“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Venerdì, 29 Maggio 2020 00:00

InFLOencer: quel “Selfie”... tutto per me

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− Hai visto Selfie di Agostino Ferrente?
− No.
− Devi vederlo. È incredibile.
− Ok, ci vado stasera.
Questi i messaggini tra me e una mia amica da Milano. È una scrittrice, ha l’occhio lungo per queste cose, quindi se garantiva lei, non me ne sarei pentita.

Invitai S., un ragazzo che stavo “studiando”, il quale accettò con entusiasmo. Penso che il cinema sia un buon modo per iniziare a conoscersi: fa capire subito come la pensi, da che parte stai e aiuta a stringere i tempi. Che dopo i trenta, si sa, è il mantra universale.
Nella sala piccola del Cinema “Modernissimo”, eravamo solo in quattro: noi due e una pacchiana coppia di innamorati. Da come stavano spaparanzati e dalla riserva di Fonzies e Coca-Cola che avevano stipato, immaginai che non fossero proprio degli habitué di quegli ambienti, ma al massimo di qualche cinepanettone al multisala. Dai loro discorsi, s’intuiva che stavano lì perché nel film c’erano i loro amici del quartiere, infatti durante la proiezione fu tutto un “ma chill’ è Pascale? Chill’ è Tonino…”, “Hae vist’ a Totore?”.
Su Selfie avevo letto qualcosa: una Napoli difficile, baby gang, forze dell’ordine, dunque qualche tinta oleografica me l’aspettavo. Ormai la rappresentazione di Napoli sullo schermo quella è: fashion camorra, matrimoni in cui si mangia fino a schiattare e selvaggi che vivono secondo le leggi della giungla.
Buio. I rozzoni accanto si levano pure le scarpe. Inizia il film. Un’ora e un quarto che non dimenticherò mai più. Non lo sapevo che Selfie fosse stato girato al Rione Traiano, il quartiere dove sono cresciuta, dove vive ancora la maggior parte della mia famiglia e dove si sono innamorati e sposati i miei genitori.
Guardavo scorrere le immagini di un quotidiano ignorante, violento, ma pieno di vitalità e tenerezza.
Il film fu bellissimo e mi sembrò dedicato solo a me.
Quando tornò la luce in sala, aspettai che parlasse prima S., perché durante il film avevo deciso che se non gli era piaciuto, non ci sarei uscita mai più. Se invece gli era piaciuto, allora avevo fatto bene ad invitarlo e forse potevo pure smetterla di tirarmela tanto.
Disse che era emozionato.
L’altra coppia aveva divorato tutti i Fonzies e qualche litrata di Coca-Cola, però aveva pianto. Si vedeva.
Io ero un fiume in piena. Avrei chiamato Ferrente in quel momento e gli avrei parlato per ore, gli avrei detto grazie per tutta quell’umanità, per aver fatto quel film e per tutto.
Ma era così carico il silenzio con cui ognuno avanzava verso l’uscita, che restai muta anch’io. Era bellissimo non sentire il vociare dei tesserati al cineforum, che mi sorbisco stoicamente ogni martedì da cinque anni.
Erano bellissimi quei due con gli occhi lucidi, che secondo me avrebbero voluto dirsi tante cose, ma forse per la prima volta si trovavano di fronte alla difficoltà di non conoscere abbastanza parole.
Era bellissimo aver visto quel film insieme a gente che vive la vita e della vita non parla mai.

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