“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 31 Marzo 2020 00:00

Quel povero Amleto di Ripellino. Una poesia

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Con grosse calze di lana rattoppata
e con la spada di cartapesta
il principe di Danimarca,
il capo dei guitti va errando
di villaggio in villaggio,
per recitare sulle assi tarlate
di scene provinciali la sua parte tremante.
Come un apostolo affamato,
egli disputa con le ombre polverose
e intreccia contorti duelli con gli spauracchi
del disagio e della miseria.
Che pena viaggiare su squallide panche di legno
con la luna di gesso dal finestrino
e il gran freddo della notte e la testa vacillante
e la noia di un'Ofelia ciarliera,
che ricuce gli orli del sonno con gli aghi di vuote parole.
Che pena inghiottire pane e castagne,
in compagnia di fantasmi dalla camicia stracciata,
sorridendo alla gente che s'affolla
con le ispide lance del vituperio
a trafiggere i guitti.
E in tanta derisione, che pena
ritardar la vendetta e fingersi sempre più pazzo,
mentre la Morte già tende i lacciuoli.
Viaggia Amleto, viaggia ricoprendo
con l'urlo dei bisticci e dei monologhi
il rotolìo ed il rantolo dei treni,
viaggia per le stazioni sudicie d'un mondo
gretto e uniforme come una carta a fiorami,
su cui cade talvolta una macchia di vino.









Angelo Maria Ripellino
Amleto
in Id.
Poesie ultime e penultime
Torino, Nino Aragno Editore, 2006
pp. 525; p. 107

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