"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 03 Luglio 2017 00:00

Fondamenti del Teatro: l'attore. Una pagina di Jouvet

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Sappiamo che la Commissione Cultura ha licenziato la nuova Legge sullo Spettacolo dal Vivo e sappiamo che, il testo, è appena approdato alla Camera dei Deputati. Sappiamo che la Legge comincia ad essere discussa in questi giorni.

Sappiamo che, in questa Legge, sarà previsto l'aumento progressivo del FUS; che il contributo agli enti lirici sarà scorporato da quello destinato alla Prosa; che l'Art Bonus scolastico verrà esteso anche ai teatri; che nascerà un Consiglio Nazionale dello Spettacolo ovvero una sorta di commissione operativa che elabori strategie politico-amministrative in materia di spettacolo. Speriamo che questo Consiglio Nazionale non sia l'ennesima poltrona sulla quale debbano sedere burocrati che invece in teatro non siedono mai e che, al tempo stesso, non sia l'approdo ministeriale per sedicenti esperti che si dedicano alla politica dei (propri) conflitti d'interesse, alla promozione continua degli amici, alla costante gestione di fondi pubblici locali e nazionali o che siano spinti dalla sola ricerca di un ruolo post-critico e da influencer di settore che da tempo non detengono più.
Sappiamo che, questo Codice, non è stato offerto alla visione dei rappresentanti di categoria prima di passare alla Camera.

Sappiamo che sarà comunque un momento importante per il Teatro italiano. Un momento atteso da più di cinquant'anni, durante i quali − nobili e amare − si sono levate più volte le parole di chi calca la scena per rivendicare un'attenzione istituzionale mai esistita; per pretendere capacità di comprendere esigenze e necessità di coloro che lo spettacolo lo sono e lo fanno; per dire siamo lavoratori professionisti”; per ricordare che il loro mestiere è fatica quotidiana, che gli spetta il riconoscimento di diritti che tarda a venire.
Gli attori e le attrici, fantasmi statali, coincidono col teatro che appare ogni sera: eppure sono inesistenti al discorso pubblico; risultano dimenticati nei decreti che riguardano il FUS; vengono precarizzati ulteriormente dalla crescente burocratizzazione quantitativa imposta dallo Stato ai teatri, concepiti come organigramma aziendali crescenti, fabbriche produttive, punti vendita da terziario.
Gli attori e le attrici di questo Paese sono mediamente giovani e con titoli di studio adeguati; firmano, in grande maggioranza, contratti a tempo determinato o stagionali, a progetto o a collaborazione; sono spesso migranti interni che guadagnano poco e le loro trasferte non sono quasi mai sostenute dal datore di lavoro. Il loro mercato del lavoro è contraddistinto dalla persistenza della questione meridionale (disparità formative e di opportunità professionali) e dalla conferma dalle questioni generazionale e di genere (i giovani e le donne percepiscono meno); tutt'altro che rare sono l'induzione al pagamento in nero e la richiesta della gratuità della prestazione. Vi si aggiungano assenza di prospettive previdenziali, condizioni di sicurezza sul posto-di-lavoro relative, conteggio a perdere delle giornate effettivamente lavorate, mancato rispetto del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.
La formazione di un attore non è mai considerata lavoro; le prove di un attore spesso non sono considerate lavoro: il lavoro dell'attore in Italia non è ancora considerato davvero, e fino in fondo, lavoro.
E allora agli attori e alle attrici dedichiamo una pagina di Jouvet − che dell'attore fa misura d'ogni accadimento che riguarda l'arte e l'artigianato teatrale − e la dedichiamo, questa pagina, anche ai deputati che dovranno discutere di spettacolo dal vivo: che non ne discutano come si discute dunque di cosa morta, che non ha carne e sangue, calore e fiato, nome e cognome, storia umana e dignità. Perché si ricordino che non ci sarà vera riforma del Teatro o Legge sullo Spettacolo finché, per dirla col Campese/Eduardo De Filippo, l'attore non entrerà concretamente nel Sillabario collettivo ossia nell'elenco di coloro che “con la loro attività onorano il proprio Paese”; perché si ricordino − per citare Giorgio Strehler − che il Teatro “non è un piccolo e sporco affare di pagliacci o di istrioni pronti a vendersi a chi capita per un po' di denaro”
; perché si ricordino che stanno legiferando non su qualcosa ma rispetto a qualcuno.




