“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Lunedì, 03 Dicembre 2012 20:35

In mezzo ai libri, tra gli snobismi

Scritto da 

Non c’è niente da fare, sempre la stessa storia. Ogni volta mi dico: "lascia perdere, non t’intestardire: vogliono Fabio Volo? E si prendano Fabio Volo!" E invece, niente. Entrano i corrieri, scaricano i pacchi; tiro fuori i libri ed esce, tra i tanti, il titolo; quello che torna a dare un senso al mio mestiere. Questa è la volta di Luca Ricci.
Luca Ricci aveva pubblicato una raccolta di racconti formidabile dal titolo L'amore e altre forme d'odio (Torino, Einaudi, 2006) mentre da poco, sempre per Einaudi, è nelle librerie con il romanzo Mabel dice si. Lo prendo tra le mani, lo sfoglio: non vedo l’ora di leggerlo e di raccontarlo ai miei clienti. Ma intanto lo metto da parte per sistemare le novità; le altre novità, quelle che permettono di mantenere in vita una libreria. Quando escono "le novità" il mio direttore m'ha insegnato che occorre subito metterle in vendita: non c’è tempo da perdere; si penserà poi a fare il carico, a regolarizzare la situazione amministrativa; per il momento quello che conta è vendere: come se non fosse, sempre, l’unica cosa che conta.

Ma questa non è una regola che vale per Luca Ricci.
Il mio direttore si riferisce ad altri titoli, quelli che si ordinano in dieci, venti, cinquanta copie alla volta; i libri che hanno in copertina la faccia dell’autore, meglio: del personaggio – quasi sempre televisivo. E, prima ancora del libro, bisogna affiggere le locandine, allestire i totem: pezzi di cartone alti un metro e anche più con, al solito, l’immagine della star a grandezza naturale. Ma io, intanto, penso al libro di Luca Ricci. E ad altri autori come lui.
Che gran momento per la nostra letteratura, uno dietro l'altro si stanno affermando un sacco di scrittori notevoli: Giorgio Vasta, Giorgio Falco, Nicola Lagioia e, di recente, Davide Orecchio, che ha esordito con un bellissimo libro dal titolo Città distrutte. Sei biografie infedeli (Roma, Gaffi, 2012). È un gran momento, lo ribadisco. Ma nessuno se ne accorge. Non vi bada la gente, che continua a leggere i soliti nomi; non vi badano i lettori, quelli veri, che invece di esultare per i traguardi raggiunti dalle nuove leve non fanno che indignarsi per la bassa qualità dei libri che primeggiano in classifica. E io sono in mezzo, schiacciato tra due snobismi.
Il primo è quello storico, per così dire, rappresentato dai presunti palati fini, quelli che "ormai la letteratura è morta"; quelli che "hai visto le Cinquanta sfumature di grigio? È uno schifo!"; quelli che, per farla breve, pretenderebbero che le librerie rimanessero lontane dal business; una sorta di eroico, ultimo baluardo del buon gusto; pronte a compiacere il lettore con le solite, rassicuranti proposte (Calvino, Morante, Sciascia e Pasolini) e, contemporaneamente, a sdegnarsi di fronte a Faletti, Zafon; le "storie vere" e Twilight: in una sola parola, fuori dal mondo. 
Il secondo è uno snobismo di reazione, di chi non ne può proprio più di essere guardato dall’alto in basso e ha deciso di fregarsene. La gente che non legge è entrata finalmente in libreria: un momento decisivo per la crescita culturale e civile del Paese. Per il momento ci è entrata con protervia e, mi sembra, con un pizzico di corruccio e frustrazione. Perciò, dopo aver superato la soggezione culturale nei confronti dei nomi eccellenti, ha finito per guardare ai libri come uno strumento d’intrattenimento qualsiasi; e così si pone, nei confronti dei titoli che compra, con la stessa indisponente aspettativa di un fruitore d'avanspettacolo, pronto a fischiare impietosamente l’autore, senza mai avvicinarsi con umiltà al suo lavoro. Insomma, se il libro non soddisfa le sue aspettative, è brutto, punto. Si sta assistendo cioè a un pericoloso ribaltamento di ruoli, laddove tra lettore – o sarebbe meglio dire consumatore? – e autore sembra debba essere quest’ultimo ad essere investito dell’onere di inseguire i gusti del primo, per offrirgli tutto quello che desidera: come in televisione.
Intanto, mentre questi due mondi continuano a darsi le spalle, La battuta perfetta di Carlo D’Amicis (Roma, Minimum Fax, 2010); Lo spagnolo senza sforzo di Gabriele Pedullà (Torino, Einaudi, 2009); Undici buone ragioni per una pausa di Luca Rastello (Torino, Bollati Boringhieri, 2009) continuano a rimanere ignoti ai più.
Mi sembra questo il nocciolo dell’intera questione: c’è una letteratura che potrebbe unire e che, invece, giace sugli scaffali, inascoltata. 
È giunto il momento di Luca Ricci, l'ho messo da parte. Ho una piccola pedana; un po’ più distante dalle pedane principali. È lì che andrà a finire. Toccherà a me occuparmene, prendermene cura. Ed è giusto così, alla fine. Non so com’erano prima le librerie, prima non c’ero; ci sono adesso, e adesso le cose vanno così. Spetterà a me sollecitare l’attenzione dei lettori più avveduti tentando, nel contempo e quando me ne sarà data l'opportunità, di offrire a tutti gli altri: clienti, consumatori o come li si voglia chiamare, la possibilità di un'altra via, di altre letture.
Non sarà facile. Ma non mi lamento. Daltra parte è il mio mestiere, libraio.

Ultimi da Davide D'Urso

Altro in questa categoria: « Il drappo rosso della Madre

Lascia un commento

Sostieni


Facebook