“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Lunedì, 28 Gennaio 2019 00:00

Lino Banfi, o del patrimonio comico

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La recente nomina di Lino Banfi alla commissione che rappresenta l'Italia presso l'UNESCO ha riaperto trasversalmente una sorta di dibattito sulla dignità del Comico (usiamo la maiuscola per distinguere il genere da questo o quell'attore in carne e ossa).

Che in Italia il Comico sia una cosa particolarmente seria è cosa risaputa. Non abbiamo solo un partito al governo, il più votato alle ultime elezioni, fondato da un comico, ma siamo anche famosi nel mondo per la Commedia dell'Arte, per quella cinematografica “all'italiana” e per l'opera buffa in musica; uno dei testi fondamentali della poesia nella nostra lingua è una commedia “divina”, mentre l'altra pietra miliare letteraria, in prosa, è piena di episodi... “boccacceschi”, che piacerebbero a Banfi e Bombolo; e poi il nostro ultimo premio Nobel è andato, in maniera “misteriosamente buffa”, a Dario Fo, un altro Nobel andò a un commediografo disperato, autore di un saggio sull'umorismo in cui si dice che la comicità più alta è quella che ci ricorda la morte, mentre uno dei nostri rari Oscar recenti è toccato a Roberto Benigni, che ha introdotto il registro comico-malinconico-tragico perfino nei campi di sterminio nazisti.
Partiamo da Fo. Da Jacopo, però.
A pochi giorni dal tweet di Gad Lerner: “Nel passaggio da Dario Fo a Lino Banfi si manifesta la triste parabola dei 5 Stelle. Dario Fo e Franca Rame mi mancano, ma è meglio per loro che non abbiano dovuto assistervi”, il figlio dei due artisti scriveva un duro articolo contro i giornalisti tromboni che avevano criticato la scelta. Il taglio dell'articolo di Fo (figlio) era quello di chi ha ancora nelle orecchie le polemiche sul Nobel a Fo (padre), mai del tutto spente. Ruotano attorno ai seguenti temi: l'hanno dato a un guitto, gli accademici svedesi sono dei vecchi rimbambiti, lui sarà stato un bravo attore ma sotto il profilo letterario vale zero... e giù una sfilza di nomi nostrani e forestieri che l'avrebbero meritato al suo posto. Opinioni. Ma proprio Dario Fo, miglior fabbro del suo grammelot, in una vecchia intervista sull'uso del dialetto a teatro spiegava la differenza fra attori che scavano espressivamente nel dialetto, come Troisi, e attori che se ne servono per sfottere i dialettofoni. Comunque la pensiate su entrambi i Fo, il Nobel e chi gliel'ha dato, da questa fondamentale distinzione non si scappa.
Mettere in discussione le qualità di Banfi comico potrebbe suonare poco pertinente per criticare la sua promozione all'UNESCO. Ma, scartata la carta della competenza tecnico-scientifica, non resta che quella dell'autorevolezza simbolica dell'artista, e dubitarne non significa certo dubitare della “serietà” del Comico. Lo sdoganamento di tutta, proprio tutta la commedia(ccia) italiana in nome del sovvertimento (buffo? Irriverente? Carnevalesco? Post o ipermoderno?) di cultura “alta” e “bassa” è un'operazione spesso concepita da menti raffinatissime, che saltano in groppa a certi cavalli di battaglia per disarcionare avversari in beghe e contese interne. Per una buona storia della critica cinematografica italiana, ad esempio, bisognerebbe tener presente la dinamicissima rivalità fra “primi” e “secondi” critici (nelle redazioni che ancora praticavano la critica cinematografica), ossia fra quelli che andavano alle prime degli autori consacrati, nei grandi festival internazionali, e quelli cui appunto toccava vedere le commediole nelle salette di quartiere, dove scoprivano talvolta che il cattivo gusto esibito era meno indecente del cattivo gusto velleitario e dissimulato del film “d'autore”. Insomma pernacchie colte, marachelle fra adulti.
