“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Domenica, 08 Marzo 2020 00:00

Lo scandalo Polański e la resistenza femminile

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“The history of men’s opposition to women’s emancipation is more interesting perhaps than the story of that emancipation itself”
(Virginia Woolf)

  

“‘Perché potete girarla come volete, la vostra idiozia della separazione tra l’uomo e l’artista – tutte le vittime di stupro di artisti sanno che non c’è nessuna divisione miracolosa tra il corpo violentato e il corpo creatore. Ci portiamo appresso quello che siamo ed è tutto. Venite a spiegarmi come mi dovrei sentire a lasciare la ragazza violentata fuori dalla porta del mio ufficio prima di mettermi a scrivere, banda di buffoni’. Adèle si alza e se ne va”.

Adèle è Adèle Haenel, nota attrice francese, già vincitrice di due Césars (i David di Donatello francesi) come migliore attrice, nel 2014 e nel 2015, e protagonista del film in concorso quest’anno, sempre ai Césars, Ritratto della giovane in fiamme. Film, oltretutto, che tratta la storia di un amore lesbico. Mi preme sottolineare certe evidenze e certi contenuti, perché solo così potranno divenire normalità; un po’ come l’utilizzo del linguaggio al femminile per dire delle professioni delle donne. Abituare la lingua è abituare il cervello e, in ultima analisi, rendere elastica e più aperta l’anima.
Il passaggio sopra riportato si trova in un lungo, forte, esemplare articolo di Virginie Despentes, apparso su Libération il 4 marzo 2020, dal titolo Césars: “Désormais on se lève et on se barre”. La polemica, rovente, riguarda il premio come miglior regista assegnato a Roman Polański per l’opera L’ufficiale e la spia. Dopo di lei, si sono alzate e sono andate via durante la cerimonia diverse altre attrici, tra cui Céline Sciamma.
Le parole espresse da Adèle Haenel sono chirurgiche: necessarie, chiare, calibrate, perfette. E vanno a posarsi su un’evidenza tutt’oggi drammatica: la prevaricazione violenta del maschio che continua decidere e a detenere il potere solo perché maschio. Un po’ come i femminicidi, che trovano la triste motivazione del senso dell’utilizzo di questo specifico termine, perché dicono dell’uccisione della donna da parte dell’uomo solo per il fatto di essere donna e quindi, nell’immaginario malato e distorto della visione patriarcale del maschio, di essere un oggetto o, se va bene, un essere subalterno che deve realizzare i suoi sogni, colmare i suoi vuoti, soddisfarlo, accontentarlo, dirgli sempre di sì, perdonarlo per ogni cosa e ubbidirgli in ogni caso, adorarlo. Questo avviene ancora oggi, nel 2020. Da qui il passo verso l’uccisione, e/o verso i rapporti non consensuali, le violenze sessuali, è breve. E il noto regista Roman Polański, polacco naturalizzato francese, è stato condannato per stupro nei confronti di una tredicenne, avvenuto negli Stati Uniti, nel 1977. Si dichiarò innocente, ma patteggiò, con la convinzione di evitare così, per certo, la carcerazione, ma il giudice dispose una perizia psichiatrica per sostenere la quale avrebbe dovuto trascorrere oltre un mese in prigione, così scappò dagli Stati Uniti e si rifugiò in Francia. I sei capi di imputazione sono tuttora in piedi, perché nel 1978 ricevette una condanna per molestie sempre nei confronti di una ragazza minorenne, quindi non vi è stata prescrizione Un uomo in fuga per stupro (e pedofilia, aggiungo) da oltre quarant’anni. Un grande artista, questo è indubbio, ma è una grandezza fine a sé stessa, data da una produzione meramente estetica, che diviene quindi arida ed estetizzante, e anzi controproducente, paradossale e oltraggiosa, in assenza di un’etica del senso e della responsabilità, unificando – in maniera certo semplicistica e senza avere qui aspirazioni filosofanti – la dualità morale pensata e proposta da Max Weber. Un uomo che molesta e/o violenta una minorenne – più di una volta – e scappa per una vita, sottraendosi agli orrori compiuti e alle responsabilità e alle colpe da essi derivanti, è un essere spregevole: un pedofilo, pervertito, con manie di grandezza, probabilmente, con devianze patologiche, forse, chissà... ma di certo con una mentalità primitiva, ripugnante, che lo collega più alle bestie che agli umani. Ma è anche lucido e spietato, perché ragiona e fugge per tutelare sé stesso dai suoi stessi, orribili, crimini. Come può, quindi, un uomo così essere accolto in un contesto in cui l’arte, quasi sempre definita in primis come sensibilità, dovrebbe essere il substrato emotivo e il motivo di crescita, bellezza, affermazione? Come può un uomo così essere apprezzato, stimato, addirittura premiato? La risposta è in una parola: il potere. Il potere è denaro, il potere è forza e quando è denaro non ha neanche bisogno di essere coercizione, il potere è forza fisica e, anche per questo, psichica. Il potere è ciò che, nella Storia, ha permesso di costruire fortune per pochi, oppressioni e schiavitù per molti e per interi popoli; e per le donne. Il potere, infatti, è maschio (anche quando esercitato da donne, il modus è quello, appreso e trasmesso per secoli, dell’assoggettamento, dell’imperio e dell’antidemocraticità maschile).
