“Ricordati sempre: la sofferenza passa, la bellezza resta”

Pierre Auguste Renoir

Giovedì, 20 Aprile 2017 00:00

Lettere d’amore ridicole

Scritto da 

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

(Fernando Pessoa – Tutte le lettere d’amore)

 

Tanti anni fa in un’aula universitaria gremita di studenti, a ridosso di mura greche presenti nell’edificio storico in cui è ubicata la mia università, un professore di filosofia di fronte a gente stipata negli angoli più remoti dell’aula immensa, c’ha tenuto a fare una precisazione rispetto al verbo greco phileîn, amare. Asseriva, con fonti alla mano, che questo verbo aveva due possibili interpretazioni: in una il verbo indicava un’attività più inerente alla vicinanza, quasi fisica, in un rapporto relazionale, nell’altra indicava più propriamente il trasporto e la cura che si impiega nell’atto stesso d’amare.

Ecco perché nella seconda accezione trovavamo quello che può essere il desiderio di conoscenza, quindi la filosofia, o il desiderio di dare continuità a un rapporto di qualsivoglia natura, fosse anche quello che intrattiene il collezionista. Ora, la cosa che mi colpì, fu quell’accento posto non tanto sull’amore, ma sul desiderio, la tensione, da una parte, ma anche la stretta connessione tra colui che desidera e l’oggetto del suo desiderio. Quasi un’interdipendenza, tanto da rendere necessaria alla vita dell’agente il destinatario di quel trasporto. L’amore non nasce da una decisione, il motivo per il quale amiamo è in realtà nella sua scaturigine completamente arbitrario, ecco perché non troveremo mai parole sufficienti a spiegare un sentimento, ma verremo condannati o assolti nel grado di dedizione e cura di quella cosa. La ridicolezza di cui Pessoa accusa gli innamorati che scrivono lettere d’amore può essere facilmente individuabile in quel cuore di tenebra dal quale scaturisce il desiderio, è l’impenetrabile continente delle meraviglie, assente nelle galassie.
La lettera d’amore che seguirà sarà quindi una deliberata scelta di essere ridicola, un esempio di quanto sia importante essere ridicoli, testardi nel combattere una guerra contro quello che sappiamo indicibile, perché significa che esiste ancora qualcosa che ci rapisce e per la quale siamo disposti ancora a dare noi stessi, fosse anche nel tentativo disperato di parlarne, anche se l’unico luogo in cui lo sentiamo non è la ragione, ma qualcosa di più profondo, nato poco prima di noi.
Quella che segue è quindi una lettera di pura invenzione, perché che si scrivano lettere d’amore vere o inventate, la cosa importante è permettersi di essere ridicoli almeno una volta.