Tutti noi, come il narratore della Recherche di Proust, abbiamo avuto un Albert Bloch per amico, cioè quello che ti introduce alla lettura degli autori più esoterici e profondi, ma quando avete cominciato a leggerli, imitandolo, scoprite che lui intanto vi ha fregati ripiegando su letture ben più popolareggianti. Il meccanismo dei dibattiti nelle reti sociali non è molto dissimile. Schiere di matematici al servizio di Zuckerberg avranno sicuramente già calcolato i minuti che passano fra l'ondata sarcastica, fino alla cresta di indignazione per una notizia come quella di Banfi all'UNESCO, e la risacca di chi ti dà del bacchettone perché ti scandalizza il fatto che a difendere il patrimonio dell'umanità ci vada un clown. E allora Dario Fo? E allora Benigni? E allora il piddì?
Spiace dirlo, ma è fin troppo ovvio: Lino Banfi non è Buster Keaton, il pagliaccio triste che a fine carriera sfodera la sua tragica maschera beckettiana. Non è neanche Paolo Villaggio, che esordisce come fine umorista letterato e cabarettista stralunato per poi incrociare, nella girandola del successo facile, la comicità dei “frocioni” e di Lino Benfi. A voler schivare la critica dell'Economist, che gli dà del sessista e insinua sia stato scelto proprio in quanto sessista dal solito popolino mediterraneo PIG e maialone, Banfi è tutt'al più un simpatico attore routinier, che a un certo punto ha deciso di abbandonare la commedia sboccata per assumere il più rassicurante volto di nonno televisivo.
Il sospetto è che quel Luigi Di Maio, il quale risponde prontissimo ai quiz sulla filmografia di Banfi, a Banfi sia rimasto. Ossia nessuna circonvoluzione intellettualistica di una classe dirigente raffinata che riscopre il volgare, ma finalmente il vero volgo al potere. D'altronde anche La corazzata Potëmkin, si sa, “è una cagata pazzesca” e la situazione politico-culturale italiana è quella di una democrazia finalmente realizzata.
Questa considerazione marginale sul Comico apre sulla nomina un giudizio più genuinamente politico. Disperata risulta l'impresa di scovare delle motivazioni che, sia pur labilmente, possano giustificarla. Il fatto che sia una bravissima persona, come hanno inopportunamente affermato Di Maio e Jacopo Fo, ricordando che Banfi era già ambasciatore UNICEF, non è assolutamente dubitabile, ma nemmeno sufficiente. Anche le battutine sull'inutilità della commissione sono superflue. Se parliamo di cariche meramente simboliche, non ci resta che riconoscere in Lino Banfi il feticcio culturale di una classe politica che, pur magari arrovellandosi, non ce la fa proprio a esprimere nulla di meglio, un po' per limiti culturali pregressi, un po' perché dispone ancora di un parco intellettuali non ben ben fornito. Ma diamogli tempo, l'esercizio prolungato del potere compra tutto e tutti.
Ci si domanda solo dove si siano collocati, in questo dibattito, coloro che sputavano su Benigni per non aver rifatto in chiave antirenziana i suoi monologhi a difesa della Costituzione, dandogli del venduto. E allora Banfi, si è regalato? Meridionali (forse pugliesi in particolare) e spettatori della prima ora del vecchio Lino non possono fare a meno di notare quale atteggiamento paternalista di fondo ci sia in chi si aspetta un certo grado di coscienza politica da Benigni, ma non da Banfi. Sarebbe stato bello, invece, se avesse risposto alla nomina con le parole del suo più noto collega Groucho Marx: “Non ci tengo a far parte di un club che accetta uno come me fra i suoi membri”. Ma il vero riscatto, l'ascensione di Oronzo Canà al cielo dei Beckett e dei Sartre l'avremmo avuta se il comico andriese avesse declinato con un no grazie, sono un convinto militante della classe dei ripetenti e non cerco redenzioni colte, ho fatto carriera sfottendo bonariamente certe peculiarità fonologiche dei miei compaesani, ma siamo gente seria, noi, gente di mare, e non accettiamo incarichi da un governo che chiude i porti ai naufraghi. L'applauso avrebbe fatto venir giù il teatro, ed è indecente che un vero uomo d'avanspettacolo come lui non l'abbia subodorato.

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