Scrive Vigrinie Despentes: “Non c’è nessuna sorpresa nel fatto che l’accademia dei Césars consideri Roman Polański il miglior regista del 2020. È grottesco, è offensivo, è ignobile, ma non è sorprendente. Quando tu affidi un budget di più di venticinque milioni a un tizio per fare un telefilm, il messaggio sta nel budget”. Il potere è denaro. Il denaro è potere. Se i ruoli apicali restano agli uomini, come ancora è, certi ignobili comportamenti si ripetono. Riprendo ancora la Despentes: “Il vostro piacere risiede nella predazione, è la vostra sola comprensione dello stile. Sapete bene quello che fate quando difendete Polański: esigete che vi si ammiri fin nella vostra delinquenza. È questa esigenza che fa sì che nella cerimonia tutti i corpi siano sottomessi a una stessa legge di silenzio. Si accusa il politicamente corretto e i social media, come se questa omertà sia nata ieri e sia colpa delle femministe ma è da decenni che si presenta così: durante le cerimonie del cinema francese, non si scherza mai con la suscettibilità dei padroni. Allora tutti tacciono, tutti sorridono. Se lo stupratore di bambini fosse il bidello non ci sarebbe limite: polizia, prigione, dichiarazioni roboanti, difesa della vittima e condanna generale. Ma se lo stupratore è un potente: rispetto e solidarietà. Mai parlare in pubblico di ciò che succede durante i casting né durante i preparativi né delle riprese né durante la promozione. Si racconta, si sa. Tutti sanno. È sempre la legge del silenzio che prevale. È per il rispetto di questa consegna che si seleziona il personale”. E il silenzio non deve prevalere, perché il silenzio è spesso complice delle violazioni e delle azioni esecrabili.
Ho scoperto di questo scandalo quasi in tempo reale, grazie a un’amica francese che mi ha girato l’articolo di Libération, così preciso, adirato con − e per − ragione. La cosa ha fatto scalpore, in Francia, e anche all’estero. Ho ritenuto, quindi, di doverne scrivere. In Italia non c’è stata una reazione né immediata, né mediata (dei media, cioè) analoga. Eppure Polanski ha vino il Gran Premio della Giuria a Venezia nel 2019, con lo stesso film... Ma non c’è stata polemica alcuna sui premi e dopo i premi. Ricordo soltanto la presidente della Giuria, Lucrecia Martel prendere le distanze dal film, ma poi fare scemare la diatriba, affermando che le decisioni sono prese da più persone e che non bisogna essere tutti d’accordo per dare dei premi. E gli attori? E le attrici? E i media italiani? A differenza della Francia, nessuna presa di posizione. Incredibile, no? Forse da noi si separa, sbagliando, l’arte – ritenuta elemento secondario e non strutturale e con funzione costruttiva dell’essere e dei valori – dalla rivendicazione e dalla critica politica. E si vede da quanto poco sia diano spazio e fondi alle creazioni artistiche... Forse c’è maggiore indifferenza o assuefazione a modalità di esercizio di potere maschile, e di potenziale sopraffazione. In Italia il termine femminista, molto più che in altri Paesi europei, è considerato per chi non si ascrive a questa posizione, dispregiativo (e vene deriso), senza neanche il bisogno di affiancargli gli aggettivi radicale ed estremista. Ciò dovrebbe condurci a una seria, e condivisa, riflessione sulle motivazioni per le quali la volgarità machista, così iper-semplificatoria e retriva la faccia da padrone (si pensi alle frasi di Salvini, per fare un esempio nostrano semplice e immediatamente comprensibile) e conduca a normali epiteti offensivi e denigratori contro donne che con intelligenza, competenze, passione si impegnano per rendere il mondo migliore. Il femminismo non è né radicale, né estremista: è una necessità culturale e intellettuale, personale, prim’ancora che politica e sociale, che dovrebbe appartenere a chiunque si dichiari democratico. Né più, né meno. E visto che scrivo in prossimità dell’otto marzo, Giornata Internazionale della Donna, invito chiunque legga a ribaltare questo paradigma marcio e dannoso per le donne, soprattutto, ma anche per gli uomini, che, quando non consapevoli e partecipi dei cambiamenti, della liberazione della donna, che