“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Giovedì, 26 Novembre 2015 00:00

God Save the Apes

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La nostra piccola auto, scheggia nera ricolma di bagagli, magliette stese ad asciugarsi e buste con alimenti a lunga conservazione, scivola silenziosa a ridosso della costa. La strada che stiamo percorrendo costeggia degli alberi ritti come guardiani e un prato di erbe secche di un giallo talmente scuro che è quasi un marrone chiaro.
Finalmente la barriera di alberi si interrompe, permettendo alla striscia azzurra del mare di fare capolino; sembra che questa punta di lancia dal nome arabeggiante sia la capitale europea del windsurf.

Si tratta di Tarifa, battuta dai venti che si incanalano nello stretto tratto di mare che divide l’Europa dall’Africa.  
Il tempo di contemplare brevemente questo scorcio da cartolina, accompagnati dal fischio del vento nelle orecchie, e ripartiamo alla volta della nostra prossima meta. Di quando in quando la costa algerina appare, come una fata morgana, dalla foschia che avvolge i due verdi promontori gemelli, che si fronteggiano l’un l’altro. In questo tratto sembra infatti che i colori si siano incupiti, diventando più vividi e profondi di quelli che ho incontrato finora, arsi dal sole agostano.
Poi, quasi inaspettatamente, agli open space da cartolina si sostituisce un’architettura cittadina nuova di zecca e curatissima. E, insieme agli spartitraffico bianchi e rossi, arrivano le prime code. O meglio, ne arriva una chilometrica, che sembra finire inghiottita dalle massicce travi della struttura di fronte. La frontiera.
Gibilterra è un po’, infatti, come Città del Vaticano o come la Repubblica di San Marino: una piccola porzione di territorio con il proprio statuto e i propri organi amministrativi. Ma, a differenza del Vaticano o di San Marino, stranieri solo sulla carta, Gibilterra rimarca la propria diversità con l’uso della doppia lingua e dell’architettura urbana. Sembra di essere stati catapultati nella meticolosa Londra: guida a destra, autobus rossi, policemen con la divisa d’Oltremanica; possibilità di pagamento in pence o in euro, fish and chips e negozi duty free.
Ma più che mai è la sensazione di ordine che si percepisce, come una coperta rimboccata sotto lo sterno, a dare la misura dell’innesto culturale avvenuto in questo frastagliato lembo di terra.
Per Platone, Gibilterra era Calpe, una delle colonne d’Ercole. Ora questo antico retaggio sembra essere sfumato in favore di uno relativamente più recente, che vede come protagonisti i macachi.
Dopo aver percorso qualche metro circondati da edifici in stile georgiano, scopriamo che praticamente tutti i turisti sono qui per vedere questi flemmatici primati, al punto che un’ora di fila per prendere la funivia più cara mai esistita e raggiungere la rocca, viene considerato umanamente sostenibile.
Secondo una credenza popolare, l’Inghilterra rimarrà sovrana a Gibilterra finché ci saranno queste scimmie che, tra il 1951 e il 1991, erano addirittura monitorate da un militare appositamente scelto. Ora le cose sono cambiate, ma i macachi godono ancora di uno status privilegiato, che si riflette nel divieto di dar loro da mangiare – la multa è della folle cifra di quattromila sterline – e, cosa ancor più evidente, nella possibilità offerta loro di circolare liberi in mezzo alla gente. Vero è che la rocca di Gibilterra ne limita la libertà a picchi rocciosi e a sparuti cespugli. Ma il loro muoversi setoso sull’acciottolato o tra gli alberi, essendo quasi impercettibile, risulta quasi sinistro, dimostrando il nostro disagio a trovarci in mezzo ad animali da compagnia così inusuali.
Ci lasciamo alle spalle quei panciuti primati e ci inoltriamo tra i poco frequentati sentieri, che intaccano questo inespugnabile promontorio sul mare. Giungiamo ad una specie di fortificazione con delle stanze e dei punti di osservazione ben riparati.
Le nozioni storiche, che ho letto su Wikipedia e sulla sgualcita cartina che spesso consultiamo per rintracciare i sentieri che percorriamo, si affastellano le une sulle altre, scivolando poi nell’inghiottitoio dove si radunano tutte quelle nozioni di scarso interesse. Sono catturata da questa composizione di cemento su cemento, di parallelepipedi incastrati tra loro sfruttando le asperità del crinale. Da corridoi angusti a profonde segrete odorose di (sic!) deiezioni umane, continuo a calpestare l’impiantito di legno scuro, che rimbomba come un tamburo di guerra.
Questo posto è un po’ sinistro: il cemento ne testimonia un uso non troppo remoto nel tempo. Non possiede il fascino di certe fortificazioni medievali, quanto il severo e infallibile volto dell’efficienza che io associo agli inglesi.
È però un semplice preludio al vero e proprio sfoggio di potenza militare anglosassone, il cui fiore all’occhiello è un enorme cannone puntato verso le coste africane. Lo stato di conservazione e i colori usati – quel grigio cenere unito a quel rosso lampante – ricordano certi sfoggi azzimati di britannico orgoglio. È il modo in cui il popolo d’Oltremanica ama restituire agli altri – ai turisti − i suoi gioielli della Corona, non capendo che la bellezza del loro patrimonio artistico è in realtà negli intagli delle chiese gotiche e nelle austere architetture cittadine.
E poi, questo cannone sembra quasi un giocattolo; il vero spauracchio era quell’agglomerato di cemento mimetizzato con la rocciosa cresta.
Scendiamo ancora, percorrendo una tortuosa strada frequentata solo da bus-navetta, tagliando – dove possibile − per degradati sentieri da trekking. Il senso di vertigine si affievolisce mano mano che perdiamo quota: il fatto di trovarmi affacciata su una specie di irregolare balcone naturale, osservando le auto piccole come bottoni e quadrati di mare delimitati da boe rosse che sembrano costruzioni di bambini, per di più circondata da macachi imprevedibili, non mi rendeva molto tranquilla.
L’ultima tappa di questa tortuosa discesa si rivela una delusione: non so cosa mi aspettassi da una delle famigerate Colonne d’Ercole, ma la vista di un monumento dallo scarso pregio artistico – un medaglione bronzeo che rappresenta il Vecchio Mondo incastonato tra due colonne − relegato in uno spiazzo che sembra quasi un parcheggio, mi ammanta di tristezza.
Non ci sono turisti qui; sono tutti su a fotografare i macachi.

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