“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Venerdì, 26 Giugno 2020 00:00

InFLOencer: la “Primavera” del Napoli

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Vi siete mai chiesti quanto c’è di falso in quello che raccontano le persone intorno a voi, o in quello che raccontate voi stessi? Attenzione. Non sto parlando di bugie dette consapevolmente per salvare la pelle, per rimorchiare o per fare bella figura a lavoro. E non sto nemmeno parlando del cosiddetto pallista seriale − esemplare fungoso che cresce e si moltiplica dappertutto − che spara fesserie a ruota libera per abitudine.
Non mi riferisco neanche al signor-so-tutto-io, quello cioè che qualunque cosa tu abbia fatto, qualunque luogo tu abbia visitato, qualunque piatto stellato tu abbia degustato, non sei nessuno perché lui ha fatto, visto e degustato meglio e più di te.
Mi riferisco piuttosto a quanta parte dei ricordi narrati è nitida e sincera e quanta parte viene romanzata. A tal punto romanzata che spesso diventa vera anche per lo stesso narratore. Mi riferisco a quel fenomeno per cui moltissime persone raccontano di aver avuto nel loro passato − un passato sempre insondabile e avvolto nel mistero − doti o avventure straordinarie, di cui nel presente non c’è alcuna traccia.
Mirabolanti percorsi universitari interrotti ad un passo dalla tesi che spesso sono quattro diciotto in croce. Agi e ricchezze che il solito padre o nonno viveur si è sputtanato al gioco, riducendo tutta la stirpe in povertà e che nella realtà non erano che un quartino in periferia.
E per finire, doti ineguagliabili nella musica e soprattutto nello sport, che spesso non erano che qualche complimento da parte di mamma e papà. Tanto per darvi un dato scientifico: il novanta percento degli uomini che conosco erano dei futuri Maradona e hanno giocato nella gloriosa “Primavera” del Napoli. Può mai essere che tutta questa gente abbia militato in questa benedetta “Primavera”? Io, a riguardo, ho sempre nutrito forti dubbi. Che poi, succede spesso che uno davanti a questi racconti, pur avendo la certezza che si tratti di vere e proprie bufale di Mondragone, taccia solidale, annuisca complice o addirittura aggiunga il condimento di particolari spazio temporali. Ho annuito anch’io. E non una sola volta. Non ho mai sbugiardato il narratore, se ciò che dice è allegro, epico e romanzesco. Pure se è tutto frutto di una fervida fantasia. Lo faccio certamente perché mi diverte, ma anche perché mi dispiace mortificare qualcuno che, probabilmente, si mette a romanzare i ricordi per rendere più leggero il bagaglio a mano di delusioni che si porta appresso. Alcuni psicologi, ho letto, dicono che si infiocchetta il racconto del proprio passato per proiettare di se stessi l’immagine che si vorrebbero avere. Ma io mi chiedo, non è più facile dichiarare i propri limiti e vivere senza doversi inventare tutte queste storie? Non è più attraente l’essere umano, umano davvero: fallibile e redimibile; che ammette e impara dai suoi errori? La risposta è: no. Il cialtrone che spara cavolate è troppo più simpatico, allegro e arioso. Il suo finto passato eroico, atletico, milionario e da quasi laureato è uno spasso e un conforto per tutti noi, che crediamo sempre di essere più lucidi e in ottimi rapporti con la verità.

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