noi donne conquistiamo con le unghie e coi denti, appaiono piccoli sovrani con uno scettro non conquistato, ma trattenuto in maniera inerte nelle loro mani da secoli, sovrani inadeguati quando non ridicoli, perché senza Stato. Questo, qui solo accennato e scritto in maniera simil-metaforica, è una delle cause scatenanti della crescente violenza contro le donne. Gli uomini devono imparare a fare i conti con la perdita di potere, con il vuoto, con la solitudine, con la partecipazione a ciò che serve anche dentro le case e le famiglie, non solo fuori, leggeri e privi di pensieri a scorrazzare nel mondo mentre il mondo viene man-tenuto dalle donne. Devono, non si può, su questo, transigere. Se tutte e tutti ci renderemo finalmente conto di quanto, al di là delle differenze individuali, dovute alla nostra unicità, e di quelle di genere (poco rilevanti in sé, troppo rilevate e imposte dalla (in)cultura predominante), siamo depositari originari delle medesime libertà e quindi dei medesimi diritti soggettivi e sociali, e ammetteremo che non esistono ruoli predefiniti e oneri e onori predeterminati, le ingiustizie e le violenze diminuiranno o, in qualche caso, cesseranno. È un compito di (reciproca) responsabilità, più maschile – ritengo, francamente − ma pur sempre reciproco, di collaborazione, di confronto, di rinuncia a pezzi di vita e di certezze salde ma distorsive e inique, è un modo per la piena affermazione del sé, in particolare per le donne. La paura e l’oltraggio sono sensazioni che le donne provano da troppo tempo − sono come una cicatrice, incisi nella pelle −, per potere ritenere concepibile che continuino. Come è inconcepibile, e deve provocare sdegno, vedere finanche partecipare, e addirittura vincere, un uomo che, abusando della sua età, della sua posizione economica, del suo potere sociale, della sua fama, concepisce come normale potere fare ciò che vuole di una ragazzina minorenne, inerme. La metafora dell’orrore della prevaricazione, della brutalità (in questo caso maschilista e ferale) sta qui. Ciò va trasformato, con pazienza, con lucidità, con apertura mentale, con forza e determinazione, anche con il coinvolgimento dei “colpevoli” (che sono coloro che, uomini, e magari qualche donna succube del sistema patriarcale, – per restare all’esempio di Polański − lo hanno selezionato e infine, premiato) o degli indifferenti – la maggior parte degli uomini non colpevoli direttamente, ma responsabili per il fatto stesso di non prendere parte alle battaglie femministe, per non condannare le iniquità, le brutalità, i crimini, per non opporsi ad essi. Chi è indifferente, infatti, è responsabile quanto chi è colpevole. Il nazismo ce lo ha mostrato, Gramsci lo ha spiegato ad perfectionem. Ciò vale in ogni ambito, da quello personale e relazionale, a quello civile e sociale.
Potrebbe essere anche un bel film, L’ufficiale e la spia; io questo non lo so perché, alla sua uscita, rifiutai di andarlo a vedere proprio perché era di Polański. La resistenza e il cambiamento sono parole dette e scritte, sono manifestazioni, sono proteste, sono proposte, ma sono anche gesti individuali silenziosi, eppure significativi e inequivocabili. E così, è doppiamente da apprezzare, e divulgare, l’abbandono della premiazione da parte della donna, e attrice, Adèle Haenel.
Vorrei concludere con una frase emblematica di Tina Anselmi, partigiana, poi sindacalista di CGIL e CISL, infine deputata e ministra, che ha contribuito all’approvazione della legge italiana che aprì alla parità salariale (1977) e di quella istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (1978): “Quando le donne si sono impegnate nelle battaglie le vittorie sono state vittorie per tutta la società. La politica che vede le donne in prima linea è politica d’inclusione, di rispetto delle diversità, di pace”. Un auspicio, per questo periodo storico così conflittuale e pericoloso. Un augurio di comprensione, impegno, partecipazione per conquistare maggiore uguaglianza, giustizia, emancipazione (che ancora deve concludersi) e, infine, liberazione, che è il fine per cui noi donne – e le categorie o classi discriminate − combattiamo: un’assolutezza di libertà e di possibilità di autodeterminazione di noi e del nostro destino, senza vincoli, senza catene, senza potere che stabilisca regole sempre per noi donne costringenti, svilenti, riduttive. Un augurio allora a tutte, per questo otto marzo. Un augurio che prima o poi questa ricorrenza cessi di essere necessaria. Ciò avverrà quando queste incredibili distorsioni etiche prima che giuridiche, umane prima che artistiche, non esisteranno più.

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