Caro Luis,

sono corsa a casa stasera. Ero in piazza con un'amica, di quelle che sono venute dopo di te, quindi è inutile dirti il suo nome. Sono corsa a casa perché dovevo fare pipì. Può sembrare prosaico, ma veramente me la stavo facendo sotto, però a mia discolpa (chissà perché poi mi senta in colpa, forse non ti stavo pensando sufficientemente? Impossibile), posso dire che i discorsi con lei stasera hanno risvegliato pensieri chiari, per quanto possa essere chiara questa storia, su di te e su quello che a parole non sono mai riuscita a spiegare alla gente. Dovevo tornare a casa, un miracolo o una magia, dopo tanto tempo, complice l’alcool, ho parlato di te, mi sono sforzata provocandomi un gran mal di testa nel cercare parole che potessero inchiodarti definitivamente nella realtà che condividiamo con gli altri. Attraverso questo nostro codice orribile mi sono imposta di darti forma. Secondo te perché abbiamo bisogno di raccontarci? È da un po’ che me lo chiedo, più o meno da quando sei andato via, ogni giorno ho bisogno di inventare parole e formule per giustificare la mia sofferenza che ora si è fatta troppo silenziosa, e per il mondo neppure questo è normale. È come se vivessimo in un universo saturo di conversazioni, dove ogni minimo peso capace di inclinare un piano abbia bisogno di una ferrea esegesi, così anche l’amore. Viviamo di narrazioni che ci rendono stanchi, ma alla fine ci lasciano in eredità un patrimonio di parole che sublimiamo attraverso la poesia. Esiste un libro che non leggerai, il titolo è Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes, era un linguista e molte altre cose altisonanti assieme, ha scritto un gran libro, certo, però mi ha anche trasmesso una grande tristezza, mi sono sentita vittima di questa arbitraria costruzione del pensiero che si esprime attraverso il linguaggio, e per ogni parola d’amore che ho imparato negli anni c’era una specie di autopsia. Mi sembra di vederli questi corpicini miseri, appena nati, affiorati come una liberazione ed ora eviscerati per rubare da essi un segreto puramente formale e neuronale. Ho provato a piegarmi a questa logica, ma è come se nessuno dei vocaboli presenti nella nostra lingua sia bastante a raggiungere la spina che si è conficcata in un posto troppo remoto per essere afferrata. Però tu esisti, ed esisti in un modo dentro di me che non può coesistere con i calcoli e le approssimazioni verbali. Esisti, voglio dirtelo ora che sei lontanissimo, per quanto mi riguarda potresti essere in una remota città americana, come sotto casa mia, al bar qui di fronte, esisti e quindi non esisti, perché il tempo si dilata tra l’ultima volta e il resto della mia vita e in questa lingua di terra man mano vado perdendo gli orizzonti prossimi, il ricordo della rena, il rumore del mare, tutto. Sta crescendo spazio infinito da questo tempo. Sai che potrebbe essere troppo tardi? Certo che non lo sai, non sai cosa significhi quando ogni gesto, ogni simbolo, ogni slancio perde elasticità, perché non c’è più fiducia nella riuscita di quello sforzo. Non ci credo Luis, non ci credo più. È questo il mio unico rammarico e il mio solo rancore nei tuoi confronti. Cadono bombe sulle città, la gente muore, il mare è diventato la culla mortifera di una civiltà, i ragazzi moderni sono insensibili a qualsiasi richiamo, la loro materialità si sviluppa su un concetto di virtualità e astrazione, siamo degli zombie Luis, non crediamo più a niente e servendoci di tutto siamo gli schiavi di quel tutto. Allora questo è l’unico rimprovero che ti muovo contro, perché con la tua indolenza e la tua disattenzione hai vanificato il peso di ogni segnale, di ogni impressione, sei stato il peggiore visitatore annoiato di questo museo pieno di opere d’arte.
Ecco, ora sono ridicola, con me stessa, molto ridicola, perché non credo a una singola parola di quello che sto per dirti, non credo possa arrivare fino alla fine di questa lettera senza tradirmi in qualche manierismo o in qualche iperbole che mi servirà solo ad arginare la confusione e il mio senso di inadeguatezza quando parlo di cose così devastanti, come lo è l'amore che provo per te.
Posso continuare? Me lo chiedo sinceramente. Posso davvero credere di conciliare l'altezza della letteratura, o almeno il concetto alto che ho io di essa, con tutta questa vita fatta di taciti riferimenti a te, senza di te? Sono veramente una traditrice. Per un attimo ho pensato seriamente che quella non all'altezza fosse la letteratura. Vedi? Sei diventato così importante nella mia vita, da quando non ci sei, che ogni cosa impallidisce. Ora non mi servirebbe a niente leggere Tolstoj, lo strazio di Anna Karenina sarebbe poca cosa rispetto a quello che avverto quando dallo specchio posto alla fine della mia stanza osservo la metà del letto vuota, e irrimediabilmente destinata a rimanere tale. Quest'estate ho provato a mordere il cuscino, sì, perché l'epidermide mi bruciava ed io mi sentivo come se strati e strati di pelle mi fossero stati bruciati. Tu mi sei mancato tanto, così tanto da non riuscire a ricordare come si vivesse una vita senza di