“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 16 Luglio 2020 00:00

Per il Chiostrino Artificio di Como

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“Dopo tutto questo” dissi, “paragona la nostra natura, in rapporto all’educazione e alla mancanza di educazione, a una condizione di questo tipo. Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico”.
(Platone, Repubblica, libro VII, 514)

Un giorno uscendo dall’università corsi all’Istituto degli Studi Filosofici di Napoli. Per chi non lo conoscesse: è una sorta di tempio della ricerca, dove uomini mirabilmente dediti alla conoscenza si donano a chi per di lì passa. Quel giorno incontrai il professore Antonio Gargano, accademico della Suor Orsola Benincasa e non solo, con il quale disquisimmo dell’involuzione culturale del nostro periodo storico. Nella discussione si vagò tra varie epoche (e le loro idee), analizzando il male di fondo che come un filo rosso le unisce tutte, ossia l’incapacità della massa nel veder l’importanza della cultura a causa dell’assenza di strumenti critici, che di base solo la stessa può dare. Il professore mi narrò, allora, la leggenda della porta principale del magnifico palazzo Serra di Cassano, alle spalle di piazza Plebiscito, che ospita l’istituto: la storia narra che il signore del palazzo, dopo essergli stato strappato il figlio per le sue idee repubblicane, era il 1799, chiuse il portale dicendo che sarebbe rimasto tale fino a che a Napoli non si fosse respirata nuovamente aria di libertà. È rimasto chiuso per oltre duecento anni.
Da buona idealista parlando di questo palazzo gli citai uno dei miei miti preferiti, il mito della caverna di Platone (per avvalorare la mia tesi che sia necessario che si scenda in piazza e non che si rimanga “a palazzo” a far cultura) che racconta di uomini incatenati in una buia caverna, tra i quali solo uno riesce a liberarsi e a giunger fuori, a contemplare il Sole; l’uomo in contemplazione si trova ad un bivio, godere in solitudine di ciò che ha difronte o scendere a liberare gli altri: da qui si determina la figura del saggio.
Questo mito l’ho ricitato ultimamente parlando con una donna molto interessante, Anna Buttarelli, membro dell’associazione Luminanda, chiacchierando in maniera fugace un lunedì mattina. Giunge spontaneo chiedersi, io me lo chiederei, quale sia il nesso: ebbene, Anna e tutta l’associazione, assieme ad altre, fanno proprio quella violenza a chi li incontra: cerca di liberarli. Chiariamo. “Liberare” non è per chi si senta investito da una qualsivoglia superiorità, ma per chi crede fermamente che la cultura sia una paideìa, una miscellanea di pensieri, di conoscenze, è credere nello scambio con l’altro, arrivare a riempirsi di un’infinità di sguardi tali da cercare di eliminare il male più grave della mente, il pregiudizio. Ma c’è dell’altro. C’è un luogo da questi “folli” tanto amato a Como, il Chiostrino Artificio − uno spazio espositivo da loro riempito di progetti laboratoriali per ogni età, di esposizioni e di incontri − che ora rimarrà chiuso fino a che le sue sorti non cambieranno così come la porta di quel vecchio palazzo di Napoli: a concessione scaduta nel 2018 l’associazione Luminanda ha deciso di lasciare il Chiostrino perché non è possibile accettare di continuare ad essere in una posizione di fatto abusiva. Nessuno gli ha imposto il trasloco, ma non sono stati messi in condizione di poterlo continuare ad abitare.
Mi è stato spiegato che a causa di questa irregolarità non è possibile gareggiare per finanziamenti che consentano prezzi contenuti per chi vuole godere di questi incontri e (meraviglia!) mi viene detto che la cultura non può essere elitaria ma popolare e alzare il prezzo del biglietto sarebbe andare contro i loro principi e come per Luminanda tante altre associazioni. La cosa che affascina di Anna e di chi rappresenta è dunque la tenacia morale; lo spazio di cui stiamo parlando, al momento chiuso, si spera possa riaprire al più presto e la fine delle sue attività non è altro che un modo di chiedere ciò che è giusto: potere continuare a lavorare in nome della cultura senza compromessi è infatti un monito per dire a tutti di svegliarsi e di lottare per qualcosa che non è dell’associazione che lo cura, ma della comunità che lo circonda.
Il 28 giugno c’è stato il primo, rosso, abbraccio da parte di tanti che credono e lottano con Luminanda: tante persone unite da un rosso filo di tulle si sono strette attorno alle mura di Como abbracciando così la città e le realtà culturali come lo spazio del Chiostrino, spazio che come altri merita di essere protetto non dal singolo ma dalla gente, perché senza questi luoghi una società cosa diverrebbe? Senza l’atto della meraviglia con il quale la conoscenza arriva, senza la gioia di aprirsi e conoscere, non saremmo altro che vizi e bestialità.

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