“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Martedì, 05 Marzo 2013 03:39

Quando il protagonista è il mare

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Scendere tra le file delle poltrone verso il grande sipario blu del Teatro Area Nord è già un po’ come inabissarsi nelle profondità marine. Moby Dick deve solo apparire all’orizzonte.

Poiché in questo teatro è abitudine conversare prima dello spettacolo, colgo un diffuso timore. Quasi nessuno si aspetta di vedere sul palco il mare e l’avventura ma soltanto un monologo sul senso della vita. La filosofia del classico di Melville a discapito delle imprese oceaniche di Ismaele e del capitano Achab a caccia di balene. Tutti avranno di che ricredersi.
La messinscena di Antonello Antonante parte dal libro, tenuto in mano da Maurizio Stammati, unico attore dello spettacolo, e poi poggiato su un leggio. “Chiamatemi Ismaele”, comincia. Presto, però, tutto diventa azione teatrale, il palco è ben attrezzato e le voci registrate che vengono fuori dagli amplificatori sui muri permettono la compresenza di più personaggi.
Maurizio Stammati è Ismaele ma anche Achab. Gioca i vari ruoli modulando la voce e muta gli ambienti scenici muovendo gli attrezzi che ha intorno a sé. Così tirando due corde issa le vele e siamo tutti a bordo del Pequod, a caccia di balene.
Ciò che più colpisce dello spettacolo è il lavoro scenografico unito agli effetti audio e video. Sul palco del teatro c’è una nave, ma soprattutto ci sono il mare e la tempesta.
Il mare è fatto di grandi teli di cellophane leggeri, sistemati su una struttura circolare che ondeggia, sembrano davvero acqua in movimento. Compito di Maurizio Stammati è continuare a muoverla fino a rimanere prigioniero del vortice che inghiottisce la nave. La tempesta è ricreata con il suono della pioggia, che cade forte e senza tregua tra il rombare dei tuoni. Sulle vele della nave è proiettata la scena del vecchio film di Moby Dick con Gregory Peck in cui il Pequod affronta la tormenta. Ma le vele sono mosse dal vento che infuria dal retro del palcoscenico. Tutto è confuso. Bisogna attendere che il sole ritorni. Il difficile è fatto. L’avventura è tutta sul palco.
C’è qualcosa che manca però allo spettacolo. È il momento in cui sentiamo il protagonista così vicino da percepirne i pensieri e condividere con lui sentimenti e paure. Abbiamo vissuto il mare e la nave ma non Ismaele. Forse è dipeso dalla scelta di partire dal libro, con un testo che ha come incipit non la descrizione di un posto o di un tempo ma “chiamatemi Ismaele”. È come se lui non si fosse mai presentato davanti a noi e fosse rimasto incatenato alla pagina. Succede la stessa cosa nel finale, quando, dopo il disastro del Pequod, di Ismaele unico sopravvissuto ascoltiamo le parole lette dal libro sul leggio. Più volte durante la rappresentazione, le parti narrate, che appartengono ad Ismaele, sono portate avanti dagli altoparlanti mentre l’attore in scena si occupa di muovere il mare e interpreta altri personaggi. Maurizio Stammati è bravo nel passare da un ruolo all’altro e di lui colpisce, in modo particolare, l’energia fisica con la quale si muove sul palco sfidando le onde, piuttosto che i momenti di lettura, più dimessi.
Moby Dick è allora un bello spettacolo da vedere ma che si lascia sentire poco a livello emozionale. L’avventura in primo piano a discapito della filosofia e dei sentimenti umani. Proprio il contrario di quello che il pubblico si aspettava. Il grande protagonista, come nel libro, è rimasto il mare.

 

 

Moby Dick
liberamente ispirato a
Moby Dick
di Hermann Melville
adattamento e regia Antonello Antonante
con Maurizio Stammati 
prodotto da Centro R.A.T.
voci registrate Lindo Nudo e Maurizio Stammati
allestimento scenografico Eros Leale
scene Dora Ricca
immagini  Angelo Gallo
Napoli, Teatro Area Nord, 2 Marzo 2013
in scena 2 e 3 Marzo 2013

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