Salire su un palcoscenico, interpretare un ruolo minore, truccarsi, vivere tra le quinte, provare una sera la fatica, il disgusto, quel che c'è di deludente in questo mestiere: apprendimento della vita unito a quello del teatro (delusioni amorose, sentimentali, idea che ti sei fatto dell'amore).
Misurare la distanza tra ciò che volevi essere e ciò che sei, scoprire l'impossibilità di essere... nonostante la sincerità, vivere nel “far credere” e il “far finta” che deprime e disonora, l'insoddisfazione del ruolo troppo breve rispetto al tuo bisogno di esprimere, le frasi, il testo che va, le opere misere, le situazioni ridicole, i gesti che devi fare e che ti urtano, i costumi che stupiscono e scoraggiano, l'obbligo dell'ora, l'obbligo di recitare sentimenti contrari a quelli che provi quella sera, essere triste o allegro quando si è allegro o triste, rivolgere parole d'amore all'attrice che detesti, bere allegramente e a grandi sorsate bicchieri di vino quando hai lo stomaco vuoto o indisposto − disillusione − tutto quello che ritenevi fosse poesia o abbandono si traduce in disillusione, umiliazione.
L'ora, il testo, la disciplina richiesta e tu ti senti sminuito.
Naturalmente vi sono dei momenti felici ma arriva sempre, irresistibile, una sorta di disgusto, di disincanto.
Il giorno dopo il successo (gli applausi) ti lascia cupo come l'indomani del martedì grasso o del 14 luglio. Imitare, far credere, l'“a che serve”, il “perché farlo” e l'insaziabile ti attanagliano, non crei nulla, è un miraggio ridicolo, non è altro che ripetizione e scimmiottatura: vuoi cambiare mestiere (stoffe che sbiadiscono al sole, sono questi i sentimenti più veri). L'avidità, il bisogno di agire cancella per un attimo questa miseria, questo disappunto, ma si finisce per scoprire che non si è una macchina, se ne conviene, e che “non si lascia nulla”, come dicono tutti, ed è solo una menzogna.
Ma l'entusiamo dell'età cancella queste amarezze e induuce a sperare.
Poi l'abitudine, la necessità, la carriera che inizia, questa speranza dell'avvenire, essenziale per vivere, fa continuare, ci si sforza, ci si illude nel desiderio di giungere più lontano, più in alto, nonostante questa scoperta che è un mestiere, che “non è altro che un mestiere” e che “non si è” il personaggio che hai creduto di essere, che non fai altro che “recitare”.
Poi il mestiere ti appassiona, le discussioni professionali, i consigli degli attori, dei vecchi; certe sere “ci si ascolta, ci si sente”, poco a poco scopri il mestiere, la maniera di fare e di essere, e forse è il modo migliore per resistere, nella speranza di una felicità promessa segretamente.
Una sera ci si è sentiti il personaggio e se ne parla con trasporto, si sa bene questa volta che non lo si è, eppure una sera il personaggio ti parla e, all'indomani, in scena si è in due a recitare. E la sua esistenza stimola l'immaginazione: e se esistesse? E inizi a pensare a lui come si pensa ai propri defunti e come si pensa a Dio, e nasce la religione del personaggio.





leggi anche:

Redazione Il Pickwick Fondamenti del Teatro: Banu e il ricordo dell'effimero (Il Pickwick, 29 settembre 2016)
Redazione Il Pickwick Fondamenti del Teatro: Strehler e l'attore (Il Pickwick, 9 settembre 2016)




Fondamenti del Teatro
Louis Jouvet
Elogio del disordine
a cura di Stefano De Matteis
traduzione Brunella Torresin
Imola (BO), Cue Press, 2007
pp. 300; p. 153

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