“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Giovedì, 29 Ottobre 2015 00:00

La città in vitro

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Dopo aver imboccato le astruse autostrade spagnole, ci risolviamo di ricomprare la tenda – smarrita nel ventre di chissà quale aeroporto − e di proseguire con il piano originario.
Cadice è là che attende, roccaforte bianca sull’Atlantico. Eretta dai Fenici nell’undicesimo secolo, la sua funzione era insita nell’antichità del suo nome: Gadir, fortezza.
E, oggi come allora, Cadice è destinata a rimanere impenetrabile: si tratta di una specie di avamposto cui le principali arterie stradali ruotano intorno, senza tangerla né inquinarla.

Lasciata dunque l’auto a un chilometro di distanza, ci incamminiamo verso la svettante cupola dorata della Cattedrale che, come un mastodontico faro, cattura i raggi del sole offrendosi come polo gravitazionale in quest’orbita a picco sul mare.
Cadice è impenetrabile anche perché da fuori nulla lascia presagire che si tratti di una città antica, anzi, antichissima. I grossi muraglioni, che le donano fattezze così simili a quelle di una fortezza, sono talmente lindi e curati da fugare ogni dubbio sulla loro manutenzione costante, come a rimarcare la volontà di difendere la città da chissà quali pericoli provenienti dai flutti.
E Gadir sembra collassare su sé stessa, china in questo suo bozzolo di mura. La cupola è proprio la testa, anch’essa reclinata, di questo titano rannicchiato a proteggerne gelosamente le irregolari costruzioni.
Una volta entrati, la prima impressione si modifica drasticamente, riportando tutte le cose alla loro dimensione originaria. Piccole e dimesse vie si dipanano dalla spropositata agorà della Cattedrale. Ne imbocchiamo una a caso, fiduciosi di trovare, senza troppi problemi, la Torre Tavira con la sua Cámara Obscura.
Un misto di delusione e curiosità comincia a farsi strada nel momento in cui ci rendiamo conto che la Torre, minuscola, sembra non contenere nulla di interessante, proiettando al contrario tutta l’aspettativa fuori e in alto. Dal tetto, infatti, lo scalpo di quest’avamposto sembra definire i suoi tratti: un brulicare di costruzioni bianche e rosa, scrostate dell’umidità e dalla salsedine, che si ergono come i denti spezzati di una strega. Sembra però mancare qualcosa a questo quadro; forse lo stridere dei gabbiani, ma non ne sono sicura.
Tuttavia, quadrate torrette con porticati di legno scuro sembrano farsi più nitide man mano che osservo quest’affastellarsi di edifici sullo sfondo blu dell’orizzonte. Erano le torri, aggiunte dai mercanti alle proprie case come pezzi di Lego, per avere una vista migliore sulle navi merci in arrivo. La linea del mare, per me così piatta da sembrare eterea come un miraggio, per loro doveva significare abbondanza o carestia, stenti o sesterzi.
La Camera Oscura, cui veniamo ammessi dopo un lungo vagare dello sguardo su questo scampolo di terra cinto dal mare, sembra imbottigliare la città stessa attraverso il suo sistema di lenti e specchi. Affacciata su una specie di enorme acquasantiera, mi ritrovo a guardare Cadice come se fosse uno di quei vecchi velieri in bottiglia. Come se una maledizione l’avesse intrappolata in vitro, insieme a tutti i suoi abitanti. Li vedo muoversi, piccoli e ignari, ad ogni manovra della guida che, sapientemente, tira fili e ruota manopole, mentre ci descrive nel dettaglio la sua città sotto spirito.
Gli avidi ascoltatori, protesi sul ciglio del bacile avidi di conoscenza, non si azzardano però a interrompere quella magia con l’ombra delle loro mani. Seppur semplice spettatore, mi sento come un contemporaneo Gulliver alle prese con i brulicanti movimenti dei Lillipuziani, abitanti di questa città quasi posticcia, cui manca l’odore del mare di tutte le città sulla costa. Ecco qual è il tassello mancante: l’odore. Di salsedine, di pesce, di molluschi lasciati a fermentare sull’umida sabbia.
Vengo accontentata quasi subito, appena uscita dalla Torre e approdata al quadrangolare Mercado. Una struttura brulicante di attività umane, che avrei poi imparato a riconoscere perché pressoché identica in tutte le città della Spagna. Questa, dalle fattezze di un chiostro, presenta ampi corridoi illuminati dal sole, dove l’odore del pesce crudo e cotto arriva invadente alle narici e agli stomaci affamati.
Il mercato, tuttavia, sta chiudendo. Poche attività sono rimaste aperte a quest’ora del giorno in cui la siesta preme prepotentemente sulle palpebre, e quella sensazione di malinconia, che mi ha accompagnato fin dai primi passi in questa città rarefatta, si ripresenta invadente. Mi sento parte di un presepe vivente: pittoresco, articolato, ma posticcio.
È tempo di lasciare Cadice, per dirigersi verso mete non ancora esauste.

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