“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Sabato, 09 Marzo 2013 07:14

Malacrescita – Le viscere e la scena

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La scena è già abitata quando ci si accomoda in platea; figura scalza e vagante ne ha preso possesso, s’immagina, col favore del buio, misurando a girotondo lo spazio trapezoidale d’una sepoltura, attorno alla quale, nel verdognolo di colli di bottiglie allineate, s’incoronano sporadiche corolle; in un angolo xilofoni, zufoli e campane tubolari dettano le note per mano (e fiato) d’altra figura accovacciata. Fratelli di sventura: escrescenze purulente di corpo degenere, tumori di vita lasciati in eredità al mondo, ebeti a pascolare, rinvangano, in un feroce girotondo, il loro passato, attraverso il loro passato l’eziologia d’un morbo che è vita mal riuscita, sono essi vite mal cresciute.

Come in un rito pagano, su tavole di palco si celebra una liturgia del dolore e delle viscere; Mimmo Borrelli, ierofanica visione, l’officia sacerdote; suo il messale, sua la voce, suo il corpo celebrante, che si tende, suda, urla, soprattutto sacramenta turbinio di versi in un idioma terragno e ferino. Parola e corpo un tutt’uno che erompe in materia fluida incandescente, come lava che trabocca da cratere in eruzione.
All’intorno di una tomba inteatrata, il corpo mal cresciuto a cui dà corpo il sacerdote, accoglie del fratello il sollecito al racconto; vana e breve è l’accennata resistenza; vano e breve è per due volte il tentativo di sottrarsi al “cunto”: il suono di gomma d’un pupazzo è maieutico strumento che sobilla la reviviscenza dell’infanzia, valigia d’incubi e d’essenze trapassate, ripercorsa nell’abbandono ad una trance medianica che fa da tramite con la memoria. Essenze con cui il rapporto è inconcluso, il nodo irrisolto e non rescisso, essenze che continuano a persistere e macerare dal di dentro, come fiamme inestinguibili che divampano nelle viscere. Da quel momento in poi, la camera magmatica ribolle inarrestabile, erutta in flusso travolgente, sconquassa con veemenza, fiammeggia fra le labbra d’un corpo che si offre igneo alla visione. È un continuum, un fluire senza posa, un racconto infernale e poetico, che ha una sua ritmica, una sua musicalità, un suo decorso abbacinante, ora cantilenando, ora incalzando, ma comunque al suono affabulando in quella lingua che sa di zolfo e terra antica che si conserva in bipedi simulacri nell’area flegrea, frutto piroclastico d’una sostanza ignea e belluina che arde in corpo d’attore.
Viaggiando per ipnosi, Borrelli s’appropria del corpo della madre possedendone gli oggetti: Maria Sibilla Ascione è la donna che s’evoca reietta, che già nel nome reca impresse stigmate e distorsioni: madonna generatrice, imperscrutabile maga, il sacro ed il misterico che si mescolano in perversa osmosi, nel sulfureo humus di una terra e di un inconscio collettivo in cui permangono remote sussistenze del romano imperiale e fastoso e del sefardita fuggiasco e ramingo.
Un paio di braccialetti ai polsi ne designano in scena la presenza. La donna evocata affabula con la sua vicenda efferata di madonna profana, nella cui verginità tinta di rosso compare precoce un mestruo che è “sanghe ‘e pummarola”, creatura contaminata, ventre infettato dal concime.
I bracciali agitati come pupi, una veste sdrucita e materna condotta come a danza: gli oggetti prolungamento delle viscere, estensione fisica che genera in scena l’evocazione.
Evocazione che suscita poi dalle viscere della memoria la figura paterna, altrettanto efferata, altrettanto carnale e funesta: in un corpo fecondato e nella ria semenza che le inoculò nuova vita, la cancrena s’insinuava già nemesi in potenza.
Membra ed anima in vibrante e spasmodica tensione, sale in ribalta la rievocazione degli spettri del passato in paterna reminiscenza, mentre la lingua continua a rincorrere un idioma rabbioso, in cui le parole sono carne viva che cuoce su un fuoco alimentato da un torace che si fa mantice e spara fiato. La carnalità del padre è ancor più feroce, e ancor più pavida, ancorché vana e breve, è la resistenza all’invocazione fraterna a dargli corpo e voce (“No, Totò, papà no!”). Ma il fiume in piena del dettato carnale non può invertire il suo corso, deve tracimare, torrente gutturale, ed inondare la platea dei detriti delle viscere. Sacramentando ancora di questa mala crescita, di questa mala riuscita.
La scena ritorna ribalta materna, appannaggio di una Medea fallita, incapace di portare a compimento la propria vindice intenzione, tradotta in becera pratica di precoce avvinazzamento della prole. Maternità che nasce dal vizio e dalla lussuria, che cresce e procede nell’insania e nel laidume. Come esito “due munacielli”, consegnati ad un destino da reietti, a consumare in luogo dei padri una nemesi inesorabile.
Il corpo e la voce di Mimmo Borrelli si flettono sulla scena, rimbombando di sostanza fluida e magmatica. Dalle sue membra promana un che di ancestrale, il suo corpo par che trasfiguri, dalla sua ugola si sprigionano suoni dissimili, ma che riportano ad una ed una scaturigine soltanto: un dialetto che s’impasta di flegreo, mentre il volto contrae e s’ingrugna, mentre il corpo si tende, ogni muscolo pulsa di quel che sulla scena si evoca.
La lingua, che in calce a questo scritto diremo genericamente e non del tutto propriamente “napoletano”, è invece un idioletto flegreo, sincretismo possente di un idioma che affonda le sue radici nello zolfo e nella carne e a cui Borrelli conferisce imprimatur poetico, abitando la scena con carne e sangue, consegnando agli occhi e alla memoria brandelli delle sue viscere.

 

 

 

Malascrescita
tratto dalla tragedia La Madre: 'i figlie so' piezze 'i sfaccimma
di
Mimmo Borrelli
testo e regia
Mimmo Borrelli
con Mimmo Borrelli, Antonio Della Ragione
musiche Antonio Della Ragione
lingua napoletano
durata 1h 10’
Napoli, Piccolo Bellini, 7 marzo 2013
in scena dal 7 al 10 marzo 2013

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