“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Sabato, 02 Aprile 2016 00:00

La città delle contraddizioni (parte I)

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Questa volta ci siamo spinti a Oriente, verso le grandi distese della Romania.
Dopo aver sorvolato Paesi martoriati da lotte intestine – Spalato e Sarajevo, tanto per dirne un paio – arriviamo nel piccolo aeroporto dedicato allo scienziato Henri Coanda.

Ci infiliamo nel traffico della capitale diretti verso il centro, dove è sito il nostro monolocale.
Ad un primo sguardo, questa Bucarest dalla lunga discendenza non è molto diversa dalle altre città europee: grandi palazzi eleganti, traffico caotico, orde di piccioni che si contendono un pezzo di pane, i grandi magazzini con le solite marche.
Le comodità ci distraggono. I taxi in ogni dove, la metro a un passo dall’appartamento, i supermercati aperti fino a mezzanotte: potremmo benissimo trovarci in qualsiasi parte d’Europa.
Il giorno dopo, alla luce lattiginosa di una giornata di pioggia, le peculiarità cominciano a emergere. Piccole panetterie, dalle dimensioni di una cabina grande abbastanza per ospitare una persona e qualche vassoio, sono disseminate come satelliti lungo le vie. Vendono succulenti capolavori di arte culinaria: i più disparati tipi di pane, dolci dai nomi impronunciabili – e dagli ingredienti per me altrettanto sconosciuti – snack salati e dolci da consumare caldi a tutte le ore. I covrigi in particolare, dalla forma dei ben più noti cugini tedeschi – i pretzel – hanno le sottili ali ricoperte di semi di papavero, di sesamo, di girasole. Oppure celano un cuore di marmellata.
Quando il profumo del pane appena sfornato ci abbandona, sopraggiunge quello speziato e soffritto dei ristoranti, luoghi spesso dall’aria fumosa come pub irlandesi; ogni volta che la porta si spalanca, un miscuglio di odori trabocca in strada, suggerendo che le cucine stiano celando inusuali ingredienti nei loro piatti. Qui, infatti, si mangia diversamente, e non soltanto per la preparazione. Ci sono proprio diversi ingredienti: nei supermercati, oltre ai prodotti importati che spesso hanno prezzi esorbitanti, si trovano beni che la cultura occidentale ha scartato dalla propria alimentazione, preferendo prodotti più pregiati o esteticamente più gradevoli. Sui banchi sono esposte carote deformi come le dita di una strega, enormi sfere di verza, patate piccole e viola o rosse e giganti; ci sono prodotti caseari a volontà, questo è vero, ma anche carpe e siluri, le cui squame giallastre celano una carne indigesta e dal sapore orribile. Nei sacchetti si trovano patatine viola, fettine di barbabietola e di pastinaca – tubero che non avevo mai visto nei miei ventisei anni di vita.
Assaggiamo tutto, forti della convinzione che, una volta fritto e salato, qualsiasi cibo si rivela commestibile, se non addirittura gradevole.
Passeggiando lungo le grandi arterie, arriviamo nella parte vecchia della città, il quartiere Lipscani – nome mutuato dai mercanti di Lipsia che quivi svolgevano i propri traffici.
Ogni tanto si intravedono le due punte delle chiese ortodosse, edifici che sembrano chiudersi su di noi nel momento in cui vi mettiamo piede. Il caldo e l’odore dell’incenso sono soffocanti, ma la musicalità della messa cantata, in una lingua per noi incomprensibile, ha un fascino quasi misterico. I fedeli sono in piedi o inginocchiati sui sontuosi tappeti, che fanno pendant con le decorazioni d’oro e d’argento alle pareti. Le icone ci osservano, ieratiche, emanando barlumi dorati ad ogni occhiata che vi posiamo. All’esterno di ogni chiesa, delle casupole di metallo ospitano le candele votive, sia per i vii – i vivi – sia per i morti. Gente di ogni età e di ogni estrazione sociale è china sulle finestrelle trasversali di ogni casupola, da cui fanno capolino le fiamme di centinaia di candeline dall’aspetto esile e cedevole.
Nelle chiese, o nei cortili attigui, i fedeli possono anche mangiare: un trio di anziane si contende una pagnotta, da cui separano grossi bocconi che poi si portano voracemente alla bocca. Non so se sia l’atmosfera raccolta delle piccole chiese o il fatto che tutti sembrino interessati a qualcos’altro – il cibo, le chiacchiere, le offerte – ma da turisti riusciamo a passeggiare nel rispettoso silenzio di questo convivio senza attirare su di noi la benché minima attenzione.
Il nostro giro prosegue tra i vasti parchi cittadini e gli imponenti palazzi risalenti al recente passato dittatoriale. Prendo atto di come Bucarest sia una città di contraddizioni, di come si sforzi di acquistare un equilibrio su rotelle dalle spinte uguali e contrarie.
Gli imponenti palazzi del potere sembrano schiacciare gli altri edifici, affastellati e fatiscenti, senza però riuscire ad eclissarli: il grigiore di quelle che un tempo dovevano essere case popolari si staglia come ombre di avvoltoi spelacchiati sull’eclettica architettura delle case ristrutturate. Nello sforzo di tener testa alla mano unificatrice della globalizzazione, molti lavori sono stati fatti di fretta, come quello del cablaggio della fibra ottica, i cui cavi pendono, arrotolati, dai lampioni stracarichi di mille altri fili. Ci sono macchine eleganti e costose, ma altrettanti clochard, intabarrati in strati di indumenti e incuneati negli interstizi tra due edifici. Bucarest è una città che ha sofferto, e si sente.
Vedremo cosa ci riserverà, domani, la Transilvania. 

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