te, così tanto da lacerarmi le braccia in un abbraccio imbarazzante e comico all'angolo della mia porta, dove ci baciammo quasi, senza farlo davvero. È un anno, un anno che ho lentamente lenito quello che fisicamente era diventato malato e inservibile, e rinuncerei a scriverti, perché una parola fatta di lettere in uno spazio fatto di ritmo non potrebbe simulare il tuo respiro profondo quando, come un bambino soddisfatto, mi dormivi accanto, ma neppure il singhiozzo che mi uccideva quando in un caldo torrido ti cercavo così disperatamente che potevo seguire i brandelli di me stessa disperdersi nella stanza. Voglio dirti che c'ho provato, ho tentato come una ladra di sensazioni a spiegare al mondo perché ti amassi, ma non ci sono ben riuscita. Forse l'amore è questo, come in quella catena evolutiva, verso la quale nutro forti dubbi, dove un anello viene meno. Sì, gliel'ho detto chiaramente, anche stasera: "Vedete, io ho conosciuto tanti uomini prima e dopo di lui, avrei potuto idealizzare chiunque, perché molti di loro erano migliori di lui, però non l'ho fatto, perché se voi mi conosceste sapreste che non ho ambizioni in questo campo, mi sembra un grande spreco di vita. Avrei, allo stesso tempo potuto amarne tanti, e da tanti essere ricambiata, ma non ho avuto scelta". È vero, io ti ho amato in mezzo a tanti possibili amori, più giusti, più sani, migliori, questo è lo scarto che ti dà lo scettro del vincitore. Una cosa inspiegabile, un anello mancante che forse è quella faglia profonda che ogni poeta e artista ha cercato di esprimere con metafore e allegorie, come le corna di Bacco descritte da Lessing nel Laocoonte, un simbolo che esplode, dinamico e fuori luogo, parafulmine della potenza che non si può dire e ci uccide. Ti ho amato e questo resta il mistero della mia arte, delle mie parole, il segreto che nessun grande critico barbuto riuscirà a decifrare, ma che lo porterà ad amare quest'opera perché come nelle migliori arti nasconde qualcosa: un oltre, per fortuna, estraneo alla grammatica.  Forse, Luis, è così che si impara a vivere, per poi vivere meglio e ancora meglio, o sbagliare meglio, ma senza rimpianti, eppure è detestabile questo fatto che ci porta a capire le cose importanti sempre dopo, dopo il silenzio, la distanza, l'attesa, la fine. Un dopo che è anche un mentre, uno spazio tra l'ultima volta e la vita intera dopo quella volta. Capiamo in questa sospensione, che poi è un continuo domani, le cose importanti, tipo l'amore, quello che prima non sapevi ci fosse, quello che avresti potuto dichiarare e non hai fatto, perché non lo sapevi, se l'avessi saputo glielo avresti detto e poi va bene, vai pure se vuoi, ma almeno lo sai, sai con cosa te ne stai andando. Io non ricordo di aver detto che il tuo sapore mi faceva pensare ai sigari, quelli dal gusto acre, dai contorni forti, che quasi pare impossibile si riducano in fumo, ma quell'aroma caldo e corposo nella tua bocca si amalgamava e, come retrogusto, rimanevano solo tonalità dolci, mielose con un pizzico di sale, il sale che punge la lingua. Ti amo, e non lo saprai mai, e anche se te lo dicessi non sapresti mai il modo in cui ti amo, perché sei la mia sagoma vacante, sei la mia libertà a caro prezzo, la mia scoperta, quello che mi è rimasto dopo il terremoto. Non una maceria, ma una casa intatta dove non soffro, ma guardo dalla finestra il mondo devastato e piango senza lacrime, perché anche se non ci sei, grazie a te, io sono qui. Ti amo perché non sarà la sera decisiva questa, perché queste parole mancano il bersaglio di molto.
Però mi sento ridicola, ma sono anche forte.
Fernando Pessoa definiva ridicole le lettere d’amore, ma ancora più ridicolo ricordarle. È anche vero che Pessoa definiva ridicoli coloro che non abbiano mai scritto lettere d’amore, ma più interessante è il passaggio rivelatore quando, appunto, afferma: “Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo / senza accorgermene / lettere d'amore / ridicole”. Se per lui è un atto di accusa nei confronti di se stesso, per me è una liberazione. Forse Pessoa che aveva portato la solitudine a dei tali livelli di consapevolezza e diagnosi, seppur poetica, della sua condizione umana, aveva inevitabilmente perso quel lato ‘ridicolo’ che potremmo in realtà chiamare in tutt’altro modo, ma per la sua natura pregrammaticale non potremmo nominare. Qui la liberazione, non averlo perso, e non poterlo dire. Allora si accontentassero questi altri che mi chiedono le ragioni di questo amore, perché esistono ma a dirle potrei improvvisamente accorgermene e quindi smettere di scrivere lettere d’amore a te. Sono ora qui, immobile e piena di speranza per il futuro, ma so che quella metà del mio letto anche se riempita, serberà sempre un leggero alito di vento che nelle notti più difficili mi ricorderà non il tuo nome, ma il modo in cui da lontano ti chiamavo, perché se tu ti fossi girato, anche una sola volta, la mia vita sarebbe stata completamente un'altra storia.

Con tutto il silenzio e l’amore di cui sono capace, per sempre tua, Judith.

9 commenti

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