“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 24 Luglio 2020 00:00

InFLOencer: doping e caponata

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Perseverare è diabolico, ma sebbene assodato, a noi ci piace proprio di insistere nell’errore. Femmine e maschi, sia chiaro, in amore siamo tutti ugualmente ciucci, con la capa perennemente piena di sapone. Mi perdonerete se, per ovvi motivi, espongo il punto di vista del genere cui appartengo.

Dai venti ai trenta ti scapicolli per essere bella, spiritosa, un po’ audace, ma seria, indipendente, ma non troppo, spumeggiante, ma sempre affidabile. Ti censuri per non sembrare un accollo, ma fai di tutto per essere sempre presente, quando si tratta di consolare il tuo Lui, per l’ennesimo diciotto in “Storia delle merendine avariate”. Anche mentre prepari Analisi uno. Lo fai, non ti secca e non ti stanca, anzi trabocchi di energia e vitalità. Perché l’innamoramento dopa. Falsa i valori. È tutto un trionfo di torte fatte con le tue manine, per festicciole a sorpresa, durante le quali − sempre a sorpresa − tataaan: cacci pure il regalo che Lui tanto desiderava. Per comprarlo hai dato ripetizioni di fisica e matematica tutto l’inverno a delle amebe, mentre Lui, in quei pomeriggi, piovosi e solitari, giocava al Fantacalcio. Fai tutto questo cinematografo per almeno tre, quattro anni e poi, per un motivo qualunque, la love story del secolo finisce. Così, tra pianti, chiarimenti e insensate promesse di vendetta, raccogli i cocci del tuo cuoricino marcio e ti avvii verso i trenta, ripetendo un solo chiarissimo mantra: non succederà mai più! E a seguire: “Buona sì, ma fessa no”; “Mi sono fatta fregare una volta, ma adesso... stanno freschi!”; “Al prossimo che si avvicina... pedalareee!!! Ora voglio solo divertirmi!”.
In verità, mentre continui a tenere d’occhio sempre Lui, con qualche indagine Instagram e qualche controllo incrociato su Facebook, può capitare qualche fugace momento di divertissement, ma questo libertinaggio non è poi così divertente, anzi. Ma ti sembra che così debba andare. Anche tu, finalmente, hai cresciuto quel pelo sullo stomaco di cinismo e freddezza, che ti difenderà dai falsi principi azzurri.
Poi un giorno, sono passati anni.
È fine luglio e − mentre sei al cellulare col tuo produttore, scarti i savoiardi per il tiramisù e vigili che il caffè uscendo non schizzi su tutta la tua cucina brillante, scrivi al volo sulla lavagnetta magnetica “mandare mail ai ragazzi” e “non cantare prima delle 11” (a quell’ora i vicini vanno al mare); mentre realizzi che, se per cena fai la caponata, una bottiglia di Angimbè ci sta un amore e aggiungi sulla lavagnetta “Angimbè” con tre punti esclamativi; mentre calcoli che puoi passare a prenderla nel pomeriggio, dopo la scaletta per il concerto di domenica e dopo una potata all’ibisco sempre più anarchico − ti accorgi che lo stai facendo di nuovo. Cosa? Dare, dare, dare tutto e più di tutto. Sei dopato un’altra volta. Dolci, attenzioni, cure e vitalità a palla di cannone, ma per fortuna stavolta senza l’illusione che basterà ad evitare il naufragio. Stavolta lo sai già che l’effetto doping prima o poi finisce, e ci si ritrova occhi negli occhi, senza più parole. Ma è proprio in quel momento, amici, che se c’è una caponata e una bottiglia di Angimbè, forse non tutto sarà perduto.

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