed espandere ancora di più il controllo sociale per mantenere il dominio. Insomma aveva sottovalutato l’amore malato per il potere, che inizia laddove finisce la penuria e quindi l’esistenza di un motivo per la repressione. La società ha addirittura reso remunerativa la schiavitù, anche con l’illusione della democrazia. Dal momento che gli schiavi godono dei vantaggi della loro schiavitù, si rende inutile anche il controllo. Realtà vicinissima alla nostra, l’era dello smartphone che ti rende padrone e schiavo di te stesso, con un continuo e angoscioso controllo di se stessi, da parte dello stesso possessore. In assenza di penuria, anzi di ricchezza, c’è sempre meno bisogno di forza lavoro, ma il potere non può lasciare spazi vuoti, allora crea l’industria culturale, allunga il suo dominio in quello spazio sacro in cui ognuno di noi dovrebbe trovare la spontaneità del piacere. Il sistema dominante patrocina e organizza anche quella sfera, organizza il nostro desiderio con frasi come “la riscoperta della natura”, oppure “l’arricchimento della mente” o peggio ancora “la soddisfazione del nostro desiderio di bellezza”. Sono pillole, singhiozzi di un tempo libero che viene organizzato, non lasciandoci scampo, anzi, rendendoci complici, perché la pillola è meno amara, ma non vuol dire che non abbia effetti collaterali. Tutto ciò è il prolungamento del potere nella società. La prefazione politica di Marcuse finisce con una frase lapidaria: “Oggi la lotta per Eros, è la lotta politica”.
Non intendevo perdermi nei meandri dell’accademismo, però bisogna cominciare ad avere meno paura della cultura, smettere di chiamare élite quella fetta di umanità che si interessa ad argomenti complessi e costruiscono uno strumento che li salva dall’accecamento del potere. Il potere è violento, ma ignorante, è ammaliante, ma non è affascinante, abbiamo bisogno di uno scudo, di un’arma per abbatterlo. Anche nel femminismo di ultima generazione bisogna smetterla di parlare di empowerment femminile, anzi proprio dal vero femminismo si deve ripartire per abbattere qualsiasi forma di potere, da una classe subalterna deve derivare il rifiuto del potere, non ambirvi.
Hannah Arendt nel suo libro Sulla rivoluzione del 1963 analizza i motivi per i quali è rimasto tanto della Rivoluzione francese e del perché sia rimasto così poco di quella americana, anche se secondo il suo punto di vista più riuscita della prima. Vi lascio con un’ultima citazione, sono le parole di Hannah Arendt: “Una delle caratteristiche della mentalità americana è in generale il disinteresse per la filosofia, e che la rivoluzione fu il risultato non di sapere libresco, ma delle esperienze pratiche del periodo coloniale. L’ostilità fra filosofia e politica è stata la disgrazia della scienza politica occidentale fin da quando gli uomini d’azione si sono separati da quelli di pensiero, ossia fin dalla morte di Socrate”.
Il pensiero concettuale profuso durante la rivoluzione francese ha contribuito al suo successo mondiale, nonostante la fine disastrosa. Il ricordo è più recuperabile quando gli avvenimenti si condensano in dei concetti. Per questo motivo non è più accettabile questa separazione tra il pensiero e l’azione, perché il pericolo è che la tecnica ci sovrasti con il suo unico interesse al funzionamento. Perché dico tutto ciò? Perché solo una rivoluzione del pensiero, un’angoscia dolce di instabilità e vertigine di libertà, può farci combattere e ritrovare la forza di condannare il dominio che si riproduce su di noi, con noi. La libertà va ripensata, non come uno spazio vuoto, ma un dovere verso noi stessi, da riempire a modo nostro, con le nostre parole, i nostri gesti, i nostri tempi, altrimenti l’Eros sfinito abdicherà al suo nobile compito, questo demone che rende possibile la vita cadrà sotto un istinto di morte devastante. L’Eros è una fenditura, un varco verso l’altro da sé, agisce perché non si finisca preda del nostro labirinto dove troviamo solo noi stessi, più stanchi, più poveri, più soli.





Sigmund Freud
Il disagio nella civiltà
traduzione di Enrico Ganni
Einaudi Classici, Torino, 2010
pp.93



Herbert Marcuse
Eros e civiltà
traduzione di Lorenzo Bassi
Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2010
pp. 280



Hannah Arendt
Sulla rivoluzione
traduzione di Maria Magrini
Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2009
pp. 340

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