“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 28 Aprile 2016 00:00

La città delle contraddizioni (parte II)

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Il convoglio polveroso sul quale viaggiamo fende versanti irsuti, snodandosi tra abeti spruzzati di neve che si innalzano fino al cielo. Dal finestrino opaco, queste montagne hanno l’aspetto di un dipinto eseguito con la tecnica del tratteggio. Hanno una bellezza diversa dalle foreste alpine alle quali sono abituata, e non hanno nemmeno l’aspetto di quelle americane, maestose e soverchianti, che tanto si vedono nei film d’oltreoceano. Queste sono remote, sembrano voler restare in disparte, un po’ come tutta la vera bellezza di questa regione incastonata tra i monti e punteggiata di case dai curiosi tetti scampanati, simili al cappello di una strega: la particolarità sta proprio in ciò che scelgono di non mostrarti, in ciò che lasciano in penombra nel tentativo di impressionarti con la facciata ufficiale.

Il treno continua a fluire, imbattendosi in piccoli agglomerati di case scompagnate e discariche abusive, che sembrano scarabocchiare malamente il candore della neve. Ogni tanto sbuca un carretto di legno trainato da un asino o, nella migliore delle ipotesi, un mulo; tutto intorno bambini e adulti rovistano tra rottami e sacchetti di plastica in cerca di materiali di recupero, con la stessa nonchalance di un cercatore di funghi.
Giungiamo alla stazione di Braşov, l’ultimo centro urbano di discrete dimensioni che troveremo da qui fino a Bran. In Romania piccole cittadine, di dimensioni poco maggiori di villaggi, diventano famose per aver ospitato il famigerato Vlad III di Valacchia, conosciuto più che altro per il suo patronimico, Dracula. Vlad aveva una tale sete di sangue da essere chiamato anche con il nome de L’Impalatore: brutalità e leggenda a questo punto si intrecciano, grazie anche al celebre romanzo di Bram Stoker, che ha consacrato la figura dell’eroe popolare – la cui spada era posta al servizio del Cristianesimo – in quella dai tratti demoniaci propria del vampiro.
Ebbene, sembra che a Bran, villaggio posto ad una ventina di chilometri a ovest di Braşov, ci sia il castello che ispirò Stoker a scrivere il celebre romanzo.
L’autista della corriera sulla quale saliamo ci intimorisce con i suoi tratti da duro e il suo gilet di pelle posto sopra una semplice t-shirt; a completare il quadro, una distesa di profumatori per auto pende, sbiadita, dal soffitto della corriera. Che l’autista li abbia appesi per contrastare il puzzo di aglio, moderna reincarnazione di un vampiro?
Il mezzo procede, tra zolle di terra a riposo e sparuti agglomerati di case senza nome, ad una velocità soporifera. I piccoli cartoncini sbiaditi e un tempo pregni di profumo oscillano pigramente sopra le nostre teste. Appesi sul parabrezza noto un paio di santini dall’aspetto sfarzoso, con nappine rosse e bordature dorate. Quando mi convinco di esserci ormai persi, la traballante corriera si ferma al limitare di un piccolo borgo, acquattato alle pendici del punzone roccioso sul quale il castello sembra quasi appollaiato.
Tralasciando la foresta che lo circonda e la rupe inospitale su cui si erge, questo agglomerato di torri e torrette non ha nulla di spaventoso; anzi, se non fosse per il cielo grigio acciaio, sembrerebbe quasi la ridente dimora di una famiglia di benefattori. Il bianco sporco dell’intonaco è tagliato da travi disposte secondo motivi geometrici, mentre i tetti color terracotta sembrano stiracchiarsi verso il cielo, offrendo uno spettacolo architettonico unico. All’interno il castello di Bran è un dedalo di corridoi stretti e bassi, di stanze corredate di stufe in maiolica e ripide scale smussate. Piccoli pertugi illuminano malamente gli stipi delle porte, su cui spiccano incisioni in caratteri sinuosi e incomprensibili.
Questa dimora non è fatta per persone più alte di 160 centimetri: persino il ballatoio che si riversa sul cortiletto interno sembra comprimerti, schiacciandoti con queste spesse mura e questi pesanti soffitti.
Il chiostro stesso sembra essere la parte più stretta di un inghiottitoio foderato di intonaco e travi.
La fiumana di turisti ci spinge di nuovo in basso, tra le lignee casette gocciolanti di neve morente che riversano all’esterno prodotti tipici dagli odori quasi stordenti, maglioni fatti a mano e ovetti dipinti. È incredibile la grande varietà di nazionalità qui radunatasi: giapponesi, americani, francesi, russi e persino italiani provenienti dalla nostra stessa regione. Gli spagnoli hanno organizzato un piccolo e solare trio canoro, un po’ anacronistico in questo villaggio ancora intirizzito dal freddo dove persino le vendite avvengono in silenzio.
Un po’ frastornata da questo posto, in cui le bellezze architettoniche deputate all’isolamento si incontrano col turismo di massa, lascio che i miei amici contrattino la tariffa del taxi per ritornare a Braşov. Un ragazzo poco più giovane di noi ci trasporta, con le sopracciglia scure come ali di corvo, attraverso massicci brulli, cullato da voci di cui non capisce la lingua. Ci chiede se siamo spagnoli, ma “italiani?” è la sua seconda scelta. Mi lascio intorpidire dal calore e dai racconti di un’amica che non sapevo di avere, sentendomi inefficace panacea per un dolore che non posso lenire. Vorrei avere parole migliori per lei, vorrei che ci librassimo in volo in modo da poter esclamare: “Eccoci, guarda come siamo piccoli, lì in quel taxi giallo, sperduti tra distese e distanze che non avevamo né calcolato né compreso! Guarda come sembriamo insignificanti!”.

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